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La sindrome di star là

Sunday, January 23rd, 2011

5 gennaio 2011 – Bere Ale-Makallè

L’attraversamento della linea Maginot che li restituiva al territorio etiopico in quel di Makallè veniva salutato all’ora di pranzo del 5 gennaio con lodi, inni, canti, salmi, l’acqisto di svariati caschi di banane, manghi, papaye e una corsa all’Ethiopic Bank per cambiare altri euro in locali Birr dopo che l’avidità degli Afar aveva assestato il colpo definitivo alla cassa comune con il pagamjento di ulteriori dazi,  mance, prebende, pedaggi e incoraggiamenti che in confronto Mario Chiesa era un sagrestano.

Il punto è questo: in Dancalia potreste essere rapiti. Dalla bellezza, chiaro. Ma anche dagli Afar. Non necessariamente potreste notare il peggioramento nel passaggio dai nostrani barbari ai locali dancali. Però, indipendentemente dai vostri orientamenti, per evitare guai ovunque, di norma, c’è uno strumento diretto e di immediata comprensione in tutto il mondo che risiede su banconote di piccolo e grande taglio che vengono opportunamente dislocate lungo tutto l’itinerario come il sale nelle ricette: q.b. Quanto Basta. ”Adesso basta” ha invece provato inutilmente a dire, di tappa in tappa, il nostro delegato Onu alle trattative con le maestranze locali, Professor Pi. Perché, più che altro, non gliene bastava mai. 

E però vorrei vedere voi a fare trattative di fronte a gente armata fino ai denti, contornati da schiere di feroci guerrieri ma soprattutto di Mk47 e di ananas. Bombe ananas. Consapevole di poter opporre solo il coltellino milleusi della Ferrigno, oltre che il suo possente corpaccione ovvio, il professor Pi di norma cedeva dopo che la trattativa inchiodava sull’inequivocabile gesto di una mano destra poggiata sulla gola dell’interlocutore mimante il di lui sgozzamento (io ve l’avevo detto che dopo le capre… Hai voglia a salvare capra e cavoli: Pi avendo già assistito alla efferata fine della capra aveva infatti detto “Ora sono cavoli” non a caso). Vabbè insomma avete capito, no? Pagate e zitti.

Dice: ma mi hanno imposto e fatto pagare 12 uomini di scorta armati e se ne sono presentati solo 3, poi delle 4 guide solo 1 e a volte manco si è presentata quella. Mbeh, ecchè mica penserai che mo’ ci intavoli una trattativa sindacale. Vuoi forse chiamare il Codacons? No, ditemi, che volete fa’? Quello che ha fatto il professor Pi: gli ha allungato ’sti 1000 bir (50 euri) per 3 guide, percepita 1, e crepi l’avarizia anziché il viaggiatore. Dice: ma di quei 12 della scorta, che se ne sono presentati solo 3, mi hanno fatto pagare pure pranzi, cene e viaggio di ritorno per quelli che non si sono mai mossi da casa. Ripeto: che caspita vuoi fare? Un bel ricorso al Tar del Lazio?

E dunque dicevo che, manco il tempo di arrivare a Makallè che stavamo già in banca a prelevare “birr” in cambio della nostra incolumità. Uno scambio vantaggioso in ogni caso e a qualsiasi tasso di cambio, su questo credo che si possa concordare anche in sede di Corte Costituzionale.

E dunque di questa amena cittadina mi è qui gradito ricordare che, a proposito di priorità e in ossequio a quel motto secondo il quale “Non c’è inferno tanto scatenato quanto una donna offesa” (Shakespeare) “o senza tiroxina sodica” (Professor Pi) si decideva di procedere alla ricerca del farmaco. Il Professor Pi prendeva in ostaggio l’autista, la jeep e anche Giorgio che era distrattamente rimasto seduto sul sedile posteriore della jeep -e dunque si ritrovava in uno di quei pezzi di cronaca nera dal titolo ”Gli rubano la macchina col bambino dentro”- dicevo che Pi si rivolgeva all’autista con il seguente itinerario: “Belay, lissen tu mì: non ripartiremo da questo caspita di posto finché non avremo trovato queste caspita di pillole (agitando la scatola vuota)”.

