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La Punto unida

martedì, settembre 10th, 2013

Qualche anno fa, non tanti, sono sopravvissuta anche al Ministero della Pubblica Istruzione. Avevo un autista (la kasta). E una Punto (la casta). E avevo Marcello. L’autista. Schivo, riservato, mai una parola in più dello stretto necessario. Buongiorno. Buonasera. Come sta. Dove andiamo.

Un giorno, poco prima della rovinosa e anticipata caduta del governo, al termine di una lunghissima e drammatica giornata, gli dissi di andare che avrei preso un taxi. Non si mosse dal cortile. Mi riavvicinai al finestrino

-Marcello, davvero, non si preoccupi

E lui

-Dottorè, io prima ero meccanico, meccanico specializzato. E io, dottorè, io ho aggiustato il pulmino degli Inti Illimani. E in giro da sola io, stasera, non ce la mando.

Forse questo sono stati, e sono ancora, quegli anni. Quei 40 fa anni.

Non sono stati gli Inti Illimani. Ma il pulmino. Quello che Marcello ha aggiustato. E del quale va ancora fiero. Marcello che, ve lo devo dire, manco era di sinistra.

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

domenica, gennaio 27th, 2013

“Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene”. Che disdetta, giusto sul fnale sta scivolata, eh Berluscò?

Dunque l’occasione mi è invece propizia per ricordare con chi la storia l’ha studiata un po’ meglio. Un ragazzo del liceo. E’ vecchio, questo post. Di due anni. Ma a ogni fermata dell’autobus ritorna. E soprattutto a ogni fermata del cervello de Berluscone.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.