Posts Tagged ‘lasciarsi’

La regola delle 3 C

mercoledì, settembre 13th, 2017

A seguito di una recente nuova ondata di straziamenti amorosi postumi vieppiù complicati dalla distanza ravvicinata delle scrivanie frontali o dell’attraversamento di pianerottolo, mi è qui d’obbligo ricordare a tutta l’utenza che -come spesso nella vita- meglio prevenire che rattoppare.

E dunque sono qui a ricordarvi che mai mai e poi mai bisogna infrangere la regola delle TRE C

-No Capo
-No Collega
-No Condomino

Dice
-Ma scusa Meripo’ ed esclusi questi chi rimane?
Infatti non so se vi è chiaro: bisogna restare single.

Tre di picche

I dieci stadi dell’amore

martedì, giugno 28th, 2016

A proposito dei recenti risultati divorzili oltreManica, dei recentissimi tifi a sfregio in onore di Geysercity e a chitemmuorto per Albione e dunque anche a proposito di stadi, ritengo utile dare una rinfrescata all’utenza riproponendo la

Classificazione in scala Pop dei dieci stadi dell’amore:

1 Che stronzo
2 Che dannatissimo stronzo
3 Apperò
4 Granfico
5 Mio
6 Stronza
7 Che dannatissima stronza
8 Suo
9 Stronzo
10 Che dannatissimo stronzo

Islanda haka

Il gelo in una stanza

venerdì, luglio 25th, 2014

Cara Meri,
giusto ieri leggevo il commento della tua amica Gilda sul post del Tururù “Meglio un gelato da accompagno che un compagno gelato”. E giusto oggi il tipo che sto frequentando da un po’ mi fa
– ho deciso di congelare la mia vita sentimentale per un paio di anni
A un successivo approfondimento ha spiegato che comunque vuole congelare solo il cuore mentre tutto il resto può tranquillamente restare a temperatura ambiente e in uso.
In linea di massima che ne pensi e che ne pensa anche il Comitato Pop?
Tua Donna Summer

Cara Donna Summer,
giro il quesito al comitato Indesit che ormai mi coadiuva. Dico che l’idea, ora che sta tornando il caldo, non mi pare invece affatto malvagia. Adottala, anzi, anche tu: congelati la Jolanda.
Tua Meri

P.S.
Vabbè comunque la cosa più bella è la definizione spazio temporale: congelamento per due anni. Tipo emissione di titoli a breve termine. Spettacolo puro. Donnasà, questo non te lo perdere per nessun motivo al mondo: congelati il cervello e divertitici. Divertitici, si dice, si?

L’occasione mi è rigradita per riproporre l’intramontabile

Se ti lascio è normale

martedì, maggio 8th, 2012

LEGGEREATTENTAMENTEST’AVVERTENZA
In coincidenza con lo scatenarsi di tutte le allergie, riniti e varie di stagione riceviamo e pubblichiamo un’altra dose di vaccino Pecerin. La presente valga, per tutti, come sostanza da assumere per sviluppare e potenziare, ove già non si fosse provveduto autonomamente, il sistema maschimmunitario: se li conosci li eviti, se li conosci non ti uccidono.
Vostra
Meri Curie

di Pecerin

Qualche ingenuo può immaginare che conquistare le donne sia difficile. Sciocco: basta un aspetto fisico non deforme, una minima disponibilità di tempo e di denaro (ripeto: minima, soprattutto per quanto riguarda il denaro), una notevole faccia tosta ed è come rubare nelle chiese.

Altri possono pensare che con le donne sia difficile starci, e questo è un poco più vero. Altri ancora possono immaginare che la parte complicata sia avere con loro una divertente attività sessuale, e ciò è ancora più vicino alla realtà, soprattutto dopo alcuni mesi di frequentazione. Ma pochi comprendono quale sia la fase più difficile nel rapporto con una donna: il lasciarla.

