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Sempre caro ci fu quest’ermo cuore

venerdì, aprile 14th, 2017

Cosicché ierisera, mentre Roma si svuotava in vista del Pasquamento, il binomio condominiale Lorenza-Meripo’ affluiva in direzione Ermo Colle ove sempre care ci furono le Scuderie del Quirinale. Colà ci attendevano “Da Caravaggio a Bernini, capolavori del Seicento italiano nelle collezioni dei reali di Spagna” ma ci attendeva pure la Serenissima amica Debora, ivi sopraggiunta dalla Laguna. Debora, diciamolo subito, è una gnocca che lèvati e dunque, nel peregrinar di quadro in quadro, l’occhio dell’avventore posavasi anche modestamente sulle amichemie.

Senonché la mostra merita assai e caldamente consiglio di ivi trascorrervi qualche ora della maratona del Pasquamento, tra il digerir della pastiera o del sartù.

Lì a un certo punto, improvvisamente affacciandovi in una sala, verrete letteralmente abbracciati dal Cristo crocifisso di Bernini, l’unica figura in metallo realizzata dal Gian Lorenzo e anche l’unica statua che, mentre lui era in vita, fu ritenuta inadatta alla destinazione, sostituita nel Pantheon dell’Escorial da uno di minor valore nonsisapperché. In ogni modo sentirete che emozione e sentirete anche quelle braccia crocifisse senza croce (andateci anche perché arriva dal Monastero di San Lorenzo de l”Escorial e difficilmente viene esposto al pubblico).

Scuderie crocifisso Bernini

Gian Lorenzo Bernini, Cristo crocifisso – Foto Meri Pop

Se un appunto devo fare, e lo faccio, è che tra tutti i mirabili quadri esposti ce n’è uno di una pittrice donna, Fede Galizia, una assoluta rarità per l’epoca, considerata uno dei fondatori del genere della natura morta, ma il suo nome non viene mai citato nella presentazione ufficiale (compresa quella sul sito) e sappiamo che statisticamente è da quella che discenderanno molte altre recensioni. Peccato. Peccato perché questo Giuditta e Oloferne è bellissimo.

Scuderie Fede Galizia Giuditta e Oloferne

Fede Galizia, Giuditta e Oloferne – Foto Meri Pop

E vabbè, vi toccherà nella galleria delle Storie calme di donne inquiete, poveravvoi. Che stavamo dicendo? Ah sì che stavamo deambulando fra queste meraviglie. Senonché essendo l’affluenza copiosassai, a un certo punto ci appartavamo agevolando il deflusso. Agevolando il deflusso di un prosecchino recandoci al baretto quirinalizio.

Lì, a un certo punto avventatasi (nel senso come avventora) anche l’amica Chiara, costì diventando quattro femminazze attorno a un tavolo con vista bollicinata Ermocolle, scattando la modalità Sex and the city, ci sovveniva un taglia-e-cuci spaziante urbi et orbi includente gli sconcludenti esponenti del sesso a noi avverso. E dunque sedendo e mirando interminate sòle di là da quelli e sovrumani spajamenti e profondissima sete, in un coro di risate il naufragar ci era dolce e pure parecchio terapeutico in quello mare. Perché, davvero, a una donna può succedere di tutto ma ci sono “due cose di cui non avremo mai abbastanza: buone amiche e buone scarpe”.

Costì, nuovamente issateci sui tacchi, ci si rendeva conto che s’era fatta nacerta e che eravamo rimaste le ultime quattro del palazzo più i due baristi: ondeggiando a causa del bolliciname in circolo, congedata Chiara, ci recavamo a ritroso nelle sale della mostra in direzione uscita.

A un certo punto, arrivate alla per noi uscita che era la prima sala di entrata, ci ritrovavamo tutte e tre al cospetto di quello che forse è il cuore della mostra ma che ha certamente fatto battere il nostro: messer Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista”

Caravaggio Salomè

Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista” – Foto Meri Pop

Tre donne attorno al cor, proprio. Noi tre sole, in quella penombra e in quell’infinito silenzio, di fronte a quella magnificenza ma soprattutto a quella testa d’uomo mozzata offerta sul vassojo. Embeh. Non solo ci è sovvenuto l’eterno e le morte stagioni e i chitemmuorti a corredo ma anche un infinito, liberatorio ESTICAZZI.

Andate, amiche e amici. Andate e mandate.

Occidentali’s calma

venerdì, febbraio 17th, 2017

Credo nell’arte come metodo di risoluzione delle controversie e di guarigione dagli amarezzismi. Cosicchè ieri, vistosi che il periodo gli è molto alto nell’indice del dimerdismo, ho accettato l’invito di una delle mie archeognok e mi son diretta alla Galleria Corsini ove sono in mostra anche due gioielli di Daniele Da Volterra, solitamente chiusi in casa dei conti Pannocchieschi d’Elci di Siena, faldone Serpelloni Mazzanti Viendalmare.

