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La suola delle mie scarpe

giovedì, febbraio 2nd, 2017

VIET POP The End

Ora, per concludere degnamente la saga, forse dovrei parlarvi dell’incommensurabile stupore che mi prendeva quando, dopo un percorso di infinito pulmino e di infine aliscafo, si sbucava ai confini con la Cina sbarcando nella baia di Ha Long, che letteralmente significa “dove il drago scende in mare” e dove effettivamente si capisce perché sia considerata una delle Sette Meraviglie del Mondo. E magari un giorno ve ne parlerò diffusamente.

Invece oggi ho bisogno di parlarvi delle mie scarpe. Delle mie scarpe da trekking, queste:

Viet scarpe

In my shoes (Foto Meri Pop)

quelle che comprai per il mio primo viaggio della mia seconda vita, Cuba. Lì dove in qualche modo tutto ri-iniziò. Quelle che mi hanno accompagnata per questi sette anni, quelli che Brad Pitt passò in Tibet e io negli scarponi.

Sono scarpe che hanno attraversato mezzo mondo e sono sopravvissute al deserto della Dancalia come ai ghiacci della Nuova Zelanda, alla terra rossa dell’Australia e a quella arancio dell’Omo River. Hanno sfidato le guardie della moralità in Iran e i feroci Afar in Etiopia e si sono inchinate davanti alla magnificenza della sula dai piedi azzurri alle Galapagos.

Mi hanno fatto fare quello che, presumibilmente, nessun altro paio di scarpe mi farà fare, non foss’altro perché per alcuni Continenti la prima è stata anche l’ultima volta. Che quaranta ore di aereo per la Zelandia anche mobbasta eh.

Sono state la mia casa quando casa mia distava millemila chilometri. Hanno camminato insieme ai cammellieri in Etiopia, ai monaci scalzi in Laos e ai bambini in sandali di pneumatico in Mozambico. E non mi hanno mai tradita.

E’ per questo che le ho indossate e portate anche in Vietnam. Certo l’usura si sente, una cucitura che cede al lato, un rialzino scomparso dietro. Ma hanno continuato, pur sofferenti, ad aiutarmi su ogni strada. Nella fanga però ho iniziato a notare che scivolavo più del previsto. Un pochino ogni giorno. Ogni giorno di più.

Ed è stato proprio sbarcando nella bellezza mozzafiato di Ha Long che, per la prima volta, le ho girate dalla parte della suola. E mi sono accorta di quanto si fossero consumate: i millemila chilometri avevano allisciato la suola scolpita, tipo gli pneumatici a fine corsa.

Le mie scarpe. Proprio loro, così comode, così casa, così mie mi stavano abbandonando. E, peggio, stavano diventando pericolose. Perché avrebbero potuto darmi il colpo di grazia senza altro preavviso, mentre io mi concentravo solo sulla loro immutata comodità.

Non c’era molta scelta. Perché di questo passo, è il caso di dirlo, ci saremmo solo fatte male. Ho pensato che, proprio per il bene che ci siamo volute e per la strada che mi hanno aiutato a fare, meritassero rispetto e soprattutto meritassero di finire in un posto all’altezza della loro storia, non nel cestino dell’albergo scrauso di Hanoi.

Eravamo o no in una delle Sette Meraviglie del mondo? Ed è così che ho aspettato di rimanere da sola, mentre gli altri rientravano dall’impettata rocciosa di turno, e me le sono tolte. Qui:

Viet scarpe1

Cioè, aspè, quella è dall’alto. Qui:

Viet scarpe3

Le ho guardate per un po’ e le ho ringraziate, cose che Marie Kondo -la vestale del butting- m’avrebbe dato un bacio in fronte, e poi… me le sono rinfilate, che sulla barca mica ci potevo risalire scalza eh. Ma poi sì, le ho lasciate. Le ho lasciate andare.

Insomma questo volevo dirvi: forse viaggiare è un esercizio di vita perché impari a lasciarti andare ma anche a lasciar andare. Arrivi in posti che ti riempiono di immensità ma non te ne appropri, non ti impossessi mai di quello che incontri per strada: ne godi finché ci sei ma poi devi lasciarlo andare. E ripartire, per continuare a goderne in altro modo.

Dice Meripo’ sei andata a finire fino al Vietnam per dirci questo? No no, la cosa più importante ve la manda a dire dalla Baia di Ha Long la suola delle mie scarpe. Spesso non è quello che sentiamo, a farci più male: è quello che non vogliamo vedere.

Grazie a: Christian, Claudia, Lorena, Luisa, Monica, Pietro e Vincenzo

Il magico potere del riciccio

mercoledì, dicembre 7th, 2016

Lo so, siete in quella fase in cui vorreste imbracciare la katana e rendere Uma Thurman una principiante. O forse in quella in cui vorreste affogarvi nel barattolo della Nutella mai più riemergendone. E’ stato a sbomballarvi mesi, forse anni, promesse, illusioni, miraggi, assaggi, tiraemmollaggi, stalkeraggi e lusingaggi. All’inizio manco ve ne importava molto. Poi ci siete cascate-i. Ma vi ha veramente fregate quando poi s’è dato. E’ così: la terra gira intorno al sole, la forza di gravità si percepisce davvero dopo i 50 e gli uomini spariscono appena v’avevano tramortite.

Matematicamente però, questo volevo dirvi, ricicciano. Anche Cocciante anni fa ci mise in guardia: “Non si perde nessuno”, cantò fra un cervo a primavera e una cornuta d’inverno. Non ci credemmo. Sbagliavamo. Perché fa parte delle leggi della fisica: Nulla si crea, nulla si distrugge e tutti si ricicciano. Si ripropongono. Come il peparuolo mbuttito.

E da oggi, signoremie, abbiamo un nuovo faro: Jennifer. Jennifer che, al riciccio di Brad con un tristanzuolo e scontato invito a cena, mentre s’asciuga lo smalto sulle unghie a katana, può dire

Grazie ma non ho tempo

Una tal Elizabeth Kubler Ross, psichiatra, teorizzò le 5 fasi dell’elaborazione del lutto, che molto si addicono anche a quel particolare lutto che è la fine di un amore. Finalmente, signore mie, possiamo aggiungere la sesta, la Fase Jennifer Aniston

1 Fase della negazione o rifiuto

2 Fase della rabbia

3 Contrattazione

4 Depressione

5 Accettazione

6 GrazieNonHoTempo

Aspettate. Aspettate, bellemie. Quel chitemmuorto ch’entro vi rugge non sprecatevelo ora. Avrete tempo. Che, al contrario di lui, è galantuomo.

jennifer