Posts Tagged ‘morte’

Ho subito due gravi incidenti, uno col tram l’altro con Diego

giovedì, marzo 20th, 2014

“Ho subito due gravi incidenti nella mia vita. Il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego”. Alla fine la vita, la morte e l’arte di Frida Kahlo mi sa che sta chiusa tutta qui dentro, nello spazio di queste 24 parole. E c’è che anche quest’anno la mia amica Chiarè mi ha detto

-Meripo’ ci vieni all’anteprima social della mostra di Frida?

Quest’anteprima social l’avevano già fatta l’anno scorso per Vermeer, alle Scuderie del Quirinale che è un posto che meriterebbe di essere visto anche senza manco un quadro dentro, e significa che tutti quelli che si incontrano sui socialcosi poi una sera si incontrano di persona e davanti a dei capolavori. Che una non sa per cosa emozionarsi prima. C’è che è quella sera nella quale tutti mi chiamano Meri, per dire.

Insomma ieri sera hanno aperto le cornici e il busto di gesso e i corpetti e i segreti e le porte di Frida. Non so se vi piacciano i suoi quadri ma la mostra secondo me non è su quello: stavolta in mostra c’è la sua vita, il suo folle dolore che -più che quello della presunta polio e del vero devastante frontale con un tram che le ha trapassato da parte a parte un fianco- è stato un folle dolore d’amore che le ha trapassato da parte a parte il cuore. L’amore per questo caspita di Diego Rivera che diventerà suo marito pur non diventando mai suo.

Su quelle pareti e in quelle teche non ci sono solo le immagini che hanno fatto di lei un’icona di passione rivoluzionaria e artistica, l’ocultadora, la ribelle, non c’è solo la congiuntura dei sopracciglioni e l’esibizione del baffetto, c’è -per dire- pure questo:

cioè il busto di gesso dentro al quale fu prigioniera e che arredò come una casa.

Io non riesco a descrivervela, questa mostra: dovete andare là e tuffarvici dentro. E farvi passare da parte a parte. Come successe a lei col tram. E con Diego.

Frida Kahlo
Scuderie del Quirinale, Roma

20 marzo – 31 agosto 2014
a cura di Helga Prignitz-Poda

www.scuderiequirinale.it

A casa di Fausto

giovedì, gennaio 24th, 2013

C’è chi come Dora scrive “per non perdere l’abitudine :)”. Chi, come Eugenio, passa la mattina a dargli il buongiorno. Chi, come Carla gli lascia l’invito a un convegno. Chi va di fretta, come Eli, e lascia solo “ciao ciao ciao”. Chi, come Eli il giorno in cui va meno di fretta gli racconta che “Cosentino per dispetto s’è portato via la lista del PdL Campania! 😀 😀 ahahah”, Towanda gli fa gli aggiornamenti della situazione di “prendi le liste e scappa”, Fiorenzo gli augura “Buon fine settimana”.  Ah e poi Mariapa’ gli scrive che stava in macchina con la Brù “che è fissata con le diete. ora ne sta facendo una dove mangia praticamente tutto ciò che le va, che sarebbe una dieta fantastica se non fosse per il trascurabile dettaglio che il peso è uguale a prima… insomma, lei era in macchina con Genio e Betta e raccontava di una sua conoscenza che invece “pensa, ha perso TRENTOTTO chili”. Brù, le dico, le sarà scappato il cane…”. Lucrezia gli posta “l’ultimo di Guccini. Una canzone bella, di resistenza e lotta, triste e forte. Si muore, ma si rimane a difendere le idee di chi muore”.

E’ così da un mese. La bacheca di Fausto. Fausto che se n’è andato la sera di Natale, che dice la mia amica Chiara che l’ha fatto per inserirsi nel flusso di traffico di angeli che salivano e scendevano. Fausto che se una causa non era impossibile non gli piaceva. Fausto che quando non ha più potuto invitarci a cena in una casa ha continuato a invitarci a qualsiasi ora in quell’altra casa, quella 2.0. Che questo era la sua bacheca: casa nostra.

Ed è lì che continuiamo ad andare ogni giorno. Nella speranza di vederlo fare capolino da qualche link. E mentre lo aspettiamo ci teniamo compagnia fra noi. Pedro, il suo figliolo, ci offre il cappuccino la mattina o lo Spritz la sera.  Perché Pedro, anche quando Fausto se n’è andato, ha lasciato la porta di casa aperta.

Digitare il tuo nome per venirti a trovare, Fausto caro, è un po’ come suonare al citofono: e pensa che, quando entro sulla bacheca, sento persino il profumo della pipa.

Amore, morte e altri disguidi

lunedì, aprile 23rd, 2012

Nonostante Repubblica di oggi ci renda edotti del fatto che esiste un “Sorpasso del maschio, nella salute batte la donna  – Domani vivrà più a lungo”, ecco appunto domani, intanto oggi riceviamo, sobbalziamo, trasaliamo e un po’ persino inorridiamo ma nonostante ciò pubblichiamo.

di Pecèrin

Mi rende giulivo il trovare in questo romanticissimo locus telematicus il doveroso approfondimento del rapporto che lega la morte con l’amore, due spiacevoli condizioni che appajono entrambe inevitabili per l’essere umano, e che presentano tra loro molte analogie, anche se la seconda solitamente causa meno disagio in colui che ne è colpito.