Mandare al diavolo una donna innamorata è infatti un’impresa quasi impossibile. Qualunque cosa tu dica, lei ti rimarrà tra i piedi. Se vai con un’altra, è solo per farla ingelosire; se non ci vai, è perché sei ancora innamorato di lei. Se non la chiami, non le passa per la testa che lo fai semplicemente perché non hai alcuna voglia di sentirla: immancabilmente supporrà qualche intricato quanto inesistente meccanismo mentale per cui tu, pur essendo innamorato di lei, non la vuoi chiamare. Penserà che hai paura dei tuoi sentimenti, che sei troppo attratto da lei, che non sei abbastanza coraggioso per avere un rapporto costruttivo, che sei infantile e non sicuro di te stesso. Ma mai le passerà in un distretto recondito del cervello il pensiero che – semplicemente – non hai più voglia di giacere con lei o perché ti è giunta a noja la sua compagnia, o perché hai per le mani una compagnia migliore (o comunque nuova, quindi migliore, in varietate voluptas come diceva Quintiliano). No. Te la ritroverai sotto casa, al ristorante, ad una cena tra amici. Ti scriverà lettere appassionate (tienile, se sa scrivere bene potrai riciclarle), ti invierà libri illeggibili con dediche da non leggere, dischi sdolcinati, ti lascerà nella segreteria telefonica ultimatum definitivi che, purtroppo, di definitivo non avranno nulla.

Allora, viene la domanda: come togliersi dai piedi (senza infrangere il codice penale, ovviamente, qui non si contempla la Soluzione Parolisi) la rompiscatole di turno? Per molti anni ho navigato nell’incertezza. Dire ad una donna carina ed innamorata “mi piaci ma non posso stare con te” è qualcosa che le destabilizza e le porta ad insistere, dirle non mi piaci più peggio che peggio, si entra nella filosofia; dirle “non sono adatto a te” le porta al desiderio di cambiarti; affermare la banale scusa “sono troppo coinvolto e devo allontanarmi” è addirittura autolesionista.

Ma quali sono allora le tecniche più efficaci per piantare una donna? La risposta non è per nulla facile, anche per chi – come chi vi scrive – ha una certa esperienze delle cose del mondo.

La soluzione Andromeda sfutta una malattia venerea. Comunicare ad una fanciulla che si è contratta una perniciosissima infezione è in generale qualcosa che la allontana. Ma ha due controindicazioni. In primo luogo, se si sa in giro vi brucerete avventure future; in secondo luogo in alcune donne – tra le più fastidiose – alberga lo spirito di Florence Nightingale, ed il morbo le incollerà ancora di più a voi quali affettuose infermiere. E questo è un guajo.

La prima grande scoperta che feci avvenne per caso, e mi portò a produrre la Soluzione Ghost. Durante una conversazione nella quale stavo propinando una quantità ciclopica di sciocchezze mi incartai sulle mie stesse parole. Alla mia fidanzata del tempo, non sapendo come rispondere riguardo ad una bionda con la quale ero stato visto in giro qualche mese prima, mi risolsi a dire che era vero che mi ero preso una sbandata per l’avvenente fanciulla, ma che purtroppo la bella sfortunata era morta in un incidente stradale. Ovviamente stava benissimo, e l’unica vittima sarei stato io se una delle due avesse saputo della mia affermazione, ma la cosa per fortuna non accadde. Da quel momento in poi capii che era sufficiente affermare di essere ancora innamorato di una morta per mettere in fuga anche la più insidiosa delle seccatrici. Se poi insistevano, raccontavo che quando facevo l’amore con loro mi appariva la defunta, e questo aveva – lo ammetto – una certa efficacia come repellente anche delle più ostinate. Con il tempo delineai con precisione la personalità e l’aspetto della poverina prematuramente mancata, disegnandola su di una mia ex dotata di un certo spirito, che ero convinto le avrebbe permesso di prendere con filosofia la cosa. Su questo, ahimè,  mi sbagliai: una volta accolse le confidenze di una fanciulla che si lamentava di questa tragedia occorsami, e lei comprese da alcuni dettagli che la morta era lei. Me la cavai con due ruote bucate e l’antenna annodata, e decisi di cambiare strategia.

