Posts Tagged ‘Mabul Island’

Felicità interna lorda

venerdì, settembre 21st, 2012

 Dal Force Blue di Nathan Falco al Refrigerator di Mabul Island (la bagnarola bianca è un frigorifero).

Mabul Refrigeratorship (Foto chevelodicoaffà Miss Nikon)

M’illudono d’immenso

giovedì, settembre 20th, 2012

27 agosto -Mabul Island

E infatti avete sentito male. Malissimo. Che sto sbarco a Mabul island manco nell’intera edizione 2012 di Voyager Indagare Per Conoscere, manco se vi trasferite a casa di Roberto Giacobbo lo potreste mai capì. Perché temo sia inspiegabile. Inspiegabile come si possa vivere su una potenziale Rangiroa con modalità da favelas di Rio. E mai potremmo capire come mai su un’isola da sogno non sia rintracciabile manco un metro quadrato di spiaggia pulita o un posto per fare un bagno fatta eccezione per le proprietà private degli esclusivi resort da 500 dollari a notte nei quali, vi è chiaro, noi non alloggiavamo di sicuro. Che però, lo dico, in Paradiso -almeno lì- bisogna starci liberi, non blindati col filo spinato tutto intorno. E dunque, lo ridico, no, in Paradiso col filo spinato no.

Ciò premesso sta Mabul island è la prima isola tropicale dalla quale ti viene voglia solo di scappare. Sul pontile ad aspettare il nostro arrivo era ammassato un gruppo di altri avventori in fuga che ci accoglievano come fossimo i Caschi Blu dell’Onu, neanche attendendo il nostro completo sbarco per tuffarsi nella barchina che li avrebbe riportati a Semporna. E si che, ve lo assicuro, per rimpiangere Semporna ce ne voleva. Mentre si tuffavano accompagnavano saluti e lanci con frasi del tipo
-Attenti che alla stanza A c’è un topo
-Ah e alla B non funziona lo scarico
-Alla 4 ci sono i piccioni

Arrivo a Mabul Island (Foto Professor Pi)

Il punto però non era tanto cosa ci fosse nelle stanze dell’alberghetto: è quello che non c’era tutto intorno.

E dunque ora io vorrei proprio dirvi che, da vera viaggiatrice navigata e scafata al punto giusto, scannerizzavo il luogo per i primi 10 minuti e preso atto della situazione non esattamente corrispondente alle attese, impiegati altri 5 minuti per gli opportuni imprecamenti, avviavo tosto le procedure di adattabilità e riconversione indi mi rilassavo già al sedicesimo minuto.

Mabul Island village (Foto Chiara Paparelli)

Vorrei anche aggiungervi che effettuato il primo sopralluogo nel villaggetto e resami conto che in un posto del genere sarebbe stato possibile effettuare al massimo una ricerca antropologica di ore 3 e poi, acquisito materiale di studio, fuggirne, in realtà innescavo comunque le procedure di riconversione da “dove immaginavo” a “dove effettivamente caspita sto” e mi godevo il bicchiere mezzo pieno pensando a come sopravviverci al meglio.

Mabul island eyes (Foto Chiara Paparelli)

E invece no. Non ve lo posso dire manco per niente. Mi sono sentita solo uno sconforto di classe A accompagnato da parallela cosmica incavolatura contestualmente inseguendo l’Idroscalo di Ostia come un miraggio. E iniziavo il countdown del “mancano quattro giorni alla partenza” consapevole che non sarebbero arrivati più. Che ci sono dei lunedì che il giovedì non arriverà mai. Questo, tipo.

E qui possiamo senz’altro introdurre un elemento di riflessione che il professor Pi pochi giorni dopo -a proposito del tema amore piuttosto che viaggi e più in generale vita- mi riassumeva magistralmente a Kuala Lumpur davanti a una zuppa di noodles con un:

-Meripo’, poco fa al bagno ho perfezionato una riflessione che mi sentirei di estendere a Teorema: le disillusioni per qualcosa che ci si aspetta e non arriva saranno sempre prevalenti rispetto alle belle sorprese che non ti aspettavi ma che hai comunque avuto.

Cioè sostanzialmente un
“La sòla di una delusione è di norma mai risarcibile dalla potenza della stupefazione per una sorpresa”

Io ne deducevo che
1) il bagno è sempre un luogo di grandi ispirazioni la cui profondità non è mai direttamente proporzionale all’impegno di altre operazioni contestuali che vi si compiono

2) le funzioni intestinali sono sottovalutate

3) a volte anche il professor Pi

E per quanto mi riguarda già solo per acquisire sto teorema valeva la pena il viaggio. A ciò si aggiunga che poi, calata la sera, anche Mabul Island ci ricompensava così:

Mabul Island sunshine (Foto Professor Pi)

Benvenuti in Merinesia

mercoledì, settembre 19th, 2012

26 agosto – da Semporna a Mataking 

Dello squallore di Semporna si è detto a sufficienza, non è che posso stare a intristirvi più di tanto, che pure voi avete i caspita di cavoli vostri. Data per acquisita la rara tristezza del luogo arrivava il 26 mattina una barca a prelevarci, o meglio a liberarci per condurci a una seduta intensiva di snorkeling in quel di Mataking. Ora io in Polinesia non ci sono mai ancora stata ma fonti attendibili mi dicono che, non sapendolo, chi sbarcasse a Mataking potrebbe tranquillamente pensare di essere a Bora Bora. 