 Il rapporto tra amore e morte, in realtà, è esemplificato in maniera perfetta dal film “Love Story”, una pellicola che dovrebbe essere resa obbligatoria per l’educazione sentimentale dei giovanetti di ogni sesso. Per gli ignari, riassumiamo la pellicola.

 Il ricco Oliver (Ryan O’Neal) incontra Jennifer (Ali McGraw), di umili origini e di forte carattere. Nonostante le differenze sociali i due si innamorano profondamente e nonostante l’opposizione violenta del padre ricchissimo e potente di Oliver, decidono di sposarsi. A causa di ciò lui litiga irrimediabilmente con i genitori; lei è costretta a rinunciare ad una prestigiosa borsa di studio per recarsi in Europa. Vivono in ristrettezze economiche ma felicissimi, nutrendosi del loro immenso amore, mentre lei si mette a fare l’insegnante per sbarcare il lunario e lui fatica a potersi permettere l’università. Ad un certo punto le cose cambiano. Olivier si laurea in legge a Harvard e viene assunto in un prestigiosissimo studio legale.

A questo punto, nella vita reale, Oliver si chiederebbe del perché continua a stare con una morettina insopportabile e petulante che inizia a rendergli la vita impossibile per avere figli, mentre ci sarebbero tutte quelle segretarie bionde e disponibili con le quali passare piacevoli momenti nelle serate di lavoro. Si chiederebbe anche del perché continuare a essere in rotta con i genitori, quando potrebbe acquistarsi una automobile sportiva e spassarsela con tutto il bel mondo di New York. Nella vita reale inizierebbero le bugie, le scuse, i finti impegni ed infine i litigi, le urla, sicuramente un costosissimo divorzio che lascerebbe irrimediabili strascichi.

Ma quello nel film è l’amore perfetto, non quello della vita reale. E cosa succede? Che un attimo prima che la storia entri in crisi alla nostra Jennifer viene diagnosticata una leucemia fulminante, che molto rapidamente la toglie di mezzo lasciando il fortunatissimo ed innamoratissimo Oliver a godersi la parte più bella del matrimonio, ovvero la vedovanza.

 Ecco il rapporto tra amore e morte: nell’amore vero lei muore di leucemia prima della fine del secondo tempo, lasciando niente altro che un profondo rimpianto, un vuoto incolmabile e auspicabilmente una cospicua eredità. Questi sono gli amori felici.

Invece, nella vita reale, bisogna prendere atto con disappunto e indignazione che le donne sono dotate di una salute di ferro. Perfette, sane, in forma smagliante scoppiano di salute. Neanche un’alterazione alle transaminasi, una tiroidite autoimmune, un tumore benigno all’ipofisi. Niente. Sanissime. E l’uomo come me che cerca l’amore vero a macerarsi l’anima aspettando la dipartita.

Talvolta va pure peggio: qualche anno fa sono stato per un tempo non trascurabile con una ragazza, M. Un’artista bravissima, una donna bella ed estremamente affascinante, che ha avuto giustamente tutto il successo che meritava. Mi diceva tutti i giorni, ripetendomi questa frase come un mantrasappi che se noi due ci lasceremo io ne morirò. Sappi che non riuscirò a sopravvivere senza di te”. Ebbene, ci siamo lasciati, ed io ero preoccupatissimo di ricevere da un giorno all’altro la notizia della sua morte, che mi sarebbe molto dispiaciuta. Proprio qualche mese fa mi telefona dopo un lunghissimo silenzio, e mi dice che adesso vive a Milano. Io la invito ad un aperitivo, immaginando che mi debba parlare del sarcoma che l’ha colpita e che le lascia pochi giorni di vita. Mi preparo psicologicamente a incontrare un rudere umano, parcheggio addirittura l’auto in uno spazio per disabili, sicuro di trovarla in una sedia a rotelle.

 Immaginerete la mia delusione quando l’ho vista più bella di prima, splendida, ingrassata e dimagrita nei punti giusti e con un decoltè che mi ha fatto fermare l’orologio.

come stai?” le chiedo. “bene!” risponde lei. Ma come, chiedo io, neanche un poco di emicrania, un mal di denti, una gastrite? “no”

L’ho invitata a cena a casa mia. Ha rifiutato, dicendo che non ci casca più con quelli come me.

Ha fatto bene.
Perché non volevo approfittarne sessualmente.
L’avevo invitata solo per avvelenarla con comodo.

Partenze difficili e partenze definitive

mercoledì, marzo 14th, 2012

Tema: “partenze di giornata impegnative”

Svolgimento:
Prime ore della mattina, interno letto
DLIN DLIN. Sms da amica con padre farfallone amoroso
“Meripo’, papà se n’è andato”
“Di nuovo? E con chi stavolta?”
“Meripo’, è morto”

In qualsiasi modo abbiate iniziato la giornata ritengo questo incipit insuperabile. Unico punto a mio favore il suo sms di ritorno:
“Ero certa che mi avresti strappato una risata persino ora”

Detto questo, buon viaggio papino della mia amica.