A quel punto ebbi una delle mie intuizioni, e misi a punto il capolavoro, ovvero la soluzione Ettore Majorana  Majorana era una giovanissima promessa della fisica. Un giorno si recò a Palermo, e semplicemente scomparve. Nessuno lo trovò più.

Ecco, con le donne la cosa migliore da fare è scomparire. Di colpo, senza nessun preavviso, senza nessun discorso, senza nessun segno di crisi, bisogna andarsene. E’ indispensabile un numero di telefonino di una scheda ricaricabile, che si possa gettare via senza problemi, una segretaria molto sollecita che risponda in modo vago e negativo a qualunque richiesta. Può ajutare trasferirsi in un albergo o fare una vacanza di qualche giorno, mettere un sacco di posta finta nella cassetta davanti a casa vostra. Massimo quindici giorni, di assenza e di mancanza di qualunque contatto, ed anche la più adesiva si rassegna e vi mette nel dimenticatoio, consolandosi con qualcuno più presente.

Orbene, voi potete immaginare quanto sia efficace questa tecnica per lasciare una donna, ma non potete di certo immaginare cosa succede se, in una sera solitaria, non avendo di meglio per le mani, vi viene voglia di rivedere la fanciulla abbandonata e provate a richiamarla. Voi non ci crederete, ma con un poco di faccia tosta potete pure ribadire in rete. Basta avvolgere nel fumo la vostra mancanza, accennando a fatti tragici e drammatici che non potete raccontare, e concludere con questa frase: me ne sono andato perché allora non avevo nulla da darti, se non la mia solitudine (si può sostituire naturalmente “solitudine” con “frustrazione”, “malinconia”, “sconforto”, “nevrosi”, “paura”, a seconda della interlocutrice, in generale è meglio non fare riferimenti al timore della retrocessione della propria squadra del cuore, ma non è detto)

Voi direte: è una stupidaggine, ed avete ragione. Voi direte non significa nulla, ed avete ancora ragione. Voi direte non ci casca nessuna, e qui vi sbagliate. Perché, vi garantisco, non tutte, non la maggioranza, ma una minoranza non trascurabile (ovviamente nessuna di loro legge questo blog) si mette quasi a piangere e – incredibilmente – si concede di nuovo. Confermando la mia ben nota teoria secondo la quale le donne non credono l’improbabile, ma credono senza esitazioni all’incredibile. E per questo non dobbiamo mai mancare di dire loro “ti amo”.

Gioia Mia Pisciapiano. In Via degli Avignonesi

giovedì, giugno 16th, 2011

Cara Meri Pop,
dopo lunga e tormentata storia ho deciso di lasciarlo. Credo non se lo aspetti. Io, invece, mi sono francamente rotta di aspettarlo all’infinito.
Vorrei dunque organizzare qualcosa di non convenzionale. Conosci un ristorante a Roma adatto all’occasione?
Grazie
Gioia

Cara Gioia,
mi compiaccio
1) per la scelta di armi non convenzionali
2) per non aver chiesto un posto rumoroso dove coprire lacrime e singhiozzi (come accadde a un’utentessa di Dissapore) che evidentemente non hai necessità di versare, che l’unica cosa che ti consiglio di farti versare è un buon Syrah.
3) per aver preso una decisione
4) per aver preso questa decisione

Dunque, il nostro esperto in materia enogastronomica è Gimbo, al quale cedo volentieri la parola. Non prima, però, di averti detto che, quando le decisioni si riesce ogni tanto a prenderle e non solo a subirle, ma soprattutto quando le si apparecchiano a dovere, fanno (un po’) meno male.
Anzi, per dirtela proprio tutta, a volte possono persino trasformarsi in godibilissime performance teatrali che ricorderai -passato il primo, inevitabile dolore- con “gusto”. Resta infine inteso che il conto lo paga lui. Almeno quello del ristorante.
Meri

