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L’olio di nonna Giovannina

giovedì, novembre 2nd, 2017

In piena ricorrenza dei Santi e dei morti, che io son troppo datata per apprezzare Allouin, mi piace dedicare un post, per riassumerli entrambi, a nonna Giovannina. Che è morta. Ma credo che se da qualche parte esiste un tribunale del cielo, dopo averne passate tante sulla terra, avrà passato anche le selezioni della Santità.

Nonna Giovannina era la nonna di mia madre, cioè la mia bisnonna. Mia madre è stata profuga di guerra, la seconda, mondiale. E deve la vita a parecchi Santi protettori nonché a sua nonna. Un donnone in grado di essere tosto e tenero a seconda delle necessità.

Qualche tempo fa il mio amico Alessio ha messo sul socialcoso la foto di una antica lampada. L’immagine ha fatto venir fuori, come fosse quella di Aladino, anche tanti ricordi. Tra i quali quelli di mia madre. Che mi ha raccontato di quando, in piena furia nazista nella Valle del Sangro, cioè la zona nella quale scappavano lei con la sua famiglia, rifugiatesi in un fondaco (specie di garage), mangiavano patate cotte sotto la cenere e, per illuminare la tristezza delle serate, tentavano di rimediare un po’ d’olio per una lampada. Alla luce della quale sua madre leggeva a lei e ai suoi fratelli I promessi sposi.

Nel frattempo erano arrivati anche gli americani ma perdurava la scarsità di tutto. A un certo punto, a metà delle vicissitudini di Renzo e Lucia e sul finire delle loro,  finì anche l’olio. Nonna Giovannina a quel punto pensò di andare dagli americani a chiedere… i fondi dei barattoli della margarina, pure quella irrancidita.

-Nonna ma che ci devi fare con la margarina rancida?

-Ora vedrai – rispose

Fece bollire un po’ di acqua, ci mise a sciogliere tutti gli avanzi di margarina racimolati e li versò nella lampada. Per evitare che quell’olio si raffreddasse e si consolidasse teneva la lampada continuamente a scaldarsi sul treppiede posto sui carboni. E fu così possibile riuscire a finire i Promessi Sposi.

Dice
-Mammamma scusa perché in mezzo alle bombe tua madre vi leggeva i promessi Sposi?

-Perché diceva che di fronte all’orrore c’è un solo posto sicuro in cui bisogna cercare riparo: nella meraviglia

Lampada

L’arte del togliere

martedì, dicembre 20th, 2016

Mia nonna Aida diceva che di fronte all’orrore bisogna cercare riparo nella meraviglia. Per questo, durante la guerra, leggeva a mia madre e ai suoi fratelli piccoletti, da profughi sfollati in un fondaco umido e maleodorante, I promessi sposi.

Così stamattina, con ancora addosso l’orrore di Berlino e di Ankara, mi è tornato in mente il Cristo velato. Non so come mai non l’avessi mai visto fino alla veneranda età di un par d’anni fa. Non dico dal vero ma nemmeno in foto. Ci portò Grace, a me e alla giovane older. E so solo che quando mi ci sono trovata davanti per la prima volta ho avuto paura davanti ad un’opera d’arte. Che probabilmente quando la bellezza e la perfezione superano una certa soglia, lo sbigottimento lascia spazio al timore e, in questo caso, all’inquietudine e allo spavento.

Ed è stato entrando nella Cappella Sansevero, in mezzo alla già magnificente magnificenza che ci ruotava tutto intorno, che ci è apparso poggiato in mezzo alla stanza, questo:

Napoli, Cappella Sansevero

Napoli, Cappella Sansevero

Il Cristo velato. Opera di tal Giuseppe Sammartino, 1753. Ve lo metto anche tutto intero:

cristo-velato-figura-intera

Marmo. Ma ditemi un po’, non vi sembra che l’autore invece di agire “per forza di levare” abbia al contrario messo un velo su un corpo e l’abbia nonsoccome marmorizzato dopo? E infatti anche questo hanno ipotizzato: che usasse cadaveri. Poi che usasse formule alchemiche scioglitive. E ancheAntonio Canova, incredulo e trasformatosi nel Salieri di Mozart della situazione, pare che una volta, tentando di acquistare l’opera, disse che avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di essere considerato l’autore di questo capolavoro.

