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Quando lui torna lei schiatta

venerdì, agosto 1st, 2014

C’è che l’avrò vista una quindicina di volte e ogni volta mi illudo che, quando sta stramazzata sul divano, entri finalmente uno qualunque del pubblico con la streptomicina. Invece niente. Mimì ogni volta muore di tisi. Anche ieri sera a Caracalla (che poi, non so se si è saputo, i rivoluzionari dell’orchestra sono scesi a più miti consigli quando gli hanno detto “Bene, vi chiudiamo”). La formazione sulle poltrone era la seguente: Grace, il professor Pi, Mercie appena atterrata da Buenos Aires e la sottoscritta.

Mimì, dicevamo, che tutto sommato è forse la più famosa single consacrata all’immortalità del palcoscenico operistico:

“Sola, mi fo
il pranzo da me stessa.
Non vado sempre a messa,
ma prego assai il Signore”

E non paga di sta tristezza continua:
“Vivo sola, soletta
là in una bianca cameretta:
guardo sui tetti e in cielo”

dopodiché quell’aria così sottotono -anche un po’ banalotta- svetta all’improvviso e vira sul brivido, anzi sul freddo nguòll, per dirla con Grace:
“ma quando vien lo sgelo
il primo sole è mio
il primo bacio dell’aprile è mio!”

Dunque, riassumendo la trama, la questione è questa: lui incontra lei e scoppia una passione poi lui la molla perché malata, lei si mette con uno un po’ più ben messo e quando lui torna dopo aver capito che è solo lei il suo amore, lei infine muore.

La questione è stata però così riassunta dal professor Pi a un turista straniero suo vicino di posto che gli chiedeva “What happens?” e lui “Once he comes back, she’ll be dying”. Poi si è girato da due pugliesi che seguivano la conversazione estasiati e ha tradotto: “Quando lui torna lei schiatta”.

Mi pare ineccepibile. C’è che questo amore di Mimì, tal Rodolfo, poeta non di quelli indimenticabili, attraversa tutte le fasi immortali anche nostre: lascia, prendi, prendi, lascia, tormenti, paure, scuse, bugie, bassezze, viltà, scuotimenti, passioni, amore o ciò che ciascuno crede sia amore.

Ed è il Quadro Terzo a restituirci oggi tutti i nostri Rodolfo, mentre lui si confida con il miglior amico Marcello, che più volte tenta di fargli cambiare idea:

RODOLFO
Invan nascondo
la mia vera tortura.
Amo Mimì sovra ogni cosa al mondo,
io l’amo, ma ho paura, ma ho paura !

Lei ascolta, di nascosto, e prima di essere mollata, lo molla lei. Consacrando per sempre alla storia la viltà di certi momenti. Che, sia chiaro, è anche femminile. Ma non porta la firma dell’immortalità cui la consacrò Puccini rappresentando quella dei maschi. Un minchione, per dirla con Grace, questo Rodolfo. E nell’occasione Grace ci consegna all’immortalità anche il seguente Postulato:

la questione non è manco trovare un fidanzato decente ma accertarsi prima che abbia un miglior amico decente (vedi Marcello).

Eccola, la scena dell’addio:

RODOLFO
Dunque è proprio finita?
Te ne vai, te ne vai, la mia piccina?! (ma come te ne vai, sei tu che ci hai paura e la cacci, santocielo ndP, nota della Pop
Addio, sogni d’amor!…

MIMÌ
Addio, dolce svegliare alla mattina!

RODOLFO
Addio, sognante vita…

MIMÌ
sorridendo
Addio, rabbuffi e gelosie!

RODOLFO
… che un tuo sorriso acqueta!

MIMÌ
Addio, sospetti!…

MARCELLO
Baci…

MIMÌ
Pungenti amarezze!

RODOLFO
Ch’io da vero poeta
rimavo con carezze!

(vi ho detto che lui non passerà alla storia della poesia mondiale).

Beh insomma ieri sera quell’orchestra si è fatta perdonare tutto grazie a una scenografia da brividi nonostante i 30 gradi. Ieri sera ha nevicato a Caracalla

e ha fatto freddo e c’è stata luce nonostante fosse notte e ci sono stati colori e c’è stata Parigi a Roma e l’eternità in una soffitta.