Mataking (Foto Professor Splash Pi)

Ed è quello che a me è sembrato, finalmente, lo sbarco in Merinesia 

Merinesia (Foto Professor Splash Pi)

quel uogo ideale del cervello, più che dell’orbe terracqueo, che si insegue nei momenti di più bassa autostima che si susseguono di norma dai 14 agli 84 anni, io trovandomi comunque più vicina al secondo step che al primo di questi due citati. E visto che ieri abbiamo tirato fuori dalle Teche Rai “Born to be alive” oggi diamo l’onore delle armi a Phoebe Cates (anno di grazia 1982 dopo Villarzilla), che giusto lei sentivo mentre mi immergevo nelle cristalline acque. 

 

Spettacolo sopra e sotto il mare, in cielo, in terra e in ogni dove. Eccheccavolo. Era pure ora, no? E daje su.
L’amaro rientro serale nella deprimente Semporna veniva in parte riscattato da un giretto al supermercato e all’islamico bazar con un professor Pi fermamente determinato ad acquistare nel primo qualcosa da mettere sotto i denti (mandorle, unica cosa mangiabile) e nel secondo un Baju Melayu, il costume tipico malese. 

E’ che la XXXLLL è un concetto di taglia che al malese medio sfugge. Comprensibilmente. Ma certo lo spettacolo dei commessi del Semporna bazar che assistevano ai vestimenti e svestimenti provamenti e riprovamenti del professor Pi, alle prese con taglie lillipuziane per la stazza, è roba che terrà impegnati gli antropologi fra qualche millemila anno. 

Bajo Melayu ammiration moment

L’alternarsi di stupore, ilarità, sganasciamenti misti a sincera ammirazione per quel refrigerator di occidentale uomo che si ostinava a insaccare una XXXLLL nella locale L e che a stento riusciva ad abbottonare il malese pantalone che comunque a stento arrivava al sottoginocchio, tipo alla zuava, è ugualmente scena indelebile per me e figuriamoci per loro, i loro figli e i figli dei loro figli. La delusione per lo svanito acquisto veniva affogata nel sacchetto delle malesi mandorle prima e della malese Tiger Beer di lì a poco, Tiger che tutti ci avrebbe accompagnati prima nel Sempornese letto indi, la mattina dopo, verso l’agognato sbarco a Mabul Island. Mabul Island. Ripeto: Mabul Island. Lo sentite già lo sciabordio delle onde del mare di Celebes? E le palme a farvi da corona mentre siete spiaggiati tipo i leoni marini nella baia di san Francisco, sulle bianche spiagge malesi aggettanti sulle cristalline acque, sorseggiando Pinacolada al Mabul Island resort? La sentite anche voi la magia?

Borneo to be alive

martedì, settembre 18th, 2012

25 agosto – Sandakan&Sepilong Orang Utang 

Alle ore 7 si decollava da Kota Kinabalu con destinazione Sandakan, città dell’omonimo figaccione. Non vi sto a dire della sveglia alle 4,30, tra ammaccature recenti da impatto tombino e chilometrici pedestri risentimenti precedenti. Menzione speciale mi è qui gradito fare, invece, della colazione, breakfast box, che il pregevole SABAH ORIENTAL HOTEL di Kota Kinabalu (il presente vale come errata corrige: che m’ha detto Miss Nikon che ieri ho scritto Century Hotel invece alla fine eravamo stati dirottati su questo sempresialodato) ci faceva trovare alle ore 5 alla Reception: doppio muffin (cioccolato e mirtilli), dolcini a fette, mela e arancia. 

A Sandakan ci prelevava nonmiricordomancopiùcchì e ci traslava al Sepilok Orang Utang dove alle ore 10 era previsto il breakfast loro. E qui diciamo subito che sti Oranghi sono dei tipini piuttosto riservati interessati unicamente a mangiare, a quanto pare, incazzosi, appartati e pericavoliloro che però ti compri con due banane e una papaya. 

Sepilong, indovina chi viene a cena (Foto Maria Teresa Menna)

Che tanto basta a farli uscire e apparire. Ma, ormai in overbooking di liane e papaye, a quel punto il gruppo decideva che sì, bella la giungla, belli gli Oranghitanghi, bella pure la buasserì (cit, il Marchese del grillo) però ora pure mobbasta: un diffuso e spontaneo ammutinamento indurrà il Professor Pi ad annullare un altro giro di scimmie, felci e giungle notturne e anticipare immediatamente le procedure di sbarco verso Semporna, arcipelago di Sipadan, avamposto che poi ci condurrà a Mabul Island. 

E’ che quando il pulmino, dopo quattro ore di dolon dolon da Sandakan a sta meraviglia, si fermava davanti ad alberghetto in fetusissima strada di puzzolente posto, immaginavo che fosse per il pipì-stop dell’autista. E immaginavo male, malissimo. Perché, signori, la porta verso il paradiso di Sipadan e dintorni cigola. Anzi, non è manco una porta: è un incredibilmente squallidino e anonimo posto. Dove blatte e topi scorazzano allegramente tra pozze di nonvogliosaperecosa. Succede lì, a picco su un mare e su un arcipelago immortalati sui depliant di meraviglie del mondo. 

Forse qui, più che su un’isola, stavamo sbarcando su una metafora della vita: niente è gratis e nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma. Tutto sta a capire a che punto di sto casino ti trovi. 

Voglio infine rassicurare tutti quelli che in queste ore mi stanno scrivendo riguardo al post di ieri sull’impatto col tombino: tutta intera emersi, grazie alle possenti braccia del professor Pi.

Borneo to be alive. Che a me Patrick Hernandez mi fa un baffo.