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Così vicini, così lontani

martedì, febbraio 11th, 2014

Arriva il giorno in cui anche le porte di un blog leggero e un po’ cazzaro vengono sfondate e travolte da altro. Quindi ricevo e, senza aggiungere una parola, pubblico e affido a tutti noi.

Cara Meri

da 10 anni ho una “amica di penna”. In dieci anni la mia vita ha avuto veloci trasformazioni che hanno reso complicato e difficile anche la sola corrispondenza. Entrambi ci siamo sposati e avuto figli. La sua vita matrimoniale prosegue anche in mezzo alle tempeste, la mia è naufragata da tempo.

V. è bosniaca. Vive in una città a “pochi” chilometri da Pescara o Ancora – basta attraversare l’Adriatico -, una città conosciuta da pochi e non da tutti. Così vicina e così lontana da noi.

Mostar è nota per il ponte distrutto e ricostruito, simbolo di una guerra senza senso, tra le più cruente e sanguinose degli ultimi anni.
La faccio breve altrimenti ti annoio. Io e lei, due culture diverse, due pensieri diversi. Inutile aggiungere che nella testa della maggior parte degli italiani gli slavi sono zingari e le loro donne “di facili costumi”. Dall’altra parte del mare, invece c’è una strana considerazione degli italiani, una sorta di ricchi smidollati, tanto invidiati e tanto sopravvalutati.

Nonostante la quasi indifferenza generale, in questi giorni la Bosnia è di nuovo sulle pagine di cronaca. Rivolte, assedi ai palazzi istituzionali, violenze e disordini in piazza contro la corruzione politica e, soprattutto la miseria. Oltre la metà dei bosniaci è senza lavoro, il reddito medio è di 400 euro al mese ma sono dati falsi perché tengono conto anche dei pochi ricchi che alzano i valori. Alcuni operai non raggiungono i 100 euro al mese.

V. ha due bimbi e ora sta chiusa in casa sperando che l’incubo passi. Un incubo vero reale. Lei e la madre tra il 1992-95 erano costrette come la gran parte delle donne bosniache a vivere barricate in casa con tutti i soldi e gioielli nascosti sotto la biancheria intima. Una parvenza di speranza! Quando i soldati o i rivoltosi razzolavano le case lo stupro era sicuro, la sopravvivenza dipendeva dalla quantità di soldi nelle mutande o dalla qualità degli ori.
Ora V. ha paura, molte cose si stanno ripetendo quasi con le stesse modalità.

Questo è quanto mi ha scritto ieri e che affido a te e al cuore di tutti noi:

“Per la prima volta dopo tanti anni, sento grande distanza tra noi. Io sono di Mostar, quella città che probabilmente avrai sentito ancora tra le notizie di cronaca.
Io sono di Mostar, tu no.
Sono rimasta davanti al computer per quasi 24 ore, lasciato aperto Facebook per ogni evenienza (…). Sono terrorizzata. Sono orgogliosa di essere di Mostar. Sono inquieta. Ho paura di uscire da casa. Ho passato gli ultimi giorni a leggere notizie, su internet, in Tv, sui giornali. Sto provando a chiamare i miei genitori e i miei parenti tutto il giorno per sapere se stanno bene. E ogni volta sembra infinito il tempo prima di avere una semplice risposta “hello”.
I pensieri mi ruotano in testa vorticosi. La memoria di quanto accaduto è ancora troppo nitida. E’ un marchio nella testa. E tu dove sei? Perché non capisci cosa succede? Io ho bisogno di una voce dall’altra parte del muro. Invece non ci sei, come non ci sei mai stato, come sempre.
Sì sembra che ci sia una nuova guerra in preparazione e io sono completamente paralizzata. L’unica cosa che mi rende attiva è pensare ai miei bimbi ed essere pronta a prendere il necessario per fuggire.
Io sono di Mostar.
Noi potremmo amarci per altri milioni di anni, ma noi non saremmo mai vicini, così vicini. Tu questo non lo capirai mai. Tu non sei di Mostar. Sfortunatamente”.

