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Maria Gaetana Agnesi, la matematica stregata dalla cruna

giovedì, marzo 23rd, 2017

Storie calme di donne inquiete/11

Con 20 tra fratelli e sorelle che il padre Pietro ebbe da tre donne diverse, due delle quali morte di parti e solo la terza sopravvissuta ai parti e soprattutto al marito, c’era da rimaner dispersi nella mischia dell’assalto al cognome. Invece Maria Gaetana Agnesi, che non è quella della pasta, ugualmente produsse l’effetto del “silenzio, parla Agnesi” per autorevolezza ed erudizione. Perché Maria Gaetana Agnesi da Milano, nata nel 1718, soprannominata “Oracolo settelingue”, fa la sua figura in tutti i salotti nei quali il babbo la esibisce. Insieme alle lingue studia filosofia e a seguire le matematiche che «ci conducono sicurissimamente a raggiungere la verità e a contemplarla, della qual cosa niente è più piacevole».

In realtà lei, contrariamente agli andazzi del tempo, vorrebbe entrare in convento ma il babbo continua a opporsi. E lei continua a studiare e produrre scritti. Apperciocché alla fine pubblica due tomi di oltre mille pagine denominati Instituzioni Analitiche ad uso della gioventù italiana, di cui “segue la composizione facendo trasferire i torchi dello stampatore Richini in casa sua perché i tipografi facciano come vuole lei”, racconta Sylvie Coyaud, tanto per aver presente il tipino. Dedica tutto a Maria Teresa D’Austria che generosamente la ricompenserà in diamanti. Tomi che mettono ordine tra i trattati sul calcolo infinitesimale, oltre a descrivere i principi base dell’algebra e della geometria analitica e soprattutto scritti in un linguaggio asciutto e comprensibile. Verranno poi tradotti in francese e inglese, cosa che la consacrerà con fama e onori ovunque.

Ma soprattutto, nei tomi, descrive un tipo di curva a forma di campana (i matematici e gli scienziati abbiano pietà di me ma tocca farsi capire purannoi) che chiamò “versiera”, nome usato ancora oggi per definirla.

Gli è però che, traducendola in inglese, la chiamarono “witch of Agnesi”, cioè “la strega di Agnesi”, il traduttore confondendo “versiera” con “avversiera” cioè “avversaria di Dio” e quindi per estensione strega. Al punto che ancora oggi nel mondo anglosassone e in paesi come Messico e Spagna, la curva è nota come “la strega di Agnesi”. E siccome ormai il tasso di successo lo certifica Google, i creativi di Mountain View le dedicarono un doodle nel 296mo anniversario della sua nascita, questo:

Maria Gaetana Agnesi google

A un certo punto Papa Benedetto XIV le regala una corona di pietre preziose legate in oro ma soprattutto la cattedra di matematica all’università di Bologna. Cosa impensabile per una donna. Lei ringrazia. Ma non ci va. Perché la sua aspirazione è assistere i bisognosi accogliendoli a casa sua. L’ospizio in salotto. A un certo punto muore il padre e a quel punto finalmente può dedicarsi completamente a quello che più le aggrada: via tutte le Accademie, prolusioni, conferenze, Maria Gaetana diventa a tutti gli effetti una suora laica, tipo una Madre Teresa di Calcutta ma senza voti. E metterà su un ospedale anche rivendendosi i diamanti di Maria Teresa, nel senso quella D’Austria.

Nel 1771, è nominata direttrice (Priora) del reparto femminile del Luogo Pio Trivulzio -sì proprio quello che a noi arriverà in notorietà circa 200 anni dopo prevalentemente per le malefatte di Mario Chiesa- Pio Trivulzio nel quale morirà in povertà nel 1799, sepolta in una fossa comune come da sua richiesta.

