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La musica esiste perché è esistito anche Freddie

giovedì, novembre 24th, 2011

Venti anni. Ripeto: venti anni. Fa. Porcamiseria. Io mi ricordo ancora dove ero seduta. E dove era seduta Paola. La mia collega. E pure Emanuela, per dire.
Redazione Interni, io alle agenzie. Tipo vigile urbano.
 -Meripo’ avverti se succede qualcosa
-Certo

Un giorno di ordinaria calma semipiatta. Certo c’era sto nome ricorrente ma era a Spettacoli. E che io sono Spettacoli? No, Interni. Certo arrivavano i messaggi di cordoglio. Parecchi. Un fiume. E che io sono Fabozzionoranze?

Poi a un certo punto arriva il cordoglio della Regina d’Inghilterra. Ed è lì che calo il jolly. Sottovoce:

-E’ morto un certo Freddie Mercury
-EEHH????? (Paola)
-CHECCOSAAAA???? (il capo)
Schiarendomi la voce
-E’ MORTO UN CERTO FREDDIE MERCURY. TRE ORE FA

Beh è stata un’esperienza interessante spolverare scrivanie nei sei mesi successivi.

Io ogni 24 novembre ci penso. Ci penso a te, Freddimercuri che non sapevo chi fossi, che m’ero dedicata solo a Bach e Mozart e che ti ho saputo solo quando non c’eri già più. E credo che in qualche modo avesse ragione persino il poveruomo (nel senso il mio ex marito):

-Ma che caz caspiterina studiavate, tutto il giorno, al Conservatorio?

Lost in desertèscion

venerdì, gennaio 14th, 2011

30 dicembre 2010 

Il primo deserto di Meri Pop si inaugura, chevvelodicoaffà, con una tempesta di sabbia: diciamo che è come stare dentro a una lavatrice senza esclusione di centrifuga, in cui vedi solo bianco intorno mentre ti senti sballottolare di qua e di là. Al punto che il nostro driver, Belay, si volta in continuazione verso i passeggeri dei sedili posteriori, nella fattispecie Giorgio e Meri Pop, per chiarire subito abbastanza allarmato che “tudei is veeeri veeeeeri difficult”. Non avevo alcun dubbio in proposito, caro. 

Foto Professor Pi

Abbandonato a cento metri dalla partenza il piano A di procedere per gruppo compatto nella formazione 6 jeep e 2 pick up (le jeep portano noi, i pick up acqua, viveri e vettovaglie) si incarica il vento dancalo di offrire il piano B: ognuno come caspita può. Si tenta un primo stop di ricompattamento al quale mancano già una jeep e un pick up. In stile lavatrice si giunge non chiedetemi come or su una duna or su un cespuglio or su non si capisce un tubo. 

Ma è a questo punto che devo, e fortissimamente voglio, fare il primo mea culpa aprendo una parentesi alla Giuseppe De Rita che non intendo risparmiarvi. Si dà il caso che, nei due giorni precedenti, la spedizione dancala abbia attraversato zone che nessuno al mondo penserebbe mai di abitare. Tranne gli Afar, evidentemente. Distese a perdita d’occhio di pietre, rocce, sabbia e nulla arroventate, con temperature che non scendono mai sotto i 35 gradi e d’estate arrivano ai 50, tutto possono essere tranne che un habitat umano. Eppure ci vivono, rintanati in micro igloo di legno coperti di juta e stracci. E te li vedi comparire all’improvviso come miraggi, dalle bolle e dai vapori di afa che continuamente salgono da quell’inferno ribollente a cielo aperto: alti, asciutti, esili ma forti, neri e duri come il carbone, avvolti in stoffe di rara bellezza e colori. 

Foto Professor Pi

Guardando vagare così anche i bambini mi ero ritrovata a pensare che di tutta questa povertà dignitosissima c’era una cosa che più di tutte mi angustiava: che la povertà aggiuntiva era quella di chi trascorrerà tutta una vita senza poter ascoltare un verso di Dante o una nota di Mozart e di Bach. Lo sapete che avete una blogger scema, non è che senza la Dancalia non fosse già evidente, me ne rendo conto persino io. Ma non intendo mentirvi: da quel finestrino della jeep, col naso schiacciato al vetro e inutilmente schermato da un fazzoletto per arginare polvere e sabbia, questo andava arzigogolando nella sua evaporata testolina Meri Pop. 