Ed è stato così che, mirando interminati spazi di fronte alla Madonna col Bambino, mi è sovvenuto se non l’eterno certamente sovrumani silenzi e profondissima quiete.

Questo Daniele da Volterra, pur amico di Michelangelo, non esitò a infilar braghe a mezzo del suo Giudizio Universale quando il Concilio di Trento sconfinò nella censura artistica delle impudiche nudità. Per questo, da allora, è detto il Braghettone. Eppure, in questa Madonna col Bambino, la tetta ancillare gli fuoriuscì bel bella e colà rimase.

Danilo da Volterra Madonna

Danilo da Volterra, Madonna col Bambino, Galleria Corsini

Segno che mai nulla è per sempre. E che comunque vada panta rei. And singing in the rain (paracit).

Credo nell’arte come metodo di risoluzione delle controversie, dicevo, interne ed esterne. Credo cioè che certuni scazzamenti, opportunamente allocati, potrebbero avere esiti diversi. Intendo dire che sotto la volta scrausa di un’affrettata rigenerazione urbana gentrificata il girodiscatolismo troverebbe ulteriori motivazioni a josa, sotto a quella della Cappella Sistina no e, schiacciati dalla magnificenza michelangiolesca, anche i più feroci propugnatori del muoiasansonismo sarebbero costretti alla resa. Per cui, ad esempio, convocherei i mondiali contendenti non all’Onu ma nella Camera degli sposi.

Danilo da Volterra Isaia

Daniele da Volterra, Elia nel Deserto, Galleria Corsini

Che anche l’arrendersi può diventare soave se l’antagonista, in luogo di Mario, diventa Michelangelo.

E dunque, ora e sempre, rifugiamoci nell’immensità. E se a qualcosa dovete arrendervi fatelo lì.

Arrendersi al più grande no. Arrendersi alla grandezza sì.

(Andate, andate fino al 7 maggio. La mostra è curata da Barbara Agosti e Vittoria Romani. Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini, Via della Lungara 10, Roma)

Un uomo solo al comando

giovedì, gennaio 27th, 2011

Avevo già preparato un post che parlava dell’amore secondo le donne. Era pronto anche quello sul diario dancalo. Poi è arrivata quella montagna di merda delle intercettazioni.

Credo di non meritarlo e credo che non ve lo meritiate neanche voi. E così, come terapia d’urto, ho pensato che invece era ora di far scendere in campo qualcuno che vi riparlasse di amore, di sentimenti, di donne, di feste, sì anche di feste e non di festini, di cuore e soprattutto di bellezza, quella vera.

Se un uomo solo al comando del Paese ci tiene in ostaggio della tristezza e dello squallore del suo declino io gli rispondo con un uomo solo al comando della poesia.
E più lui cercherà di trascinarmi nel baratro dello scadimento e della vergogna più io cercherò di opporgli la bellezza.

Io a Silvio Berlusconi voglio rispondere con Giacomo Leopardi.

Signori, “La sera del dì di festa

“Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core”.

 (da “I Canti”)

Continuiamo così, amiamoci di male

martedì, settembre 14th, 2010

Speciale intercettazioni
Mareprofumodimare, mattina, esterno giorno, lenta scorre l’onda e pure l’essemmesse.

Meritant: che fare quando ti sovvien l’eterno e le morte stagioni?
Meripo’: evitare la bagnacauda a cena
Meritant: in effetti mi sovvien pure l’intestino
Meripo‘: minchiagrandiamori?
Meritant: no. Solo minchioni. Aggiungibili alla collezione
Meripo’: e ti credo, visto che il cuore è vicino allo stomaco, come dice suor Germana
Meritant: ho voglia di innamorarmi lo stesso. Leggo Fabio Volo. E cito Leopardi. Questa è la fine di un’era geologica.
Meripo’: io invece leggo Shakespeare e quando dice che siamo condannati a pene d’amor perdute e a inseguire solo roba che fa soffrire ma della quale non possiamo fare a meno dico “come Fabio Volo”. Non so chi stia peggio. Io, direi.
Meritant: sei una dilettante. Io sto guardando Love boat. E mi commuovo. Stravinco.
Meripo’: amare fa un male pazzesco. Allora percheccaspita ci ostiniamo?
Meritant: perché nel cerchio della vita c’è il minchiagrandeamore. O piccoli amori. O comunque palpiti e sospiri. Non so vivere senza un Ti amo nel cuore. E manco tu. Che c’è di male? Oh Meri, dividiamoci i cerotti.
Meripo’: sei ottimista, io volevo dividerci direttamente prodotti da sala operatoria, fili per suture, tipo.
Meritant: forse ci accontentiamo del primo che ci fa palpitare. Credo si chiami rischiare. E noi sappiamo farlo.
Meripo’: ecco, brava, mettiamocelo pure nel curriculum.
Meritant: se non continuassimo così diventeremmo normali. Che schifo.
Meripo’: si, che schifo starsene tranquille
Meritant: vabbè allora continuiamo così
Meripo’: amiamoci del male
Meritant: si. Ciao
Meripo’: Ciao.