Maria Gaetana Agnesi, la scienziata che disse No alla fama e alla ricchezza. “Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli” ammonisce il Vangelo di Matteo: e dunque eccola, Maria Gaetana Agnesi, la compassionevole matematica stregata dalla cruna.

Maria Gaetana Agnesi

 

Hap-Pi Pi day

lunedì, marzo 14th, 2016

Nel Pi greco day (il 14 marzo letto all’anglosassone diventa 3/14 ovvero il coso che serve per calcolare l’area di un cerchio) mi è qui gradito ricordare una delle migliori interpretazioni del nostro Esimio Prof. Allorquando nella sua Aula universitaria spiegando le equazioni a studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari, infine una si avvicina e gli chiede:

-Scusi ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare addizioni e sottrazioni?

E lui:

-Mi perdoni, cara, in questo periodo sta seguendo un corso di letteratura italiana?

-Si, certo

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

E dunque molti auguri, professor Pi. Che ne ha parecchio bisogno, a ben vedere. Come noi, per altro.

Infine una citazione, alla quale mi appellerò come alla Convenzione di Ginevra ogniqqualvolta mi si verrà a dire che le donne sono problematiche:

In matematica l’arte di porre problemi deve essere tenuta in maggiore considerazione di quella di risolverli.
(Georg Cantor)

Pi day happy

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi s’inghiommano

venerdì, giugno 5th, 2015

Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi s’inghiommano (tipo il ciambellone nel gargarozzo senza il caffellatte). E’ con la solerzia tipica delle vere donnetoste che la mia amica Ale, oggi sul post prandiale, incurante dei 34 gradi che incocciavano su Roma, percepiti 38, apponevami nella bacheca del socialcoso la quiseguente:

Amarti Continuerò Ad

“Marco continuerò ad amarti anche quando ti farò da testimone al matrimonio”, tratta dal consigliato profilo zuckercosico Cronache femminili, è la summa tuologica del concetto “Amici mai” di vendittiana memoria, l’emblema di una vita passata in ostaggio del Tu-per-me-sei-sempre-l’unico, ergastolani della pietosa bugia del Certi-amori-non-finiscono. Da cui sottodiscende quella dell’indissolubilità. Non del di lui matrimonio ma del di tuo corrergli appresso.

E dunque tra i problemi irrisolti dell’umanità -insieme alla Congettura dei numeri primi gemelli e a quella di Polignac, per citarne un paio- andrebbe annesso anche quello per cui teniamo nella teca votiva da straziamento amoroso -citandola come prova a favore del fatto che certi amori non finiscono- una canzone che inizia con “Questa sera non chiamarmi no stasera devo uscire con lui”.

E’ che continuiamo a fermarci al ciambellone. Che è buono, certo. Ma, da solo, s’inghiomma. Si ripropone. Come la peperonata. Ignare del fatto che con un sorso di caffè, all’occorrenza di vinsanto, se ne cala liscio liscio. E se ne va.

E’ tutto un equilibrio sopra la follia

lunedì, maggio 25th, 2015

A proposito della morte di John Nash molti oggi ricordano quanto la sua teoria dell’equilibrio, nella più generale teoria dei giochi,  (“un profilo di strategie -una per ciascun giocatore- rispetto al quale nessun giocatore ha interesse ad essere l’unico a cambiare”) abbia a che fare con un motto di Italo Calvino:

“Il meglio che si può ottenere nella vita è di evitare il peggio”.

Che, mi sa, è anche il meglio che si può ottenere nel matrimonio.

Dieci e lode

martedì, maggio 19th, 2015

Dunque ciò che di Santiago Calatrava mi lasciò a boccaperta a Valencia -cioè il Planetarium, detto anche “l’occhio”- erano gli integrali. I numeri. Cosiccome la perfezione del broccolo romanesco -sublimata nella corrispondente pasta con- è merito di un frattale (no, non le frattaglie, marescià, quelle servono per la pajata).

