Posts Tagged ‘Monte Sole’

Marzabotto, il Sole oscurato della memoria

venerdì, settembre 29th, 2017

Iniziarono  il 29 settembre e finirono il 5 ottobre 1944. Ma continuarono per altre vie a a uccidere fino al 1966.
Lo fecero random, in 115 luoghi dell’Appennino bolognese e lo fecero soprattutto i reparti della XVI SS Panzergrenadier Division, la stessa della strage di Sant’Anna di Stazzema, capeggiati tra gli altri dall’ufficiale hitleriano Walter Reder.
Uccisero 770 persone, tra cui 216 bambini sotto i dodici anni. Volevano sterminare i gruppi partigiani. E presero di mira i civili; donne, bambini e anziani. Arrivarono come lupi. Setacciarono ogni casa, ogni fabbricato, ogni fienile massacrando chiunque si trovasse sul loro cammino.

E’ la strage di Monte Sole. Detta anche strage di Marzabotto.

Strage che continuò a uccidere anche quando era finita e fino al 1966: perché prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a esplodere negli anni uccidendo altre 55 persone.

Il boia di Marzabotto, il maggiore Reder, condannato all’ergastolo, è morto nel 1991. Da libero cittadino austriaco. Nel 1964 espresse rammarico e pentimento alle comunità di Monte Sole. Scarcerato nel 1985, nel 1986 rilasciò un’intervista a una rivista austriaca, in cui ritrattò ogni pentimento affermando di non dover giustificare le sue azioni passate.

Dopo aver riempito intere giornate di MaiPiù c’è che non a volte ma proprio oggi, invece, ritornano. Non sono più fantasmi: sono di nuovo nomi, bande e volti. Sono di nuovo persone.

Monte Sole stele

Marzabotto, #ilcoraggiodi imparare dalla storia

mercoledì, aprile 22nd, 2015

“Ecco una cosa che ho capito: che molti vogliono ammazzare qualcun altro. Ma non ho capito perché”

La guerra raccontata in un tweet, con gli occhi di una bambina. Anche questo è  “L’uomo che verrà”, un film di Giorgio Diritti (se ne era parlato pure qua) quello di “Un giorno devi andare”. Brutalmente riassumendo c’è Martina che ha 8 anni. Non parla più da quando le è morto il fratellino. La mamma ora ne aspetta un altro. Per lei è il 1944 in quel dell’Appennino emiliano, per noi che la guardiamo è la strage di Marzabotto vista in diretta con i suoi occhi di bambina.

Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre. Senonché allo spuntar del giorno arrivano anche le SS. Le mitragliate contro vecchi, donne e bambini che vengono trucidati, dopo esser stati rastrellati, arrivano fino alle rosse poltroncine. Vengono chiusi tutti dentro a una chiesetta dopodiché lanciano le granate della strage. Martina, illesa, torna a casa ma trova solo stanze vuote e silenzio.

E’ a quel punto che prende la cesta con il fratellino, esce e gli canta una ninna nanna. Lei riacquista la parola noi un po’ di fiato e  fiducia: eccolo lì, è lui l’uomo che verrà.

Sono giornate di dolore anche queste e ancora uomini che sterminano altri uomini e li affogano davanti a casa nostra e, di nuovo, la quota-parte di cinici ai quali si aggiungono gli idioti da tastiera. Perché se financo la spietatezza a volte si ferma, l’imbecillità purtroppo mai, manco davanti a un’ecatombe.

Ma un’altra frase, di quel film, mi torna spesso in mente:

“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato a essere”.

Se qualcosa Marzabotto e Monte sole ci hanno insegnato a essere è ora di tirarlo fuori.  Che il coraggio, a volte, non ha bisogno di gesti eclatanti: si esercita anche da fermi. Non facendoci trascinare dalla barbarie più subdola: quella che non esplode sui campi di battaglia a colpi di cannone ma avanza, strisciando, a colpi di pensiero.

Da L'uomo che verrà

L’uomo che verrà

mercoledì, aprile 24th, 2013

Andai a vederlo un pomeriggio da sola, fresca di separazione, al secondo spettacolo. In un cinema nel quale non fanno l’intervallo. Che quando si va al cinema da soli il momento peggiore è quello. Ero l’unica sotto i settanta. Anni. Il film era in bolognese stretto, sottotitolato. E dunque stavo gettando le premesse per una disperazione senza ritorno. Eppure quel pomeriggio resta nella mia personale Hall of fame delle scelte azzeccate. Una classifica non affollatissima ma di qualità.

Si chiama “L’uomo che verrà” e il regista è Giorgio Diritti, quello di”Un giorno devi andare”. Brutalmente riassumendo c’è Martina che ha 8 anni. Non parla più da quando le è morto il fratellino. La mamma ora ne aspetta un altro. Per lei è il 1944 in quel dell’Appennino emiliano, per noi che la guardiamo è la strage di Marzabotto vista in diretta con i suoi occhi di bambina. Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre. Senonché allo spuntar del giorno arrivano anche le SS. Le mitragliate contro vecchi, donne e bambini che vengono trucidati, dopo esser stati rastrellati, arrivano fino alle rosse poltroncine. Vengono chiusi tutti dentro a una chiesetta dopodiché lanciano le granate della strage. Martina, illesa, torna a casa ma trova solo stanze vuote e silenzio.

E’ a quel punto che prende la cesta con il fratellino, esce e gli canta una ninna nanna. Lei riacquista la parola noi un po’ di fiato e  fiducia: eccolo lì, è lui l’uomo che verrà.

E’ che viviamo aspettando. Ma è come se in questo 25 aprile avessimo perso anche la fiducia nel declinare i verbi al futuro. A malapena si declina il presente. Anzi certi giorni si declina e basta. Poi mi è tornata in mente questa faccina qui:

e pensando che è da questa e altre immani tragedie che arriviamo forse uno dei più grandi atti rivoluzionari, in questo momento, è proprio credere di poter liberare il futuro. Anche nel senso della declinazione del nostro.

Non dimenticar

domenica, ottobre 2nd, 2011

Che oggi è anche Marzabotto.

“Ecco una cosa che ho capito: che molti vogliono ammazzare qualcun altro. Ma non ho capito perché”

“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato a essere”

«Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana”. (Salvatore Quasimodo)