Meri Pop oggi è quindi in grado di fornirvi  la mappa e la dettagliata descrizione di TUTTE -ripeto: tutte- le farmacie presenti nella città di Makallè. Il viaggio della speranza iniziava con una serie di capoccioni di farmacisti -tipo i cagnolini che si mettevano nelle macchine quando eravamo piccoli- che oscillavano facendo nonnonnò. Alla farmacia numero 5 un flebile lampo di speranza intercorreva fra la faccia soddisfatta del commesso col fumetto “ho capito benissimo che state cercando” e la seguente conclusione a voce alta “però purtroppo no, non ho questo farmaco per il Parkinson”. Alla farmacia numero 7 (e lo so, sembra tipo la canzone dell’osteria, mo’ che devo fare?) persino Pi sembrava un po’ provato dopo  la frase “difficult, it will be veeeery veeeery difficult, probably impossible”.

Avviso alla nuova utenza del blog: “impossible, traduzione: termine con il quale è possibile minare definitivamente il sistema nervoso di Meri Pop ma non la testa dura del Professor Pi”. Infatti, alla farmacia numero 10 paraponziponzipò, il farmacista esordiva tipo il ritrovamento di Bin Laden nella grotta con un liberatorio “We got it”: Ce l’abbiamo in pugno. Il nome era diverso ma comunque l’aveva preso dallo scaffale Endocryne.

Sistemata la tiroide di Meri Pop il gruppetto raggiungeva il resto della spedizione per la sistemazione in chiamiamolo albergo. Ove però Nichi Sventola, alla vista della boccetta etiopica dalla quale Meri Pop finalmente estraeva la pasticca esclamava “MA SIAMO SICURI CHE SIA LA STESSA MEDICINA?”. Con ciò iniziando a compulsare un sms a “un mio amico chimico farmaceutico in Italia”. Alì il chimico ci faceva arrivare l’italico conforto con un: “Si, il principio attivo è lo stesso ma il dosaggio è doppio. Quindi, a questa scema, (Nichi, tanto lo so che te l’ha scritto, l’inciso) le pasticche spaccategliele in due. E la testolina pure. Baci. Ciao”.

Dunque dei prodotti tipici di Makallè dei quali lasciare traccia ai posteri, oltre le pasticche, direi che possiamo segnalare lo shopping compulsivo di: berberè, sciarponi avvolgenti, croci, icone, san giorgi, sante cunegonde e altri esponenti tipici del religioso luogo. Ma soprattutto direi che ci si riforniva nuovamente di abbeveraggi freschi tipo cocacole e, soprattutto, frullati di manghipapayeavocadibanane con i quali Patrizia, Massimo e Luca confesseranno più tardi di aver effettivamente raggiunto la sazietà e anche il nirvana.

Prima di abbandonare definitivamente la Dancalia, però, mi consentirete di osservare prima un minuto di silenzio e poi che, per essere gente che usciva da otto giorni senz’acqua nè luce nè specchi nè un caspita di niente, tutto sommato nonn eravamo ridotti come potreste immaginare: peggio, mooooolto peggio. Però confesso che dopo 8 giorni anche senza saponi o detergenti o cosmetici la qui presente aveva una pelle liscia e bella che manco JesuìCatherineDeneuve.
Mi portavo in dote dalla Dancalia, oltre ’sta pelle che lèvati, anche la prova e la controprova che nel deserto spesso è utile e anzi consigliabile fare esattamente il contrario di quello che invece avresti una gran voglia di fare (il concetto potrebbe essere pericolosamente estendibile ad altre regole di vita oltre quelle che andrò ad elencare ma ci andrei piano prima di rinunciare ad alcunché):
se fa tanto caldo meglio coprirsi che spogliarsi
se hai tanta sete meglio bere a piccoli sorsi che a garganella
un té caldo può far meglio di una Cocacola o una birretta fredda (a trovarle) e inoltre ti evita una congestione
per tenere un po’ più fresca l’acqua devi infilare la bottiglia in un calzino bagnato (ma questo non me l’ha insegnato il deserto: me l’ha insegnato Mario).

Ho poi fatto trasmigrare una nutrita serie di cose dall’elenco “indispensabili” a “inutili”, a volte addirittura in “dannosi”.

Ho infine capito che viaggiare può diventare una sindrome inguaribile. Dalla sindrome di Stendhal a quella di “star là”.

E che però per viaggiare servono sostanzialmente due cose: la salute e la curiosità. Della prima si può, in parte, anche fare a meno. Della seconda, assolutamente, no.