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Sòcc, il bonso col zellulare

venerdì, gennaio 22nd, 2016

Quando, ogni volta che mi trascina in loco, chiedo al professor Pi ma come caspita ti è venuto in mente stopostoqquà lui mi risponde che

-Meripo’, cerchiamo di vedere cose che fra poco non ci saranno più o non saranno più come sono state finora

Naturalmente la rassicurazione di essere presumibilmente testimoni del chissàchenesarà di norma non compensa il disagio di machiccaspitacelofaffà. Però, ad esempio, giusto qualche giorno fa Nicki Sventola mi diceva che si sta prosciugando la fonte d’acqua di Dallol, Dancalia, Etiopia, i feroci Afar. E la Dancalia, in assoluto, è stato l’Everest del machiccaspitacelofaffà. Eppure è stato anche l’Everest dell’emozione.

Tutto questo pippone per dire che, giunti dopo gli slalom immunitari che sapete a Luang Prabang, patrimonio dell’Umanità e anche del nostro viaggio -con la bellezza dei suoi templi, il fascino coloniale rimasto quasi immutato e l’affastellarsi di colori, odori e sapori del mercato, delle sue strade e delle sue persone ma soprattutto giunti alle baguette e ai croissant- ci si rendeva conto che è probabile che pure questo bello spirito lao lao abbia le sue belle ore contate.

Dunque potrei dirvi delle bellezze racchiuse nell’ex Palazzo reale, ora museo nazionale, della magnificenza dei suoi monasteri, i suoi Vat

Laos Mauro templi

Foto Mauro Fraboni

della cerimonia con la quale salgono sulla collina del Phou Si e liberano gli uccellini dalle gabbiette (comprati già inscatolati làssotto) come offerta votiva.

Ma sono i monaci la presenza, vera o percepita, che tutto sovrasta o sottende. I monaci che entrano in monastero già a 9 anni -nove anni- e vengono istruiti sui doveri del Sangha, apprendono a leggere e scrivere in lingua pali e devono rispettare i 10 precetti fondamentali che fanno divieto di sopprimere ogni forma di vita, rubare, mentire, usare sostanze inebrianti, violare la castità, assumere cibo dopo mezzogiorno, usare profumi, possedere gioielli o ornamenti, dormire nei letti, accettare denaro o regali personali, frequentare luoghi affollati, ascoltare musica profana e assistere a spettacoli di ogni genere.

Il punto è che i monaci li abbiamo visti anche nei ristoranti, in giro per monumenti con le macchine fotografiche, intenti a farsi i selfie. Ed è stato avvistando l’ennesimo

Laos meri bonzo cellulare

Il bonso col zellulare – Foto Meri Pop

che Mauro ha racchiuso in un’unica frase il senso del cambiamento che sta avvolgendo anche il pacifico, apparentemente imperturbabile e nirvanico Laosse, chiosando sbigottito

-Sòcc…. il bonso con zellulare!

Ma sarebbe un po’ come pretendere, che ne so, che Bertone abitasse in canonica. E certamente non è per la leggerezza di qualcuno che si può trarre conclusioni su tutti. Ma è chiaro che il cambiamento avanza, comunque.

Al netto di tutto ciò e di molto altro ancora forse lo spirito di Luang Prabang sta -ancora- nel Tak bat,

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Tak bat a Luang Prabang – Foto Meri Pop

la processione con la quale i monaci escono all’alba da tutti i conventi per la questua del cibo. E sembrano fluttuare nel buio, in fila indiana, scalzi

Laos Mauro Tak bat

Foto Mauro Fraboni

come un’unica onda arancio e ocra che avvolge la città.

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Foto Mauro Fraboni

Va detto che, essendo stabilita l’ora della levataccia alle 5,30, la spedizione italica si restringeva a Mauro e Meripo’, il resto del gruppo attestandosi sul programma “diamolo per visto”.

Dunque uscivamo nel buio dell’alba in direzione strade centrali ed ecco che intanto iniziavamo a vedere i venditori di cibo e merendine (sì, anche le merendine) per i monaci in pratiche schiscette take away, l’affitto dei seggiolini sui quali aspettare che arrivino i monaci, addirittura a un certo punto sono arrivati tipo degli uomini della sicurezza per tenere lontani i turisti che si assiepavano

-Socc, Meripo’, mo son come gli Uan Dirèssion

chiosava il mio nuovo intellettuale di riferimento.

E sì, la ressa dei turisti, i flash, i bodyguard, il prezzario delle schiscette precotte, i monacelli con le bustone di plastica ove riversare tutto ciò che non entrava più nella bisaccia, tutto vero.

Però. Però dico la verità quel lento fluttuare silenzioso nella notte, quei capi chini in fila, quei piedi scalzi, quelle teste rasate tutte uguali, le persone in ginocchio a bordo marciapiede che li aspettano e mettono un pugno di riso nella bisaccia e beh insomma un certoqual effetto me l’hanno fatto.

Dunque andate. Andate a Luang Prabang. Andate a codesto Laosse anche senza sapere bene indoll’è. Prima che tutto cambi. E non come nel Gattopardo: qui sta già cambiando sul serio.

Un aforisma pare coniato dai francesi dice che “I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano germogliare, i laotiani lo ascoltano crescere”. Illaosse non vi stupirà con effetti speciali, non è ruffiano come i suoi vicini, non è abbagliante come il Myanmar e non compiace in alcun modo i turisti. Ma andate. Anche solo per ascoltare.

