Posts Tagged ‘Mariangela Melato’

La solitarietà

giovedì, gennaio 18th, 2018

Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ce ne sono poi altre che si incaricano di spaurirle.

Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine” (molto in circolo da ieri in concomitanza con un istituendo ministerio inglese). Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa -ancora- sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. Femminazza sola suona solo a pochi come possibile scelta: suona, ancora, come condanna di risulta di decisioni prese, di norma, da un masculo.

Fatto sta che solitudine -nella mia testolina- era storicamente abbinata a singletudine come se lo stato civile potesse direttamente influenzare lo stato senti-mentale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, a indipendenza. Anche per me, quindi, la solitudine dipendeva dalle scelte di altri, non dalle proprie. Stato di risulta, diciamo.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo invece all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Senonché un giorno, tempo fa,  leggendo un Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà (“conio di Aldo Busi”, scrive Mura). Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne un’altra.

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui).

Io vivo sola ma non sono sola. Sono, semmai, selettiva. Sto diventando, semmai, adepta della solitarietà che si porta dentro anche quell’altra magistrale parola che è solidarietà. Perché mai come da quando vivo sola io sono circondata di amore e di solidarietà. E di tutti gli sforzi fatti per definire la solitudine ce n’è uno che mirabilmente secondo me riesce a farlo e lo dobbiamo a un illuminato del nostro tempo, Enzo Bianchi:

“La solitudine è sofferenza maledetta non quando si è soli
ma quando si ha il sentimento di contar niente per nessuno”.

La sera quando rientro a casa, è vero, non c’è fisicamente nessuno ad aspettarmi. Ma mai come da quando vivo sola io invece ho avuto il sentimento e le prove di contare tanto per tanti. Anche se non stanno in casa ad aspettarmi. Perché solitarietà è il bastarsi. E’ il non dipendere. Non è il rifiuto -o l’assenza- degli altri.

Vabbè quindi Meripo’ tutto sto pippone per dire cosa? Per dire che le parole sono importanti. E che nel caso della “solitudine” la lingua italiana, rispetto a quella inglese, per una volta soccombe perché gli inglesi hanno “solitude” per esprimere la scelta di essere soli e dunque identificare la persona solitaria che sta bene con se stessa, e hanno “loneliness” per esprimere una solitudine sofferta e non scelta.

Noi no. E quindi non sarebbe una cattiva idea distinguere. E dare dignità e spazio, oltre alla solitudine, alla solitarietà. Anche e soprattutto nella propria vita.

Viet Hat

Viet hat (Vietnam del nord, gennaio 2017, con cappello Pop)

La pietà e il coraggio

lunedì, gennaio 14th, 2013

Premesso che ciascuno a casa propria fa entrare e parlare chi desidera, forse proprio questo è il punto: di chi è “la casa del Signore”? Me lo chiedo da due giorni, da quando cioè a Emma Bonino non è stato permesso di ricordare Mariangela Melato in chiesa. ”Nuove regole” ha detto il rettore della chiesa degli artisti a un già scosso Renzo Arbore che non se ne capacitava. (continua qui)

La solitarietà

domenica, gennaio 13th, 2013

Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ci sono poi altre parole che si incaricano di spaurirle. Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine”. Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. O forse, semplicemente, troppo poco coraggio nel mettermi alla prova continuando, per anni, ad aver paura di una cosa che sostanzialmente non avevo mai manco provato a vivere di persona. Fatto sta che intanto solitudine -nella mia testolina- era abbinata a singletudine come se lo stato civile potessee direttamente influenzare lo stato sociale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, tipo, per dire, a indipendenza.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma piano piano poco poco pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Ora, giusto ieri, leggendo Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà. Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne altre. Signore e signori, ecco dunque la solitarietà:

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui)

Una voce poco fa

venerdì, gennaio 11th, 2013

La prima cosa che mi appare pensando a lei è una foto:

ma quella più potente è un suono. Il suono della sua voce. E davvero non trovo un modo migliore per pensare a lei se non sentirla insieme a un’altra grande signora, Alda Merini. Qui, in “Quando gli innamorati si parlano”:

Quando gli innamorati si parlano
attraverso gli alberi
e attraverso mille strade infelici,
quando abbracciano l’edera
come se fosse un canto,
quando trovano la grazia
nelle spighe scomposte
e dagli alti rigogli,
quando gli amanti gemono
sono signori sulla terra
e sono vicini a Dio
come i santi più ebbri.
Quando gli innamorati parlano di morte
parlano di vita in eterno
in un colloquio di un fine esperanto
noto solo a Lui.
Il loro linguaggio è dissacratore,
ma chiama la grazia infinita
di un grande perdono.
Del tuo ultimo tempo senza colore,
delle tue arringhe senza popolo,
della tua vasta legge d’amore,
che da ozi e digiuni,
girando intorno a una grande solitudine
hai scoperto il baricentro del cuore,
o mio sudato amore senz’arte
che mi hai fallito le carte del pudore. ”

Da: folle, folle, folle amore di Alda Merini