Dunque il capolavoro nato, come tutte le sculture, dall’arte di togliere. Che se esistesse un corrispettivo sentimentale forse sarebbe l’arte del mancare. E del mancarsi.

Io so solo che lì davanti sono rimasta, perdonate, impietrita. Non ricordo una cosa simile neanche davanti al Michelangelo della Pietà.

Che davvero di fronte a quel marmo tutto si prova tranne il freddo. E ancora oggi, quando ripenso a questo velo poggiato mi viene un brivido lungo la schiena. A pensare a come si possa, in un mondo che tutto tende ad aggiungere e ad accumulare, trasmettere un senso di perfezione e di incomparabile bellezza togliendo.

Lasciatemi contare

giovedì, marzo 10th, 2016

Si chiamava Giovannina ma la stazza da matrona romana avrebbe giustificato un più appropriato Giovannona. La nonna di mia madre. La mia bisnonna. Abitava in un paesino del Molise (che sì, esiste) che si chiama San Pietro Avellana e vanta, oltre a dei tartufi strepitosi, anche -da sempre uno- dei più alti tassi di alfabetizzazione nonostante le avverse condizioni geografiche, migratorie e nonostante le scorrerie di guerra che ne lasciarono solo poche macerie fumanti.

Nonostante questo curriculum disperante per chiunque i sampietresi, e le donne sampietresi, non si sono mai arrese.

Nonna e bisnonna avevano un negozio. Un di tutto un po’. E quando arrivò la notizia che anche le donne avrebbero potuto votare per la prima volta, il negozio diventò anche una sorta di sportello motivazionale.

E fu così che quando una delle clienti chiese alla bisnonna (mi perdonino i sampietresi, vado a orecchio col racconto di mia madre e la memoria è quella che è)

-Uà, cummar Giovannì, ma ciama ì a votà? (Commare, ma ci dobbiamo andare a votare?)

Lei senza scomporsi rispose

-Uà, cummà, n’avimm mai cuntat nient e mo’ che può cuntà quaccosa nci vuò ì? (Commare, non abbiamo mai contato nulla e ora che possiamo contare qualcosa non ci vuoi manco andare?)

La chiosa però la diede sua figlia, mia nonna, che nonostante fosse conscia del momento epocale applicò anche al voto la sua filosofia di vita del non accontentarsi mai, manco dell’evento straordinario e così rilanciò

-Sì è una cosa importantissima, arrivare alla cabina elettorale. Ma conteremo davvero quando potremo arrivare anche al governo

E dunque credo che, se fosse ancora qui, oggi si infastidirebbe assai per non esser ancora riuscite ad arrivare a Largo Chigi. Non da Zara, per un consiglio. Ma alla presidenza, del Consiglio.

Donne anni 40

Mo’ ti faccio il cucchiaio (cit)

sabato, marzo 30th, 2013

Triduo pasquale/3

E poi c’era che il venerdì era digiuno e astinenza e il sabato Santo praticamente pure, nel senso che ci si preparava alla domenica. Però il sabato si iniziava a cucinare e quindi si smangiucchiava che era una bellezza: solo per preparare le lasagne al forno, per dire, si iniziava la mattina del sabato dalle polpettine al sugo e si finiva la sera lessando le sfoglie di pasta, il tutto intervallato da sanguinolenti  pezzi di abbacchio messi a macerare fuori dal balcone e soprattutto la “preparazione della crema”.

Ora la preparazione di questa crema, che doveva essere trasportabile anche per il lunedì di Pasquetta per la scampagnata in luoghi ove, fino a maggio, la notte si va tranquillamente sottozero, in realtà non era un dolce: era l’accesso a un’esperienza mistica.

La crema di nonna Aida prevedeva l’arrivo delle uova ancora calde di culo di gallina il venerdì Santo sera. C’era la vicina che bussava che era già notte e urlava da sotto:
-La Vrnù (la Vernucci, cognome da signorina di nonna, tanto per capire quanto si stava avanti là indietro) tieng l’ova

La Vrnù apriva, prendeva il cestino di vimini e iniziava una estenuante trattativa su cosa offrirle, con elenco dettagliato che variava dal caffè al brodo alle sigarette per il marito al liquorino per il suocero. Puntualmente l’ovaista rifiutava gentilmente tutto e si riprecipitava a cucinare a casa sua.