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Foto Roby D’Aria

E grazie a Claudia, Mauro, Monica e Roby

L’invasione degli Anticorpi

mercoledì, gennaio 20th, 2016

Giusto domenica scorsa eravamo con Shylock e il professor Pi a pranzo in un posticino carinassai al Flaminio quando, portandoci il polpettone con accanto salsa di mirtilli e verdurine, scartavo il cetriolo crudo. Intanto per prevenzione: che i cetrioli son sempre sospetti. Ma soprattutto per riflesso condizionato, dopo aver scansato verdure crude, ghiaccio e acqua non sigillata per tutto il viaggio. Che viaggiare è anche questo: accorgersi, tornando, dell’immensa fortuna di potersi mangiare pure la fetta di cetriolo. E lavarsi i denti con l’acqua corrente. E lavarsi i denti punto. E lavarsi punto. E punto. Insomma a volte si viaggia dillà anche per capire quanto vale ciò che abbiamo, e diamo troppo per scontato, diqquà.

Il punto più infimo della scala Richter del pericolo smottamento intestinale lo raggiungevamo nella pausa pranzo del viaggio di discesa verso Luang Prabang sulla strada per Nang Khiow quando, fattasi na certa e chiesto al temibile Batong un posto dove poter mangiare qualcosa, ello ci scodellava su una piazza di un sobborgo di un qualchepposto ove affacciavano circa dieci catapecchie all’aperto di friggitorie sudestasiatiche una peggio dell’altra che farebbero impallidire tutte le serie di “Cucine da incubo”.

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L’invasione degli anticorpi 1 – Foto Mauro Fraboni

Al punto che, scendendo dal pulmino, il sintetizzatore Mauro (cioè il campione della sintesi, colpito dalla legge del contrappasso essendo lui uno stellato ristoratore) così apostrofava solo a vederlo il culinario approdo:

-Sòcc, ragassi, mo qui muoriaaaamo

con ciò tutti però accomodandoci nella culla di tutti i vibrioni

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L’invasione degli anticorpi inside – Foto Mauro Fraboni

più che altro per non contrariare il temibile Batong. Vi risparmio i particolari. Aggiungo che la prussiana Monik sbarrava i teutonici occhioni in cerca di salvezza in qualche Nononnò che però nessuno aveva il coraggio di pronunciare.

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Anticorpi grigliati – Foto Mauro Fraboni

Sul tavolaccio albergavano bacilli travestiti da stoviglie che inutilmente la profe C tentava di disinfestare con un pezzo di carta igienica (pulita, messa lì a mo’ di tovaglioli) ma infine ordinando per tutti

-OVVIA, LA CI DIA UN POHO DI CODESTO FRITTO, icché friggendo almeno s’ammazzan un po’ di vibrioni

(e mi è qui gradito sottolineare che, visto il livello di asianinglisc dei locali, l’unico metodo di soluzione delle controversie nonché l’unica possibilità di farsi intendere da codesti, per tutto il viaggio, è stato manco la Lis, la lingua dei segni, ma direttamente il vernaholo fiorentino della profe C, al netto dei camei bolognesi del Maurino).

Il codesto fritto veniva spacciato come maiale. E nessuno si peritava minimamente di metterlo in dubbio. Anche perché poco prima, fermi a un delizioso mercatino, s’era notata questa bancarella

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Pannocchie & topo al mercatino – Foto Meri Pop

in cui, ovemai non ve ne foste accorti, l’ultimo allineato a destra vicino alle pannocchie E’ UN TOPO

Accompagnato con il solito sticky rice, riso glutinoso, o meglio riso appiccicoso: riso -senza glutine quindi celiaci fatevi sotto- che loro usano tipo mastice, anche appallottolandolo con la mano sinistra usato a mo’ di pane da accompagno, mentre con la destra maneggiano bastoncini.

E qui va detto che anche la quippresente, che maneggiava bastoncini con la stessa disinvoltura con cui maneggia il black and decker -cioè nulla- diventava la Silvan dei chopsticks in un battibaleno pur di non usare le posate, pur generosamente messe a tavola con insetti e residui di cibo precedente incorporati. Il tutto veniva accompagnato da una bella BeerLao tiepida.

Vi aggiungo che, costretta a usufruire del bagno per una urgentissima e irrimandabile pipì, costretta a passare per la cucina, ne ricavavo che il bagno era certamente più pulito della cucina.

Visitato quindi il locale mercato degli alcolici da brindisi di Capodanno, ci si parava innanzi questa bella sfilata di simil grappa di riso con un bel cobra reale a galleggiare dentro:

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Il brindisi del cobra reale – Foto Mauro Fraboni

Che infatti anche la Rettore avvertiva che “il cobra non èèèè un serpenteee”. Qua è direttamente un Glen Grant.

Immaginate dunque il sollievo quando, finalmente approdati a Luang Prabang, si scopriva che l’antica città coloniale aveva mantenuto intatte alcune tradizioni, tra le quali la baguette e i croissant. Che in certi casi, e SOLO in questi, come dice il mio amico Enry “aridatece le colonie”.

E comunque stasera quando tornerete a casa fate una carezza alla vostra cacio e pepe. E ditele “Questa te la manda Meripo’”.