I pensieri, a metà fra Fibonacci e la sora Lella sono arrivate dopo aver trovato, tramite la sempresialodata bacheca del socialcoso del Professor Pi, questa riflessione postata da un suo collega scienziatissimo anche lui, il Professor D. Dei, Luigi Dei.

“Se ammiri una magnifica statua son le proporzioni che ti fanno venire un tuffo al cuore, se resti incantato dalla prospettiva di un quadro o dalle armoniose volute di un palazzo rinascimentale sono i rapporti che ti stordiscono, se ascolti della musica inebriante e armonica son frequenze e durate espresse con frazioni semplici che ti danno scariche di dopamina, se leggi estasiato versi endecasillabi ringrazia quel numero, l’undici, se alzi gli occhi al cielo e vedi le magnifiche superfici di Calatrava son gli integrali che le riportano a dimensione nota, se resti senza parole alla meraviglia di certe forme della natura ringrazia, per favore, i frattali, se infine vedi una donna o un uomo anziani che si disperano, versano calde lacrime e si lamentano di non avere più percezione delle meraviglie del mondo, sappi che non sono ciechi o sordi: non si ricordano più la bellezza dei numeri e della matematica”.

Il Planetarium (detto l'occhio) di Santiago Calatrava, Valencia

Che una cerca di evitare tutta la vita la matematica dicendo che non la ama e quella poi ti rispunta a sorpresa in tutte le cose che ami. E, oggi, penso sconsolatamente di essermi persino vantata di non amarla e di non-sapere-nulla-di-matematica. E’ stata una sciocchezza. Perché è come dire non amo e non so nulla di tutte le cose belle della vita.

Quindi grazie per aver indotto il ripensamento tardivo, grazie al professor Pi e al professor D, Dei. Quindi Dei gratias.

Del leggere, scrivere e far di conto

venerdì, maggio 15th, 2015

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professor Pi

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

L’equazione “permanente” di Gigliola

lunedì, marzo 23rd, 2015

Si chiama Gigliola. Gigliola Staffilani. E domani è il suo compleanno. Embeh Meripo’? Embeh questa signora qui è l’unica professoressa di Matematica pura del MIT di Boston: ed è, appunto, italiana.

E’ nata a Martinsicuro, provincia di Teramo, da genitori contadini: “il primo giorno di scuola -racconta- ho fatto i bastoncini. E fino ad allora non parlavo nemmeno italiano, parlavo dialetto, e quindi ho imparato la lingua italiana andando a scuola”. Il papà muore quando lei ha dieci anni “e mia mamma poverina da sola, manteneva mio fratello all’università e non poteva mantenerci tutti e due, e io ero anche più piccola. E lei mi ha detto: “Tu magari andrai a fare la parrucchiera.” E la mia grande fortuna è che ho i capelli ricci e l’ho sempre odiato, per cui dissi “no, la parrucchiera no”. È stata la mia fortuna insomma”. Lo racconta in una bella intervista qui. E oggi l’hanno rintervistata pure qua, a Radio 3 Scienza.

Dopodiché sotto a quei ricci abitava una testa molto determinata e dunque riesce a laurearsi in matematica a Bologna, a prendere un dottorato a Chicago e a lavorare all’Institute for Advanced Study di Princeton. Ciò non le impedisce di avere un marito e due gemelli che eccoli:

E insomma questa cosa che una si ritrova da Martinsicuro al Mit di Boston perché odia i ricci conferma che il luogo decisivo per indirizzare il nostro futuro non è la scuola ma il parrucchiere. E’ il luogo nel quale di solito si decide di dare un taglio pure al passato. Ma l’altra cosa che mi è qui gradito segnalare è che a un certo punto le chiedono di cosa si occupi:

“Io lavoro nel campo delle derivate parziali e in particolare delle equazioni dispersive. (…) In particolare mi occupo delle equazioni di tipo Schrodinger o KdV (ndr.: Korteweg-de Vries) non lineari”. E fin qui -se non interviene il professor Pi- ne so quanto prima. Ma poi aggiunge:

“e le questioni di cui mi occupo sono relative all’esistenza delle soluzioni, le loro proprietà, unicità, stabilità. Non mi occupo molto di come vengano derivate, da dove arrivino, quale sia il modello fisico che le governa”. Non mi preoccupo da dove arrivino ma come si risolvono. E dunque, senza nulla togliere alle derivate parziali e alle equazioni dispersive, è questo il Primo Teorema di Gigliola al quale dare, subito, piena applicazione.

