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Dottore Jeckyll e Mr firstAid: prontuario della scuse per darsi

giovedì, maggio 24th, 2012

Riceviamo e, pubblicando e leggendo, ci immunizziamo. E ricordate: mentre inorridiamo per il Pecerin che scrive, c’è un Pecerin in ogni uomo che, variamente travestito da altro, stiamo continuando ad amare, bramare e accanto al quale tranquillamente dormire.
Vostra Meri Shelley

di Pecerin

Per mettervi a parte di questa ultima riflessione devo svelarvi qualcosa di me: sono un medico. E’ una professione difficile e sarebbe da sconsigliare ai giovani gaglioffi bonvivant, se non ci fosse un lato positivo che compensa tutti gli svantaggi: le scuse.

Un medico ha scuse a prova di bomba ed io me ne accorsi non appena iniziai a lavorare. Avevo solo 24 anni e credevo ancora nell’amore ma mi resi conto che potevo depistare in maniera inaffondabile qualunque fanciulla troppo insistente. Potevo essere per lunghissime ore impegnato in ospedale e all’affermazione “ma io ti ho cercato, e mi hanno detto che non c’eri” rispondere arrogante ma che credi che per la prima svanita che chiama si mettono a seccare i medici in sala operatoria?; se volevo andare a trovare indisturbato chi di dovere bastava simulare una visita domiciliare; per il week-end c’era sempre il congresso al quale non sta bene portare le fidanzate poi sono nojosi si parla solo di malattie e via dicendo.

Pur non essendo arrivato alla maestrìa di un mio collega più anziano che pagava un pensionato per stazionare nella sala d’aspetto del suo ambulatorio al fine di bloccare mogli o seccatori mentre lui all’interno sagrificava a Venere con l’infermiera, ho sfruttato ampiamente queste utili opportunità offerte dal mio lavoro.

Con il tempo ho scoperto tuttavia che quello che di meglio garantisce in questo campo la mia professione non sono le scuse, ma le possibilità di fuga. Ovvero la possibilità di andarsene indisturbato, e salvando la forma, da un luogo dove non si vuole più stare.

A questo punto bisogna fermarsi ed affermare una Verità, sgradevole ma indiscutibile e sacrosanta: stare a letto con una donna è molto piacevole, ma questo è vero solo fino a quando si fa sesso. Nel momento in cui il sesso finisce, e bisogna dormire, il discorso diventa completamente diverso. Una donna, per quanto bella, per quanto eroticamente stimolante, per quanto intellettualmente affascinante, dal momento in cui si addormenta diventa solo un ingombrante ed insensato corpo vivente nel letto che vi impedisce un sonno gradevole e ristoratore non meno di quanto farebbe qualunque altro mammifero.

Questo non è tutto: la leggiadrìa, il fascino, il sex appeal che ci portano nel talamo di una donna sono pessime guide: ci sono ragazze bellissime con piedi così freddi da rammentarmi l’inevitabilità della morte, donne che ispiravano le fantasie più ardite russare come dei tromboni sfondati un secondo dopo essersi assopite, fanciulle dalle forme morbide, sode ed aggraziate fornite dalla natura infame di gomiti appuntiti come lance pronti a conficcarsi nelle parti più sensibili del mio corpo.

Se a questo aggiungiamo il fatto innegabile e conosciuto già dagli antichi che post coitum omne animal triste est capite che in simili situazioni resta solo una cosa da fare: andarsene.

Ma come andarsene dalla senza essere maleducati e, soprattutto, senza pregiudicare un futuro revival?

Ecco che arriva in soccorso la professione. Un medico è reperibile, e l’ospedale può chiamarlo in ogni momento se c’è un’urgenza. Dal momento in cui ho scoperto che esiste una fantastica applicazione per iPhone che si chiama “Fake Caller”, che simula a comando una chiamata dal telefono della clinica, assicurarsi un sonno tranquillo e solitario è diventato un gioco da ragazzi. Prima di appartarsi si programma la provvidenziale applicazione ad un’ora appropriata, al momento dello squillo si balza dal letto imprecando, si impugna il telefono con la faccia spiritata e poi è sufficiente dire un preoccupato arrivo subito, intanto intubatelo e cominciare a vestirsi furiosamente. Quando la fanciulla si desta e vi chiede cosa è successo? non bisogna rispondere, ma dire solo l’ospedale, l’ospedale! ed agitare una mano accanto al volto come per significare oddio lascia stare.

Con la grandissima maggioranza delle ragazze questo è più che sufficiente; esiste tuttavia una minoranza di rompiscatole olimpioniche che si mette – nonostante l’emergenza –  a fare domande. In quel caso allora bisogna dare a queste seccatrici quello che meritano mormorando è un bambino! A questo punto tacciono tutte, e molte chiedono scusa.

Dopo avere dormito serenamente da soli, in un confortevole e deserto letto che si trova in qualunque altro luogo, si deve essere gentili, e telefonare il giorno dopo per aggiornare la fanciulla sulla situazione clinica del povero malato. A quel punto mi regolo sul loro comportamento. Se non se la sono presa e hanno bevuto la storia racconto loro di mirabolanti imprese mediche al termine delle quali il povero paziente ha avuto miracolosamente salva la vita, anche perché nei momenti più difficili io sono riuscito a calmarmi pensando alla notte di amore che avevo appena trascorso, che mi ha dato serenità e mano ferma.

Se, al contrario, fanno le sostenute ho una mossa fantastica: mentre loro si lamentano io faccio morire il bambino.