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Emmy Noether, mamma dell’algebra a dispetto del mondo

mercoledì, aprile 5th, 2017

Storie calme di donne inquiete/16

“Pochi giorni fa una insigne matematica, il Professor Emmy Noether (…) è morta a 53 anni. Nel giudizio dei matematici più competenti la Signorina Noether era il più significativo e creativo genio matematico apparso finora da quando è iniziata l’educazione universitaria delle donne». Fu Albert Einstein a salutarla così. Dopo una vita in cui era stata bellamente emarginata, cacciata, umiliata. Perché, insisto, avete voi mai sentito parlare, accanto ad Einstein Albert o Poincarè Henri, di Noether Emmy?

Fräulein Noether, la “madre” della moderna algebra astratta, nasce a Erlangen, sud Germania, nel 1882 figlia di un insigne matematico. Ma dopo gli studi superiori non può iscriversi all’Università in quanto femmina. Che le femmine possono essere ammesse solo come Hospitanten: ascolti ma non puoi fare gli esami. Evidentemente è ancora lontana la consapevolezza che anche le orecchie delle femmine sono collegate al cervello. Siamo, ve lo ricordo, non al Pleistocene ma ai primi del Novecento. In ogni caso di lì a poco la legge cambia e l’Università aprirà le porte, oltre a Emmy, solo ad altre tre iscritte.

Riesce dunque a laurearsi e inizia a lavorare nel Dipartimento di matematica ma, chevelodicoaffare, senza essere pagata, che le femmine devono arrivare sempre in quota Florence Nightingale. E a nulla servono le segnalazioni di David Hilbert e Felix Klein, due scienziatissimi che sottolineano la validità degli studi della Noether. «Concedere la libera docenza a una donna? Giammai! Dopo questo nessuno le avrebbe più impedito di diventare professore e di partecipare al Senato accademico!” pare tuonassero cattedratici appartenenti alle facoltà delle cosiddette scienze morali, ed è a quel punto che Hilbert pare ebbe ad esclamare:«Signori, il senato non è mica un bagno pubblico!».

Emmy deve aspettare fino al 1922 per ottenere la nomina a Professore straordinario non ufficiale (e come ti sbagli) e insegnando sempre gratis nei corsi di Hilbert (e ci mancherebbe altro) in quel di Gottinga. Lei spopola non solo per l’algebra e non solo fra i matematici ma anche tra i fisici e infatti entrambi dovranno molto al suo Teorema di Noether, che fa luce sulla connessione tra simmetrie e leggi di conservazione.

Nel 1932 Emmy Noether è l’unica donna a partecipare alle ventuno conferenze plenarie del Congresso internazionale di matematica tenuto a Zurigo ma giusto l’anno seguente, riuscita a scampare ai divieti sociali per le femmine, arriva invece la persecuzione del governo nazista che le vieta l’insegnamento in quanto ebrea. Leggi razziali che produrranno uno sfacelo anche nella scienza, oltre che nel catalogo degli altri orrori. E’ costretta a emigrare in America ma, attenzione, nonostante il prestigio conquistato a caro prezzo, a differenza dei colleghi maschi ai quali verranno offerti incarichi di livello, lei finirà al collegio femminile Bryn Mawr in Pennsylvania. Dove in ogni caso continuerà a sfavillare e a raccogliere attorno a sé una comunità di matematici di grande valore e soprattutto di matematiche.

Ora è vero che la ricerca è un lavoro, e apre un destino, di solitudine. Ma un conto è la solitudine un conto l’isolamento. Eppure, ironia della sorte, il suo genio ha superato tutto al punto da poter parafrasare e applicare anche a lei il principio di conservazione: ovvero la conservazione nel tempo di una grandezza in un sistema isolato.

Emmy Noether, grande in un sistema isolato. Grande a dispetto del mondo.

Emmy Noether

Le rose di Inge

martedì, giugno 9th, 2015

Ingeborg Syllm-Rapoport oggi ha ottenuto il dottorato in medicina. Insieme a centinaia di migliaia di altre Ingeborg del mondo. Senonché la nostra ha 102 anni. Centodue. La tesi l’aveva finita nel 1938. Ma avendo origini ebraiche le fu negato il titolo. Senonché poi Ingeborg nella vita, emigrata negli Stati Uniti, è diventata una luminare della neonatologia dunque la sua bella carriera l’ha fatta e come. E dopo 80 anni tutto sommato hai già dimostrato a te stessa e al mondo quanto vali e le tue belle soddisfazioni te le sei prese,

Ora però era rimasto in sospeso quel titolo lì. Quello di quando ne aveva 25, di anni. L’Università di Amburgo se ne è accorta e l’ha convocata per darle la possibilità di ricongiungersi a quel pezzo di sé. A maggio ha superato “brillantemente” l’esame e oggi l’Università le ha conferito il dottorato.

