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La parrucchiera dell’Imperatrice

mercoledì, gennaio 27th, 2016

E’ che io, non avendo mai posseduto una Barbie, con la principessa Sissi ci sono cresciuta. Col film, intendo. E dunque stavo ferma lì, al fumettone con Romy Schneider, al punto che l’anno scorso quando il professor Pi mi portò a Merano non facevo altro che inseguirne le orme su “la passeggiata di Sissi”, nonostante nel frattempo si fosse appurato che non era principessa e manco si chiamava Sissi.

Comunque, il mito dell’eterea -al netto dei miei traumi da assenza di Barbie- resiste al punto che financo Chanel poco più di un anno fa l’ha presa come testimonial facendone girare un corto a Lagerfeld con Cara Delevingne.

E’ con questo curriculum che quindi ieri sera ho fatto il mio leggiadro ingresso accompagnata dalla fida Shylock al teatro Tor di Nona di Roma per la prima de “La parrucchiera dell’Imperatrice, ossia la vera storia della principessa Sissi” perché, lo dico subito, stavolta tutto il ponte di comando dello spettacolo è amicamia. Che su sto ponte son tutte donne.

Un’ora e quaranta di monologo. In cui l’improbabile eterea e patinata Sissi lascia il posto a un gioco di specchi fra Sissi e Fanny, la sua parrucchiera di corte. La padrona e la serva, la vittima e la carnefice, così distanti nella scala sociale ma così vicine nell’infelicità. Tutte e due nell’unico corpo, voce, anima di Tiziana Sensi.

Che è amicamia, ve l’ho detto. Come lo è Franca De Angelis che ha scritto questo monologo come un vestito su misura per lei. Come uno dei magnifici vestiti di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach. Franca De Angelis che con Sissi si era misurata insieme ad altri colleghi per scriverne il film tv e sempre, anche sui titoli di coda, le era rimasta impressa e in sospeso Fanny, Fanny Angerer, la parrucchiera di corte, che era stata al fianco dell’imperatrice –ossessionata dalla cura dei propri capelli – per decenni. Due donne che riescono a farsi spazio in un mondo dominato da uomini. Ma il cui prezzo è altissimo.

Dunque Tiziana Sensi. Un’ora e quaranta di gioco delle parti,

Sissi Titti

Tiziana Sensi-Fanny-Sissi

di disperazione e di gioia, di salti e di paralisi, di altezzoso sguardo e di popolana veracità tutto insieme nel corpo di Tiziana e che io non lo so come caspita faccia. Che già l’idea di dover mandare a memoria un’ora e quaranta di cinquant’anni di storia e di personali e sociali tormenti è roba per me inimmaginabile, una mole epica

-Tipo l’esame di procedura penale…
chiosava esterrefatta alla fine Natalia, mentre anche Bea strabuzzava l’occhio in corso d’opera sgranandomelo addosso come per reciprocamente convincerci

-Ma che, davero?

Insomma, cinquanta chili scarsi lì a sprigionare energia come una centrale nucleare.
Il finale non ve lo dico. Vi dico solo che ci sto ancora pensando. E che stamattina quando ho preso la spazzola l’ho guardata ben bene e le ho detto

-Incredibile, amicamia, quante cose potresti raccontare anche tu

Perché, si, e non solo per Sissi, la nostra forza spesso parte dall’alto. Dai capelli, per la precisione

LA PARRUCCHIERA DELL’IMPERATRICE
ossia la vera storia della principessa Sissi
di Franca De Angelis
regia Anna Cianca 
con Tiziana Sensi

Teatro Tor Di Nona, Roma
Fino al 7 febbraio

 

Piantatelo

giovedì, gennaio 1st, 2015

Per imperscrutabili ragioni che a ridosso del capodanno non è opportuno indagare, c’è che per questo Natale avevamo programmato con il Professor Pi un viaggio fra le tribù del Nord del Laos in canoa. Cosicché il 25 mattina ci si ritrovava sulla A22 direzione Alto Adige in macchina. Che indubbiamente è Nord. Ma è contemporaneamente Sud,Tirolo. Questo a ricordarci, tra l’altro, che siamo sempre a valle di qualcun altro. Nella geografia e nella vita.

Ci si addentrava dunque non già negli insediamenti tribali laotiani ma in quelli dei popoli altoatesini per un “viaggio della memoria”. Perché è a quelle latitudini che il Professor Pi svernava l’estate da piccolo. Raggiunto l’epicentro del fenomeno memorialistico, in quel di Merano, sopraffatta dalla grandeur austroungarica e anche da un Brezel con il wurstel, venivo condotta di fronte a un imponente edificio ottocentesco stile liberty al centro del cui giardino svettava un ancor più imponente albero spinoso svettante su un azzurrissimo e marmato (nel senso freddo) cielo. Ed è stato a quel punto che, guardandolo ammirati a nasi in su, il Professor Pi con financo un accenno di commozione mi ha detto

-Questo, Meripo’, è l’alberino che avevo piantato con lo zio

contestualmente mettendo le mani a cassetta a indicare una lunghezza pari si e no a una baguette, per dar l’idea di quanto fosse bonsai in partenza.

L'albero cui tendevi (quello alto in mezzo) Foto Professor Pi

Dice un saggio che “ci sono tre cose che puoi fare per guadagnarti l’immortalità: mettere al mondo un figlio; scrivere un libro; e piantare un albero”. Sorvolerei, a ridosso delle festività, sul dispendio intellettuale ed energetico richiesto dai primi due. Ma, come primo proposito del 2015, direi convintamente Piantatelo. E per un giorno, e per un post, non mi riferisco all’eventuale fedifrago di turno. Piantatelo, un albero. Mettetelo lì a guardia del tempo e dello spazio. Ma soprattutto del casino. Che quando tutto si fa troppo duro e insopportabile si possa trovare riparo lì sotto e scambiare ossigeno.

E che ciascuno di noi, come quell’albero, realizzi ciò per cui sente di esser nato e trovi il posto che davvero sta cercando nel mondo. Quantomeno nel giardino.