Pensavo fossero corna invece era la matematica

venerdì, ottobre 17th, 2014

C’è che la mia amica Chiara invitommi alla Mostra dei numeri e io, dandoli spesso, capii che era arrivato il momento di misurarmici.

Intendevo recarmici con il Professor Pi, tanto per mitigare la frustrazione, e con lui improvvisare una visita “Matematica for dummies” senonché invece ieri sera il Professor Pi (il cui nome per esteso, lo ricordo all’utenza, è Professor Pi greco) trovavasi a svariati chilometraggi di distanza e dunque io mi portai lì con la mia amica Shylock.

Shylock di matematica ne sa ma signorilmente faceva finta invece di no.

Il primo segnale di incoraggiamento agli avventori arrivava proprio all’ingresso del Palazzo delle Esposizioni, ove è allestita, lì campeggiando una scritta a caratteri cubitali che recita:

“Non preoccuparti delle tue difficoltà in matematica: posso assicurarti che le mie sono ancora maggiori”. Firmata da Albert Einstein

Ora non starò a dirvi del fatto che, giusto a inizio di percorso, tentando di partecipare a un gioco interattivo di tiro bastoncini per individuare il 3,14 del succitato Pi greco, dopo esserci incaponite a lungo sulla pista di lancio senza individuare manco i pulsanti luminosi dell’1,2,3 tira, si avvicinava dopo un quarto d’ora uno della vigilanza a dirci “signorì, questo è rotto”.

Recuperata quasi completamente l’ autostima ci dirigevamo in lungo e in largo e in altezza e volume e in tutto il cucuzzaro attraversando indenni i campi magnetici della quadratura del cerchio, del numero aureo, del teorema di Fermat e della seie di Fibonacci, infine pervenivamo alla seguente spiegazione del bernoccolo della matematica:

Ed è stato a quel punto che dalla frustrazione si è passate al sollievo e un sorriso lieto si è finalmente dipinto sui nostri volti riscattando anni e anni di incomprensioni e amori scientifici non corrisposti:

-Il bernoccolo della matematica! E io che pensavo fossero corna

Financo le parallele s’incontrano. Quelle miopi mai

lunedì, luglio 21st, 2014

Non so voi ma io, dei miei professori, oggi ricordo solo se fossero bravi o pessimi. Di nessuno ho mai saputo, né mi ha mai punto vaghezza sapere,  cosa facesse nei dintorni della camera da letto, essendo più che sufficiente avere a che fare con quello che faceva o non faceva in Aula. Alcuni di loro ancora mi accompagnano nelle sliding doors della vita, altri sono stati consegnati all’oblìo -cinque minuti dopo averli lasciati- dalla loro stessa mediocrità. E non c’è dubbio che tutte le scelte degli studi successivi alla terza media siano state determinate da quanto fossero appassionati o pippe loro, ancor prima che io, nelle materie che erano chiamati a insegnare. In Aula, appunto.

Ne parlo ogni tanto con il Professor Pi, che insegna analisi matematica. E che, senza nulla togliere alle gratificanti soddisfazioni che mi offre oggi in altri campi, avrei tanto voluto incontrare prima quando -ad esempio- si susseguivano insegnanti che mi hanno convinta del fatto che la matematica fosse una indigeribile mappazza di numeri. Senonché oggi la scopro invece come uno dei fondamenti della conoscenza, della costruzione del pensiero logico, roba della cui assenza nella mia vita mi accorgo e mi dolgo ahimè ogni giorno e si accorgono certamente i miei interlocutori quando sfarfallo e svalvolo.