(che Louis gli piaceva assai)

“Tutto quel dolore? E’ la guerra: per questo l’Italia la ripudia”

domenica, gennaio 29th, 2012

Per quelle strane coincidenze della vita due giorni fa vi ho parlato degli “ebbrei“. O meglio, ne ho fatto parlare quella bambina di dieci anni che è mia madre. Quella storia la raccontai in un libro (quello che ricordava Nomfup): misi mia madre davanti a un registratore e le chiesi di raccontarmi che cos’è la guerra, quando hai 10 anni. Poi chiesi a Oscar Luigi Scalfaro di scriverne una Prefazione.
Mi rispose che ormai scriveva poco ma soprattutto mi disse:  “e cosa posso aggiungere io a quel mare di dolore che parla così bene da solo?”.
Però lo fece. “Per quella bambina”. Mi mandò quattro cartelle scritte a macchina, mentre eravamo in pieno conflitto iracheno. Queste sono le ultime righe:

Tutto quel dolore? “E’ la guerra. Per questo l’Italia la “ripudia”. (…) Mentre esce questo diario così vivo e doloroso altra guerra non ha ancora cessato di insanguinare l’umanità. Ed è sorta la teoria della guerra preventiva che non trae legittimazioni nel diritto internazionale e tanto meno nei principi generali dell’etica e con le bombe intelligenti sono apparsi, nel linguaggio che tutto aggiusta, i morti e i feriti del fuoco amico! (…)
Per chi legge qui c’è il breve diario di una sofferenza dovuta alla guerra; una sofferenza piccola di fronte all’immane devastazione della guerra. Ma l’umana sofferenza può mai essere chiamata piccola?
Questo certamente non è il pensiero di Dio.
E quanti di questi piccoli e ignoti episodi di guerra? Migliaia? No, milioni e milioni, un’alluvione di umano dolore: e questo dolore quanto vale?
Quanto vale per ciascuno di noi?
Quanto vale per te che leggi?”.

Il numero di Aurelio

venerdì, luglio 22nd, 2011

Circa due mesi fa è morta una persona cara.

Non scrivo amico perché dopo l’Università -quindi parliamo del Pleistocene- non c’era più stata molta consuetudine. Io sapevo che lui c’era, che faceva -che faceva cose che ogni tanto uscivano sui giornali o sui siti- lo seguivo da lontano, qualche volta anche da vicino. Anni fa ci eravamo anche risentiti per telefonino quindi io avevo il suo telefonino, che invece quando io andavo all’Università non c’erano i telefonini, comunque c’erano già la luce elettrica e l’acqua corrente in casa.

E dunque io poi sono stata al suo funerale. E l’ho rivisto direttamente lì dopo tanto tempo. E noi quando eravamo all’Università eravamo in quattro che studiavamo insieme, suonavamo insieme, facevamo ripetizioni di latino insieme, ci veniva l’ansia insieme, uscivamo a scaricare l’ansia insieme.

E il giorno del funerale noi quattro quindi ho pensato che eravamo rimasti in tre. E mi sembrava un po’ troppo presto. E degli altri due io quel giorno ne ho visto solo uno. E ci siamo messi vicini. In piedi. La Chiesa era piena e noi due eravamo soli, mi sembrava. Non ci siamo detti una parola, ci siamo guardati e basta. Siamo stati zitti per un’ora e mezza. Davanti a una bara. Mi sembrava troppo presto per stare lì di fronte. Troppo.

Poi ci siamo salutati. Ci siamo salutati zitti. E io sono uscita. Zitta.

Insomma poi io a lui ho pensato tanto nei primi giorni, poi meno. E ieri a un certo punto dovevo mandare delle notizie per sms a uno che il cognome inizia come quello di Aurelio E, mentre cercavo il cognome di quell’altro, sulla rubrica mi è spuntato il nome, il cognome e il numero di Aurelio. Non mi ricordavo di avere il suo numero. E mi è sembrato che tornasse, all’improvviso. Ho guardato quella scritta del nome e del cognome e mi è venuta persino la tentazione di chiamare.

Perché che succede quando si chiama un cellulare di uno che non c’è più? Può ritornare per un attimo?
Lo so, è ora che prendiato atto che state leggendo le righe di una sconsiderata. Ma io me lo sono chiesto sul serio: se io ora ti chiamo, ti ritrovo, solo per un momento prima che tu te ne vada definitivamente?

E ho pensato che no, che lui se n’era andato ma mi era rimasto solo intrappolato il numero, nel telefonino. E siccome sono due giorni che devo sempre cercare il nome di quell’altro, spesso, spesso mi compare Aurelio.

Così ho pensato che dovevo lasciarlo andare. Non trattenerlo nel telefonino. Cancellarlo. Si, credo sia giusto. E’ ora.

Ma non quella di ieri, di ora. Magari più in la’.