E questa teoria dell’assenza dell’essenziale alla sussistenza, che nella visione Meripoppica della vita comprende Dante e Bach, la vostra Meri aveva avuto modo di illustrare al dividente tenda, nonché suo dancalian operator Professor Pi. Il quale, da par suo, aveva vuto modo di illustrarle – a ridosso di una buonanotte che stentava ad arrivare da ore- e pur comprendendo il rammarico insito nell’analisi sociologico cultural musical, la seguente controteoria: “Meripo’, non hanno Bach. Ma avranno certamente le loro musiche, le loro canzoni, le loro storie attorno al fuoco, le loro danze. In tanti secoli se ne saranno fatti una ragione di dover fare a meno di Dante. Mo’ però fattene una ragione pure tu. E dormi, Meripo’”. 

Ciò verificandosi il 29 sera è del tutto  immaginabile  la scena che si è dipanata nell’abitacolo della Toyota il 30 mattina quando, sistematasi Meri Pop con Giorgio sul sedile posteriore e il professor Pi a mo’ di navigatore davanti, Belay the driver inseriva nella radio di bordo una nuova musicassetta dopo tre giorni di nenia etiope. 

E’ a quel punto che la teoria dell’assenza ha impattato sul bel sorriso un po’ sdentato di Belay, nel momento in cui da quell’aggeggio hanno iniziato a diffondersi nella tempesta di sabbia del deserto dancalo, le inconfondibili note di un Concerto Brandeburghese di Bach. Il professor Pi, ostentando assoluta indifferenza, accennava solo un mezzo giro di capoccione ruotante verso l’ala est del sedile posteriore. E a una Meri Pop a bocca aperta e ammutolita, col ditino indicativo verso il dancalico mangianastri, diceva solo: “Meripo’, ‘sta teoria è durata si e no dieci ore”. 

Ancora basita, tipo statua di sale, Meri Pop tentava l’ultima carta:
-Bailaaaaaiiii, bat dis is classic miusic?
e con un disarmante sorriso Belay metteva il chiodo defintivo sulla bara della teoria dell’assenza con un lapidario:
-Yessssss, dis is Bach. 

 

Dunque, che stavo a dì? Ah, si, dicevo che mai più ripresasi dalla disfatta culturale abbattutasi su di lei di prima mattina, Meri Pop si attrezzava per mai più riprendersi anche dalla tempesta di sabbia che il vento dancalo sollevava -per poi abbattere congiuntamente alla batosta di Bach- sulla sua esimia persona. 

Arrivati non si sa come -ma accompagnati dalla selezione bachiana- a un sedicente “punto ristoro” (trattavasi di approssimative capannucce sgarrupate piazzate in mezzo al pietroso deserto come fossero state paracadutate dall’Unhcr) si prendeva sconsolatamente atto del fatto che, effettivamente, sì, una jeep e un pick up mancavano all’appello da oltre due ore. Ergo si erano persi ergo gli si era scassato barra insabbiato il mezzo. 

Al modico prezzo di 300 birr (15 euro, mezzo stipendio mensile locale) i due capospedizionieri decidevano, dopo estenuanti trattative con il capovillaggio, la nostra scorta armata, lo stregone, la guida, i cuochi, gli autisti e un’inimmaginabile sequela di feroci Afar materializzatisi non si capisce da dove, di affittare una delle baracchette come ricovero della spedizione italica in attesa di ritrovare i 3 componenti inghiottiti dal deserto dancalo. 

Affranti, sconsolati, preoccupati, accaldati e altro, i nostri 18 meno 3 si stravaccavano a casaccio su stuoie di indecifrabile origine ma di certa provenienza ricovero animali. Ciò non impediva loro, dopo altri due minuti di afflizione, di reagire a schiena dritta e stomaco vuoto di fronte all’imponderabile, al grido di “Vabbè, c’è qualcosa da mangiare?”. 

Foto Professor Pi

E così, mentre una truppa scelta di perlustratori, formata da due autisti, si avventurava nel nulla dancalo alla ricerca degli aghi nel pagliaio, i baraccati allestivano una sorta di estemporaneo Autogrill in cui, piazzato al centro della pulciosa stuoia come Antonello Colonna, Stefano iniziava ad affettare un tipico alimento da deserto, il prosciutto crudo, le cui proprietà notoriamente ben si attagliano alle temperature roventi nonché alla depressione dancalica. Per le temperature non lo so però vi giuro che la depressione ci era passata già al secondo giro di affettati  in vassoio. 