Dice Meripo’ e che è sto pippone proprio di lunedì?

E’ che da un paio di giorni sfarfallo attorno alla vicenda della prof alla quale una scuola paritaria non avrebbe rinnovato il contratto perché gay. Uso il condizionale perché una parte di me ancora spera che, all’accertamento dei fatti, si scopra che così non è stato.

Una cosa, in particolare mi ha colpita. Cioè che la madresuperiora preside, chiamata la prof a conferire chiedendole spiegazioni in merito a voci sulle sue tendenze sessuali, si sia giustificata dicendo:

-Ho doveri educativi
-Io sono responsabile di mille studenti e 137 dipendenti
-L’ho convocata, giuntami voce che era lesbica, per sapere se vivesse un problema personale e come aiutarla a risolverlo

Mi è tornata in mente la questione della matematica, intesa come applicazione di strumenti logici. Cioè mi chiedevo, ad esempio, che caspita ci azzecchi la tutela di studenti e dipendenti con la presunta fidanzata della prof. E, ancora, che c’entri sta fidanzata con il compito di estrapolare (educazione: educere, tirar fuori) e potenziare qualità, competenze e talenti espressi e inespressi. Deve essere, mi son detta, una fidanzata talebana, una che ha fatto rincoglionire la prof al punto di obnubilarle le capacità didattiche. Delle quali capacità, sia chiaro, non risulta però si sia parlato un solo minuto nel colloquio.

E allora forse alla madresuperiora, mi dicevo, non è venuto a mancare il senno o l’applicazione della Costituzione (tipo l’articolo 3: È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese). Deve esserle mancata la matematica. Non è quindi colpa di Lesbo. E’ proprio colpa del V Postulato di quel caspita di Euclide: financo due rette parallele alla fine -all’infinito- si incontrano. Ma se una non ha proprio voglia di capire allora no, non si incontreranno mai.

La stoltitudine dei numeri privi

mercoledì, febbraio 6th, 2013
Sarà pure solo ma è lunghissimo: pare che l’esimio professor Curtis Cooper della University of Central Missouri abbia identificato il piú grande numero primo finora mai calcolato. Appartiene alla famiglia dei cosiddetti “numeri primi di Mersenne” e precisamente equivale a 2 elevato a 57.885.161 a cui viene poi sottratto 1, un numero di 17.425.170 cifre.

Ogni volta che si parla di queste cose io mi trovo in uno stato di ammirazione, soggezione ed incredulità pari solo ai fedeli davanti alla teca del sangue di San Gennaro. Va detto che la storia dei numeri primi non mi ha mai affascinata fino all’età adulta, adultissima e in coincidenza con l’uscita del libro che ne narrava il dramma dell’eterna solitudine.

E va anche qui confessato che del non sapere una mazza di matematica io andavo bellamente fiera e ne facevo finanche un vezzo finché ho conosciuto il professor Pi. Il quale mai, sia detto, mi ha fatto pesare la disparità di conoscenze in materia fra i numeri due, cioè lui ed io. Ma un giorno, a una affollata assise godereccia un po’ radicalchic e cachemerizzata durante la quale l’ennesima avventrice gli si avvicinava fieramente imbracciando la propria ignoranza al grido di

-Ah, lei insegna matematica? Che invidia, io non ci ho mai capito nulla
egli mestamente rispose
-Signora, comprendo il dramma: è come se Di Pietro e Scilipoti andassero fieri della propria conoscenza dell’italiano.

Da quel giorno ho capito. No, non la matematica, quella ancora no: ma che andar fieri di qualcosa che non si sa non è un vezzo ma una stoltezza della quale, semmai, umilmente dolersi.