Cara Gioia,
dipende anzitutto dal modo in cui vuoi mandarlo al diavolo (discreto, freddo, appassionato con scena madre, furioso, comico). A Roma ci sono varie situazioni che potrebbero essere sfruttate all’uopo. Se i vostri portafogli sono gonfi e se vuoi chiudere alla grande, con classe e fair play, investite lieti la vostra quattordicesima da uno di questi “classici”: La Pergola, Il Convivio, Agata e Romeo.
Se invece le tue intenzioni sono bellicose, quale posto più adatto di una classica trattoria romana, rustica e ruvida sia in sala che nei piatti? Anche un furente lancio di ortaggi, o una sputazza a tradimento nel di lui bicchiere, passeranno semi-inosservati in quei luoghi simpaticamente caciaroni e che non hanno mai conosciuto le ansie castranti dell’etichetta.
Ce ne sono a centinaia, ma una in particolare, che ha una storia ormai quasi secolare, mi ritorna in mente per evidente assonanza onomastica: “Gioia Mia Pisciapiano”.
Prosit

Gimbo
 
 
 

Ho bisogno di ristrutturare me e il negozio: elenco aggiornato delle scuse per lasciarti

mercoledì, novembre 17th, 2010

Sapevo che mi avreste dato soddisfazione. Non così.
E dunque la parte più interessante dell’elenco sta nei commenti pervenuti su questo sito e su un apposito contenitore Fèisbuc aperto all’uopo. Mi è gradito innalzare tutto (il tema, dico) a rango di post.

Ho bisogno di ristrutturare il negozio e sarò troppo impicciato per avere tempo per noi.
Ho bisogno di una un po’ più normale
Ho bisogno di non farti più soffrire
Ho bisogno di invecchiare insieme a mia moglie.
Ho bisogno di ritrovare me stesso. (Bastava comprarsi un Garmin)
Ho bisogno di tempo perchè tu meriti di meglio.
Ho bisogno di stimoli, che non siano quelli verso la toilette.
Ho bisogno di stare di più con i miei figli.
Ho la sindrome di Edipo, sono innamorato di mia madre.
Ti voglio bene ma non ti amo.
Tu sei troppo per me. Se mi lasciassi non ce la farei. (Dunque mi porto avanti col lavoro)
Sei troppo intelligente per me.
Se solo tu non fossi stata come sei avremmo potuto continuare a stare insieme.
Ti lascio prché ti amo troppo.
Ti lascio perché sei troppo impegnativa.
Ti lascio perché sei troppo di troppo.
Ti lascio perché sei troppo indipendente.
Ti lascio perché hai scoperto che ti tradivo e non sei riuscita a perdonarmi. Ma é colpa tua: se non lo scoprivi non te l’avrei mai detto.
Ti lascio perché ne hai bisogno tu. E’ per il tuo bene.
Ti lascio perchè non posso darti quello di cui hai bisogno. (Mi hai mai chiesto cosa mi occorra, a parte il tuo Iban?)
Ti lascio perché non mi meriti.
Voglio stare con te. Ma non posso nell’immediato.

Spero di interpretare anche il vostro orientamento se il premio Award lo aggiudichiamo comunque a: “Ti lascio perché ho bisogno che mi si aprano i sette chakras”.

(Grazie a Dominique)

Elenco (parziale) delle scuse addotte per lasciarti

martedì, novembre 16th, 2010

Ho bisogno di stare un po’ da solo.
Ho bisogno di stare un po’ in compagnia. Di altre.
Ho bisogno di prendermi una pausa.
Ho bisogno di prendermi una menopausa.
Ho bisogno di fare più sesso.
Ho bisogno di fare meno sesso.
Ho bisogno di fare sesso. Con un’altra.
Ho bisogno di pensare
Ho bisogno di non pensare.
Ho bisogno di capire.
Ho bisogno che qualcuno mi aiuti a capire.
Ho bisogno che qualcuna.
Ho bisogno di riprendermi.
Ho bisogno di riprenderti. Ma non ora.
Ho bisogno di staccarmi per un po’.
Ho bisogno di attaccarmi per un po’. A un’altra.
Ho bisogno di riprendermi i miei spazi.
Ho bisogno di riprendermi i tuoi spazi.
Ho bisogno di un cane. Ma non il tuo.
Ho bisogno di un gatto. Della vicina.
Ho bisogno di me.
Ho bisogno di te. Ma non ora.
Ho bisogno di.
Ho bisogno di cambiare.
Ho bisogno di cambiarmi.
Ho bisogno di cambiarti.
Ho bisogno di una svolta.
Ho bisogno di una svelta.
Ho bisogno di fermarmi.
Ho bisogno di fermarti.
Ho bisogno di uscire. (Di qui).
Ho bisogno di entrare. (In un’altra).