Vorrei che non trascuraste di considerare la situazione contingente, con gli Afar affacciati da una finestrella nella buia baracca a guardare lo spettacolo di 15 polverosi e malmessi occidentali che si agitavano attorno a un vassoio di mosche e prosciutto intervallando il rumore di ganasce con episodici “mi passeresti i crackers?”, “c’è pure della caciotta?” “no ma c’è l’emmental”. 

Nè si tralasci però di accompagnare questa surreale scena -nella quale a un certo punto è comparso anche un incredulo Afar armato che faceva segno di volerci fotografare lui a noi- con il sentimento di profonda apprensione per le sconosciute sorti dei dispersi che ben veniva riassunto nell’estemporaneo avvertimento “Oh, lasciamo qualche fettina pure per quei tre poveracci”. 

A lungo interrogatici sullo stato di prostrazione, paura, ansia barra terrore panico nel quale si stavano certamente agitando Patrizia, Max e Luca, prigionieri del deserto da oltre tre ore presumibilmente con poca acqua a bordo, veniva infine ipotizzata una finale accoglienza a base di gocce di Lexotan più che di fette di San Daniele. 

Passando le ore e non giungendo alcun rumore di jeep di ritorno, ci si apprestava sconfortatamente a valutare l’ipotesi di un pernottamento in desertica baracca dancalica. Lo sconforto di Meri Pop prendeva la via della disperazione alla sola idea. Abbinata al fumetto perfettamente intelligibile sulla capoccella reclinata sulla stuoia pulciosetta: “io vorrei solo sapere chiccaspitamel’haffattofareammè”. Sognando una Coca cola gelata ma anche solo un rumore di Toyota in avvicinamento, Meri Pop giurava a ciò che rimaneva di se stessa che “la prossima volta che mi viene in mente di partire per non so dove, piuttosto faccio Muzio Scevola anziché cliccare Prenota”. 

Ma Allah è grande. E rumoroso. Tipo come un rumore di Land Cruyser. E dunque dopo cinque ore -ripeto: cinque ore- di attesa sotto una baracca di lamiera nel tempestoso deserto dancalo, ecco il lontano muggito di una Toyota: no, non quella rotta, abbandonata al proprio destino di catorcio, ma quella dei soccorritori che restituivano finalmente all’affetto di noi cari le amate sembianze dei disperati dispersi Patrizia, Max e Luca. 

Dispersi non c’è dubbio. Avanzerei però delle obiezioni sulla disperazione visto che i 3 Lost in Dancalia apparivano niente affatto bisognosi di scolarsi un bidone di Lexotan quanto piuttosto uno di birra. Tranquilli e sereni come fossero appena sbarcati dalla Costa Crociere i nostri optavano per le fette di prosciutto e ai 15 apprensivi compagni ansiosi di sapere i dettagli del dancalo trauma era Patrizia che riassumeva: “Ciao cari”.
Alla domanda “ma non hai avuto paura?” rispondeva piuttosto sorpresa “ma di che?” specificando più avanti alla domanda “ma che pensavi mentre eri lì?” un disarmante ” Veramente ho letto un libro”. 

Rifocillati i lost in desertescion e al grido di “stringetevi nelle altre macchine che ora ce ne abbiamo una in meno” i nostri eroi si tuffavano nei rispettivi abitacoli  alla volta del denominato nel programma “Campo base dell’Erta Ale”. Trattavasi di vulcano dancalo. Ma non si capisce bene in base a quale associazione mentale Meri Pop immaginava di approdare al campo base dell’Everest così come descritto nei sublimi reportage di Krakauer, campi dotati di ogni assistenza, confort e atmosfera grandi-imprese-dell’uomo-nella-sua-perenne-sfida-alla-potenza-della-natura. 

La desolata, sporca e arroventata pietraia che si presentava, sia pur col favore dell’inoltrato tramonto, ai loro occhi contornata di fatiscenti e olezzanti capanne, segnava definitivamente la distanza tra l’Everest e l’Erta Ale ma soprattutto fra i reportage di Krakauer e quelli di Meri Pop. 

Piantata la condominiale tenda Ferrino in cui il professor Pi si era offerto sin dall’inizio di ospitarla, Meri Pop, dopo una fugace seduta alla toilette delle signore situata dietro un cespuglietto spinoso, adeguatamente sfamatasi con un gavettino di pasta al sugo, si infilava fiduciosa nella tenda. Salvo poi balzarne fuori come una molla alla prima scossa sismica provocata dalla fuoristante imperversante tempesta di vento.