Grace si è accasciata sulla spalla di Mercie mentre io al solito piango e l’ho fatto pure ieri sera accasciandomi sulla vicina per non distogliere il Professor Pi dalla sua prima volta a Caracalla Parigi.

Se posso permettermi un consiglio andate da Mimì a Caracalla. Ieri sera era mezza vuota, grazie a quel bel casino degli scioperi. Però, ripeto, se potete regalatevi per una sera quella magia chiamata Opera immortale.

E già che ci siete riascoltatevi l’Immortale. Lei:

Mi chiamavano Mimì

lunedì, luglio 14th, 2014

Per onorare la tradizione con Grace secondo la quale l’estate viene ufficialmente proclamata solo dopo la scelta e l’acquisto dei biglietti per Caracalla, stamattina mi recavo al botteghino del teatro Costanzi in Roma (chè dice -Meripo’ esiste l’onlàin, si  ma io sono vintage e devo recarmi in loco, farmi mostrare dalle signorine tutti gli ordini di posto, sbirciarli da dietro l’oblò, uscire e godermi la facciata dell’Opera) dicevo stamattina mi recavo ad acquistare il lasciapassare della Bohème per una delle repliche, ché stasera c’è la prima.

Nonostante l’uggiosità di questo luglio autunnale al botteghino c’era la fila: quasi tutti stranieri, va detto, ma movimentava la situazione anche un nutrito gruppo di melomani nostrani. In particolare due tedeschi accanto a me farfugliavano una serie di consonanti senza vocali nelle quali rintracciavo però schegge di frasi conosciute fra le quali l’apice di un “ke celida manina” accompagnato da un languido “si mi kiamano mimì”.

Segnalo anche la presenza di una signora di-una-certa, pensionata, che guardava scorrere i prezzi e, verificato che con il biglietto da 25 euro

-Signò purtroppo io ce sento poco, se me mette in piccionaia pe’ me è come stà a guardà i firm muti

e verificato che la signorina dei biglietti faceva di tutto per agevolarle l’acquisto di quello da 40 scontato (signora è over 65? ha la tessera di Feltrinelli, della Conad, dell’autobus, una qualsiasi tessera?? )

me ne andavo rinfrancata pensando che sì, siamo pur sempre un grande Paese.

Ora leggo che, a meno di un miracolo dell’ultimo minuto, è stato proclamato uno sciopero per far saltare la “prima” di stasera. Ne sta seguendo una lite fra sigle sindacali a colpi di “noi siamo di più e la faremo saltare” “no noi invece ci saremo”.

Ci saranno motivi certamente seri e fondati per giustificare lo stato di agitazione delle maestranze. E’ che a me, appena l’ho letto, è venuto da pensare solo a tutte quelle persone compostamente in fila, arrivate da tutte le parti del pianeta. Penso ai nipponici che quandocaspitajericapita di poter avere un’emozione come quella che solo Caracalla sa dare, al netto dell’interpretazione artistica, già solo come scenario naturale. Penso anche a tutti quelli per i quali quelle due ore sono il sollievo di giornate quotidianamente complesse, penso a chi mette da parte euro dopo euro (ne conosco) per regalarsi quell’emozione.

Ora, chiedo: noi detentori della più grande fetta di patrimonio artistico del mondo, possiamo permetterci di fare ste figuredelcavolo globali? Possiamo permetterci, in un momento di crisi così, di continuare a segare i rami sui quali ogni tanto poggiamo un pochino di credibilità? Possiamo permetterci di fare del paradiso dell’arte una Cialtronia a cielo aperto?

Qui non si tratta di deludere gli ingioiellati delle prime: qui si tratta di difendere la nostra reputazione e il nostro portafoglio santocielo.

Ci crediamo o no al fatto che l’arte è un servizio essenziale, un bene di prima necessità?  Che la messa in scena di un’Opera lirica sia elemento di sussistenza al pari di un assegno sociale e una badante? Perché, capiamoci, qui non si può continuare a dire che la cultura è il nostro petrolio e contemporaneamente continuare a sparare e a fare buchi ai bidoni che lo contengono eh.

In conclusione: la nostra credibilità in certi momenti dipende più dall’apertura della soffitta di Mimì che dalle Borse. E questo è uno di quei momenti.