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Suffragette

sabato, marzo 5th, 2016

Credo sia uno di quei film per i quali fa la differenza anche il cocchì ci si va. Non so perché ma dall’inizio l’idea era quella di guardarlo insieme a. Insieme ad altre donne, amiche. Per questo la delegazione di ieri sera è stata infine composta da Fiorella, Rob, Crì, la quippresente e il Professor Pi che trovavasi a Roma non già, per sua fortuna visti gli esiti, per la competizione calcistica denominata RomaFiorentina, ma per diletto vario. Il Prof Pi veniva quindi considerato in quota “Entitá”, rispetto al nucleo femminile.

Suffragette racconta la lotta delle femministe inglesi nel 1912-’13 per ottenere il diritto di voto, di quel suffragio universale che arriverà per loro nel 1928 e per noi nel 1945 con primo voto politico nel 1946. (tanto per non scoraggiarci da subito). Lotta dura. Durissima. Partita da un gruppo di lavandaie armate di sapone e finita con quelle stesse lavandaie a tirare prima sassi alle vetrine infine bombe in ville disabitate di ministri.

Niente conciliaboli davanti a thè e pasticcini di ricche signore borghesi, dunque, come anche la sempresialodata signora Banks di meripoppinsiana memoria ci aveva un po’ abituate a immaginare.

No. Qui si son stufate di aspettare e ascoltare. E al grido di Fatti, non parole, passano appunto ai fatti. Sei anni per realizzarlo, cast stellare compreso un cameo di Meryl Streep benedicente dal balcone, ricostruzione storica immane, voglia di alzarsi dalla poltrona e andare ad abbracciarle una per una sui titoli di coda.

E voglia di abbracciarmi pure un po’ Fiorella -che a pane e lotte ci è cresciuta e alla cui generazione dobbiamo il fatto di avere un Paese un po’ più giusto nei confronti delle donne- e poi Crì, che invece  era la parte pischella della fila e che, su una strada in parte spianata, ha nuovamente di fronte il macigno della precarietà. Che è maschio e femmina, la precarietà, ma che colpisce doppio se devi anche arrabbattarti a far salti mortali coi pupi piccoli.

Suffragette. Donne senza voce e senza diritti, ostaggio di condizioni di vita durissime e di uomini padroni. Donne che non avevano diritti neanche sui propri figli. Donne che, dopo 50 anni che chiedevano, a un certo punto hanno smesso di chiedere e ciò che voleva sono andate a prenderselo. E hanno capito che quella lotta non avrebbe avuto voce, non sarebbe nemmeno esistita, se non fosse arrivata davanti alle telecamere e sulle prime pagine dei giornali. A costo di gesti estremi. Ma che soprattutto le cosedidonne non sarebbero arrivate mai senza la complicità di altre donne.

Una poi, appagata pure da quegli abbracci che si immagina di dare, potrebbe infine alzarsi dalla poltrona e dedicarsi cheneso ad altro. Senonché sono  i titoli di coda a far capire che la parola Fine, su questa storia, non c’è. E tutta quella fatica è stato solo l’inizio, pensi, mentre scorrono le date e gli elenchi dei Paesi nei quali il diritto di voto ha faticato ad arrivare. Noi compresi. E quelli che mancano.

E lì la regista ributta la palla in platea. Perché ti alzi e pensi alla parità salariale, agli staff di maschi che cooptano solo maschi, alla percentuale di donne nei posti di potere.

“C’è un altro modo in cui si deve poter vivere”, dice a un certo punto Maud Watts. Ci crede quando tutto le sta mostrando che la questione parrebbe impossibile. E il come arriva poco dopo dalle sue sodali in quella che abbiamo eletto a frase-guida, non solo del film: “Io non voglio infrangere la legge: io voglio costruirla, la legge”.

Capito, bellemie? Andate dalle Suffragette. Andateci insieme. Sapendo che la storia comincerà quando vi alzerete dalla poltrona.

Suffragette