Mi è tornato in mente finanche Gozzano, Guido: “Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state… Vedo la case, ecco le rose del bel giardino di vent’anni or sono!”. E invece Ingeborg quelle rose è tornata a coglierle. Dopo 80 anni. “Non ho voluto difendere la mia tesi per il mio bene -ha detto. Dopo tutto, all’età di 102, non è stato esattamente facile per me affrontare tutto questo. Ma l’ho fatto per le vittime”.

Che fine fanno le cose che lasciamo in sospeso? Dove vanno a finire? Cosa diventano? Leggendo di Ingeborg me ne sono venute in mente almeno una cinquina di quelle che mi riguardano e sono certa che ognuno di noi ha la sua personale classifica delle Incompiute. E insomma, in conclusione, forse è arrivata l’ora di darsi proprio al giardinaggio. Ma certamente c’è almeno una rosa da andare a cogliere.

 

Rose e libri

Non pensare all’orso

martedì, gennaio 6th, 2015

Si intitola “The imitation  game” e racconta la storia di Alan Turing, matematico inglese che con altri analisti riuscì a decrittare i codici segreti dei nazisti durante la Seconda Guerra mondiale. Ma non è quello nazista l’unico enigma che ci si trova ad affrontare una volta planati sulla poltrona del cinema. Turing è una personalità che oggi definiremmo borderline e a un certo punto, descrivendo la difficoltà di rapporto che ha con gli altri, dice che anche il linguaggio fra le persone è un problema di codici e, al contrario del rompicapo nazista, i linguaggi degli uomini lui non è in grado di decifrarli. Turing, in sostanza, è il babbo del computer. E quando gli chiederanno, ad inizio avventura

-Ma perché affronti questa sfida impossibile?

lui risponderà

-Perché a me piace risolvere problemi

Non per vincere la guerra, non per la gloria, non per la fama ma per un irrefrenabile desiderio di affrontare, capire, risolvere.

Ed è a un certo punto che si narra una storiella: ci sono due uomini in un bosco e a un tratto si imbattono in un enorme orso. Il primo comincia a tremare e pregare, il secondo inzia ad allacciarsi gli stivali. Il primo gli dice
“Guarda che non ce la farai mai a correre più dell’orso..”.
“Lo so -risponde l’altro- ma sarà sufficiente che riesca a correre più di te”.

Al netto del cinismo mi è venuto in mente che questo potrebbe essere un buon metodo per affrontare problemi più grossi di noi. Che dice la storiella? Che se devi battere l’orso non devi pensare all’orso. Ma a te. O meglio alle tue risorse.

Perché è questo che alla fine fa Turing: mette in campo la matematica per sconfiggere il nemico. E, in qualche modo, vincerà anche la guerra.

P.S.
La frase-guida:
Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.

Non dimenticar

domenica, ottobre 2nd, 2011

Che oggi è anche Marzabotto.

“Ecco una cosa che ho capito: che molti vogliono ammazzare qualcun altro. Ma non ho capito perché”

“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato a essere”

«Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana”. (Salvatore Quasimodo)

Ma Liberaci dal male

lunedì, aprile 25th, 2011

 Io nel 1945, nonostante le apparenze possano far sospettare il contrario, non c’ero. Ma mia madre si. Aveva dodici anni. Ma non aveva più una casa, una famiglia, un’infanzia: gliel’avevano portate via già da due anni.

Tu te ne stai lì a suonare il pianoforte nella tua bella casa in cima ai monti di uno sperduto paese del Molise, che ci hai dieci anni e non lo sai ma hai la sfiga di abitare vicino al Sangro, e a un certo punto il mondo ti si rivolta contro, parlando una lingua che non hai sentito mai, piena di consonanti senza manco una vocale.

I tedeschi, in verità, entrarono a casa sua in punta di piedi. Forse, addirittura, bussarono. Poi, in pochi mesi, diedero fuoco al pianoforte, alla casa, al paese e a tutto il circondario. Prima, però, si premurarono di devastare tutto, cacciando e disperdendo persone e famiglie.

Scappò, a novembre, con un paio di zoccoli e sua nonna, mangiando pane secco ammollato con l’acqua per mesi: si è fatta decine di chilometri a piedi nella neve tra i campi minati e ha visto cose che noi umani è meglio che non ve le racconto.

Ecco, adesso se volete andarle a spiegare che oggi è Pasquetta fate pure. Però vi avverto: ha 78 anni ma – nonostante non abbia mai più imparato a suonare il pianoforte, riempia dispense come dovesse sfamare un reggimento e ancora abbia paura quando vede fuochi, tuoni e lampi – ha sempre la forza di un leone e la memoria di un elefante. Vi sconsiglio vivamente, quindi, di mettervi sulla traiettoria delle sue mazzate.

E oggi, per noi, è il 25 aprile: la Festa della Liberazione.

Oggi è il 16 ottobre. Quello.

sabato, ottobre 16th, 2010

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto

(F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)