Andrea

Da "Venuto al mondo" con Penelope Cruz ed Emile Hirsch

A Bologna, dove ogni cosa è illuminata

lunedì, novembre 19th, 2012

E’ stato quando mi ha presa in consegna il mio amico Marco (che a Bologna, sabato scorso, ho fatto una sentimentalstaffetta con alcuni amici di Zuckercoso ma questo ve lo racconto dopo) che,  arrivati all’angolo fra via Rizzoli e piazza Nettuno, lui ha alzato gli occhi, mi ha indicato un grande lampione liberty (e la stolta per una volta ha guardato proprio il lampione e non il dito di Marco) e mi ha detto:
-Meripo’, se siamo fortunati, mentre sei qui potrebbe illuminarsi almeno una volta

Io non volevo contraddirlo e soprattutto non volevo fare la figura della babbiona un po’ rinco e quindi prima ho accennato un poco convinto
– Aahh
poi ho ceduto e ho chiesto
-E perché si illumina?
E lui
-Si accende ogni volta che a Bologna nasce un bambino

Io a Bologna c’ero stata, c’ero stata e come, ma questa storia del lampione appeso a Palazzo Re Enzo, non l’ho saputa mai: l’hanno collegato alle sale parto del Sant’Orsola e dell’Ospedale Maggiore e, giorno e notte, si illumina ogni volta in cui arriva un cittadino nuovo.

Che poi il lampione è stato giusto il coronamento di una giornata vissuta pericolosa mente, nel senso che ci sarebbe da uscire scemi a pensare com’erano certi miei weekend prima di trasferirmi su Zuckercoso: che giusto tra oggi e domani cade l’anniversario di quando andai a conoscere Lamicamia e conobbi pure il marito del Lamicamia e Gilduzza e Giorgio e un po’ di cucuzzaro che avevo visto solo nelle fotine su Facebook per mesi e mesi.

Fu l’inizio di una serie di appuntamento al buio fino alla Carinzia, marescià stia calmo, dei quali il lampione di Bologna fa giustamente da coronamento e accendimento. E raccontarvi  tutta la Bologna che ho visto sabato, nella staffetta Mara-Arianna-Marc ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura soprattutto a loro all’idea che possa tornarci. è evidente.

Si sappia che, dal balcone di Lucio Dalla, al bar più affollato del globo che è l’Impero di via Indipendenza, a certi angoli belli belli glamourfèscion che solo con una donna si possono scoprire, al goccetto all’Osteria del sole (che invece poi ce ne sono altri che solo con un uomo si possono scoprire, dove tutti entravano con dei cartocci e io chiedo -Ma che si portano? e Marco -Da mangiare. E io -E qui che ci vengono a fare? – Meripo’ a bere. E il mangiare se lo portano da casa. Insomma posti ancora così poi non mi dite che quando si prendono i treni non si entra nella macchina del tempo) io sabato quando ho ripreso il treno per andarmene ci ho pensato: Santichepaganoilmiopranzononcen’è e invece Marco, per dire, me lo ha pagato al Roxy Bar. E mai avrei pensato di vogliounavitaspericolata e ho trovato in qualche modo pure quella.

P.S.
Ah, il lampione mentre ero lì non si è illuminato mai. Però, credetemi, ogni cosa era illuminata, caro Jonathan Safran Foer.
Grazie a Mara, Arianna, Marco e tutti quelli che m’hanno acceso st’illuminazione di andare in viaggio anche su Zuckercoso.

Nina, aspettami ancora

venerdì, giugno 8th, 2012

Stavolta sono andata a conoscere un’altra amica. Ha quattro anni. Si chiama Nina. Abita a Pietrasanta. Insieme ad Andrea. E Francesco. Ed è una libreria.  Meripo’ ma che te sei rincoglionita scimunita? Po’ esse. E’ che per me Nina era Andrea e viceversa. Nel senso che su Zuckercoso io ho conosciuto lui e con lui una cosa che si chiama amoreperilibri. No, non passione: amore, proprio. Io i libri pensavo già di amarli di mio. Invece lui mi pareva deppiù. E mi pareva giusto. Soprattutto mi pareva strano. Che uno così, un giovine e discreto figaccione, facesse “il libraio” di una libreria nel senso proprio quella con gli scaffali di legno. Che come fa uno a campare con una libreria? Sei circondato da Feltrinelli, Mondadori e dall’Esselunga dico io arrenditi, no? No.