Il sabato dopo pranzo iniziava la preparazione della crema. Mentre nonna girava lentamente quel denso e profumato fiume giallo, recitava delle preghiere atte a non farla impazzire. La crema. Nonna ha usato lo stesso cucchiaio mi pare d’argento o comunque di metallo per circa cinquant’anni: al punto che la parte tondeggiante sinistra si era consumata conferendogli una forma semi sinusoidale.

E io non so se, visti i tempi che corrono, basti un poco di zucchero: ma i miei auguri, oggi, ve li faccio così, offrendovi un poco di crema di zucchero di nonna Aida. Quella scacciaguai. Quella che non sarebbe mai potuta impazzire perché la guidava, oltre la sua mano esperta, la preghiera segreta che, ancora oggi, nessuno sa. Due ingredienti, saggezza e protezione, dei quali avremmo bisogno ora più che mai.

Auguri, supercalifragilini. In punta di cucchiaio. Tipo Totti.

I sepolcri

venerdì, marzo 29th, 2013

Triduo pasquale/2
Il venerdì Santo, comunque iniziasse la giornata, verso le tre virava verso freddo e pioggia. Mia nonna Aida alzava un occhio alla finestra e, con la stessa naturalezza con la quale avrebbe detto “ritiriamo i panni”, spiegava che “Gesù muore quindi anche il cielo piange”. Poi si dirigeva verso la sua camera da letto e aggiungeva:
-Copritevi che andiamo ai sepolcri

Andare ai sepolcri significava andare all’unica Chiesa del paese in cui era stato allestito, dopo la Messa in Coena Domini, l’altare funebre. Si “adorava la croce”, si dava un bacetto “sul costato di Gesù” sanguinante, ci si inginocchiava -mia sorella ed io, quasi uniche bambine col cappottino colorato in una schiera di donne anziane di nero vestite e velate- e si iniziava a pregare. Pregare era un diffuso bisbiglìo in latinodel quale non riuscivo a intercettare neanche una parola, comprese quelle di mia nonna, per cui ricordo che una volta, per non stare zitta, iniziai pure io a dire consonanti e vocali a casaccio in fila per imitarne l’effetto, una cosa tipo:
-aaaavvvvvvmmmmmmmrgrrrzzzzpllll dddmmmmuuummmm

Solo qualche anno dopo, alle scuole medie, riuscii ad aggiungere le lettere mancanti fino ad ottenere un più comprensibile

-avemariagratiaplenadominustecum benedictatuinmulieribus

Non capivo ma mi sentivo comunque partecipe di un momento importante. Sacro. Ricordo gli sguardi imploranti con i quali le vecchiette nerovelate si rivolgevano alle statue circostanti e avevo la certezza che, qualsiasi cosa stessimo facendo, da qualche altra parte avrebbe dispiegato un perché. Che ci avrebbe aiutati.

Poi si usciva per la processione, a passo lento. Ma siccome nonna a una certa ora doveva aprire il negozio piano piano acceleravamo e ci limitavamo al giro breve.
-Il Signore lo sa che è per rendergli servizio in un altro modo
diceva fra sé e sé nonna accompagnando la giustifica verbale con il segno della croce

Poi si andava ad aprire il caspita di negozio e quando vedeva i vecchietti, maschi, fuori in fila che aspettavano per le sigarette, si rigiustificava dicendogli
-Eh nu poc di sacrificio vi fa bén

Il rito dei sepolcri durava si e no un’ora. Dice il professor Pi che invece lui doveva farsi “il giro delle sette Chiese”, che iniziava la mattina e finiva il pomeriggio.  Ed è uno dei motivi per i quali sono grata di essere pasqualmente cresciuta in un paese piccolissimo che di Chiesa ne aveva una sola.

E siccome lui, il professor Pi, non mi sembra strutturalmente molto devoto mi stupivo sempre del fatto che lo ricordasse con un discreto entusiasmo. Così ieri gli è scappato. E ha detto che
-Certo Meri, che facevo il giro delle sette chiese. Era un ottimo modo per andare a giro tutto il giorno

Non so che ne pensi nonna Aida: e cioè se anche per il professor Pi valga quel
-Il Signore lo sa che è per rendergli servizio in un altro modo