(continua, continuate)

Bella, ciao: ci si lascia il lunedì. Occhio al weekend

venerdì, novembre 5th, 2010

Chiariamolo subito: il sondaggio l’ha fatto un giornalista inglese, evidentemente disoccupato, spulciando e monitorando Facebook su parole come “rottura”, “fine”, “addio”, “bai bai” et similia. La notizia è presa da qui ed è questa: il giorno della settimana preferito per lasciarsi è il lunedì.

Già sull’aggettivo “preferito” potremmo imbastire un casino che la metà basta. Ma procediamo. Dice vabbè, 1 su 7. Ci sta. E poi, diciamolo, uno passa il weekend presumibilmente coi suoceri a pranzo, paste e Punt e Mes, pantofole sulla digestione della lasagna, ultime energie sul pollice facendo zapping tra Domenica In e Barbara D’Urso e finalmente, dopo aver mangiato a cena gli avanzi del polpettone, invece di imbracciare un mitra e fare una strage dentro la Sma, modello americano, il lunedì mattina si fa la valigia e, molto dignitosamente, se ne va.

Ma qui si dice che in qualunque condizione ci si trovi, pur non convivendo e non avendo parenti fra le pantofole nel weekend, quand’anche foste di ritorno da Parigi, il lunedì ci tocca.

Senonché lo studio dice pure che, a fronte del giorno della sòla scientifica, ce n’è uno altrettanto certo, al riparo da ogni sorpresa, l’unico in cui di sicuro resterete insieme: il giorno di Natale. Evidentemente questo De Rita dei miei stivali frequenta Facebook ma non frequentava casa Meri Pop. Ma andiamo avanti.

Altri periodi ad allarme Defcon1 sono due settimane prima di Natale e a marzo: rendetevi irreperibili. Tolti i lunedì, l’Avvento e l’equinozio di primavera forse però je la potete fà.

Senonchè nel grafico di questo Alberoni yankee io vedo un bel movimento di cambio della guardia pure al 14 febbraio, al passaggio della primavera e quello del 1 aprile e dintorni.

Guardate che non c’è rimasto mica molto a disposizione, per godervela.

Considerate, oltretutto, che oggi è già venerdì.

Secondo me a questo punto resta una sola cosa da fare per evitare di passare il weekend a pasteggiare con le gocce di Xanax: giocate d’anticipo. Costituitevi spontaneamente e lasciatel-o lasciatel-a voi. Subito. Ora. 

E, ora si, buon fine settimana a tutti.

Andare senza rotelle

lunedì, giugno 21st, 2010

Mia nipote ha tolto le rotelle alla bici. Era tanto che ci provava. Anni. Alla fine sembrava aver rinunciato e diceva: “tanto non me ne importa niente”. Ma lo diceva con le lacrime agli occhi e tirando su col naso. E chiedeva continuamente: “ma tu quando le hai tolte, le rotelle?” e tutti giù a spostarle in avanti la data effettiva dell’iniziazione.

Poi, ieri.
DRIIIIIN
“Zia, ziaaaaaaaaaaaaa, lo sai che vado in bici senza rotelle?”
“Amore, ma è una notizia fantastica. E come hai fatto?”
“Non lo so nemmeno io come ho fatto. A un certo punto PUM, sono partita”
Pausa
“Senti, zia, e tu quando hai imparato ad andare senza le rotelle?”
“Beh ecco, pure io mi pare a nove anni”
“Ah. E poi anche l’anno scorso. Quando vi siete lasciati con zio”.

Riuscire ad andare senza rotelle: un piccolo passo per la giovane older, un grande passo per sua zia.