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Rosa Parks, fare la storia restando sedute

martedì, gennaio 16th, 2018

E’ una sarta, ha 42 anni, lavora in un grande magazzino di Montgomery, ha aderito a un movimento per i diritti civili statunitensi e fa volontariato in Chiesa, Rosa McCauley Parks il giorno in cui l’arrestano. E’ il 1 dicembre 1955 e sta tornando a casa in autobus dopo il lavoro. L’autobus è pieno e lei non si siede nella “parte bianca” del bus, ma in quella intermedia di “separazione delle razze”. L’autista le ordina di alzarsi per dare il posto a un uomo bianco. Lei rifiuta. Rosa viene arrestata subito e condannata per aver violato le leggi di segregazione razziale della città.

La liberano la sera stessa grazie alla cauzione pagata dall’avvocato bianco antirazzista Clifford Durr. Ma è troppo tardi: quel suo restare seduta ha già innescato un boicottaggio dei mezzi pubblici che durerà per 381 giorni. Ve lo ripeto: migliaia di afroamericani rinunciano al trasporto pubblico per un anno intero.

Ma quel boicottaggio non fu progettato da Rosa Parks o da Martin Luther King o dai leader afroamericani: fu pensato e avviato da Jo Ann Robinson, presidente del Women’s Political Council, un’associazione femminile afroamericana.

Jo Ann Robinson

Parliamo di un giorno di un anno e di un luogo in cui neri vivono separati dai bianchi nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto, frequentano scuole di livello inferiore, sono esclusi da molti lavori, prendono salari più bassi e ogni Stato cerca, e a spesso trova, il modo per impedirgli di registrarsi per votare. Si chiama segregazione.

Ma soprattutto parliamo di un momento nel quale, all’interno della segregazione, esiste una sottosegregazione in cui le donne continuano a stare un passo indietro agli  uomini e sono spesso escluse dalla dirigenza. Il 5 dicembre si celebra il processo di Rosa Parks: in un’affollata assemblea tenuta in chiesa, non è a lei che viene data la parola ma sarà Martin Luther King a difenderla. Anche nel memorabile giorno della Marcia su Washington nessuna donna parlerà sul palco.

La Corte Suprema, dopo le proteste guidate da Martin Luther King, abolirà tra l’altro le discriminazioni sugli autobus.

Ma è a due donne che dobbiamo l’accensione della miccia: Rosa Parks e  Jo Ann Robinson.

Rosa Parks, fare la storia restando seduta. “Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere.”

Rosa Parks

A proposito di Paolo. E di Martin e di Barack

lunedì, gennaio 21st, 2013

Il presente post parla di cose alcune delle quali essendo successe parecchio fa è bene che siate avvertiti. Qualsiasi riferimento sconnesso a fatti o persone reali è dunque puramente possibile. Siate clementi.

Dunque il mio amico Tommy l’altro ieri mi ha invitata a un unnnnn.. un… tipo meeting, incontro, raduno, non so una cosa in cui si parlava dell’Internèt. La rete. Pieno di giovani. Come lui. E’ che io Tommy l’ho conosciuto da pochi mesi ma ogni volta che lo incontro mi viene in mente il suo papà. Che non c’è più. E che avevo conosciuto parecchio tempo fa. Il papà di Tommy era un giornalista della Rai e scrittore che non se la tirava pur avendone motivi a bizzeffe. Si chiamava Paolo. Paolo Giuntella. E’ che io Paolo l’ho conosciuto così, che un giorno ero stata appena assunta nel mio primo quotidiano quando il mio capo disse:

-Meripo’ (non ero ancora Meripo’ ma semplifichiamo), telefona un po’ a Paolo Giuntella e chiedigli se ci scrive qualcosa su non me lo ricordo. Cioè voglio dirvi che io non me lo ricordo cosa dovevo chiedergli. Perché con Paolo poi non ci ho parlato.
Telefonai a casa (non c’erano i telefonini, ma la luce elettrica si), aspettai tre squilli poi lui rispose:
-Pronto? Ciao
Io lì iniziai a dare subito le referenze ansiogene della neofita
-Salve, mi chiamo Meripo’ e la chiamo per chiederle un articolo per….
Ma fu a quel punto che lui mi interruppe e disse
-Martin Luther King aveva un sogno
No, non era svalvolato lui: ero io che stavo parlando con una segreteria telefonica
La quale -con in sottofondo “Imagine” di John Lennon ma anche qua chissà se mi ricordo proprio bene- così continuava
-E questo sogno era “che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo”
Poi continuava, mi pare, dicendo che a quel sogno Martin Luther King aveva dedicato la vita e in quel sogno aveva creduto accompagnandolo con una passione creativa che aveva contagiato mezzo mondo.

Beh vi lascio solo immaginare la scena della sottoscritta a bocca aperta con una cornetta attaccata all’orecchio che, all’ansioso capo che chiedeva “Allora ce lo scrive?” poteva solo rispondere
-“SSShhhh che sto a ascoltà Martin Luther King”.

Una radiosa carriera stroncata sul nascere.

Ma io quella segreteria telefonica non l’ho scordata mai. Che poi Paolo l’ho effettivamente visto e incontrato, dopo, ma tutta sta storia era un po’ lunga da spiegare nelle presentazioni.
Questo per dire che ogni volta che incontro Tommy a me parte nella testa quella segreteria. Perché, lo dico, quella segreteria telefonica mi prese alla sprovvista. E mi convinse che si, forse pure io potevo avere un sogno o partecipare a quello di un altro. E che la politica a questo serviva: a realizzarli. Poi s’è visto cosa se ne è fatto della politica e dei sogni e delle segreterie telefoniche. Che oggi ci sta Lady Gaga, per dire. Però io un po’ ancora ci credo. Perché ci sono persone, poche eh, poche, che mi aiutano a crederci. Un po’. Abbastanza, comunque. E uno di questi, vedi mo’ come va la vita, mi sa che potrebbe esser pure Tommy. Il figlio di Paolo.

E ci penso oggi che Obama giura.

Insomma guardo Obama e penso a Martin. E a Paolo. E pure a Tommy. E lo so, ve l’avevo detto: dovete aver pazienza.