Vabbè mentre cercavo di venire a capo di sto mistero, tipo Champollion con la stele di Rosetta, dopo un po’ che ci si scribacchiava su Zuckercoso, chiedo ad Andrea una cosa da leggere dando poche sommarie indicazioni tipo impostazioni Garmin: provengo da Natalia Ginzburg e vorrei dirigermi su libro di donna ma non è che debba essere da Nobel della letteratura. E lui mi dirotta su “Ci sono cose che una non può fare scalza”. Cisonocosecheunanonpuòfarescalza. Allora sono uscita dal computer e sono entrata da Feltrinelli e all’omino gli ho detto: Senta, provengodaNataliaGinzburg e vorrei andare su un libro di donna che mi consiglia? E lui ha detto: più avanti a sinistra c’è la letteratura rosa. Ha detto c’èlaletteraturarosa.

Insomma allora io ho capito che dovevo prendere un treno e andare a vedè di persona. Così mi sono messa le scarpe belle (che ci sono cose che una non può fare scalza. E manco con le Birkenstock. Tipo toccare. I libri. E gli scaffali) e gli ho minacciato “Andrè, sabato arrivo”. Ho preso il ciuff ciuff e sono arrivata a Pietrasanta. Che sta in Versilia. Ma un’altra. Che per me la Versilia era Viareggio e Forte dei Marmi che a loro volta erano posti con solo ombrelloni e Capannine e un po’ però anche La pioggia nel pineto. Ma poca. Pioggia.

E ho fatto bene a prenderlo, il treno. E se potete prendetelo anche voi. E andateci, da Nina. Che non lo so dove la ritrovate una libreria che ha il nome di una nonna e la sua foto sull’insegna. (che Nina non è Zilli).

"E' nonna Arduina con le sue amiche al mare a San Vincenzo nell'estate del 47, quando l'Italia ripartiva. E speriamo porti fortuna anche a noi che partiamo".

Se potete andateci già questo weekend che c’è una cosa bella che si chiama Anteprime (da oggi a domenica). E se andate da Andrea poi ditegli di portarvi a pranzo al Giglio. (Che è il ristoro lì vicino e non l’isola, che io già mi vedevo spaparanzata a picco sul mare. E non solo io, sia chiaro).

Io dentro Nina mi ci sono persa. Pure se avevo il Garmin. E quando sono andata via mi sono sentita cantare nella testa Nina. No, non quella di De Gregori. Quest’altra che la amo molto e parla di quella guerra che forse ha visto anche nonna Arduina. E che dentro, guarda che sfiga, ci ha di nuovo “Dentro a un libro di Liala la serenità, Roma adesso è troppo avara, non ti ascolterà”.  Aò a me sta letteraturarosa proprio non mi da’ tregua eh.

P.S.
Però dice pure “…dove vai, dove sei, Nina, aspettami ancora”.

P.P.S
Ah e ad Andrea ho chiesto “Ma ora sul podio delle vendite di Nina quali libri ci sono?” e lui ha detto:
1) Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas (che, si sappia, è stato presentato in anteprima da Nina quando ancora, al titolo, il 99% rispondeva “Set’abbracciochè??”)
2) Morte dei Marmi di Fabio Genovesi. Mo’ vi devo dire A) che il titolo, lo scrive proprio sto genovesi che invece è fortemarmino, l’ha scelto Andrea e B) che l’altra volta che gli ho chiesto Andrè che libro c’è da leggere? Lui mi ha detto: “Fabio Genovesi – Esche vive. E’ amico mio. Ma è bravo”. E infatti poi Fabio Genovesi è diventato Fabio Genovesi, no pizzeffichi.
3) La notte alle mie spalle – Giampaolo Simi che, manco a dirlo, “é di Viareggio. Ma è bravo”.

Ho imparato a sorellare. E non smetterò

domenica, maggio 20th, 2012

Sono giorni dolorosi. Molto. Molto dolorosi. E però sono anche giorni nei quali s’avanza ancor di più la sorellanza. Non ho trovato il significato preciso di questa parola. Nel vocabolario. Invece lo sto trovando in parecchie case. Case di donne. Nelle quali arrivo, sbarco, sorello e riparto. Apripista fu Lamicamia, sempresialodata. Seguì il viaggio in Carinzia, sempresianlodatepure Frà&Vale too.

Stavolta ne ho fatto uno apparentemente più corto. Nel quartiere accanto. Ma per arrivarci ho dovuto fare un sacco di strada. Nel senso che 1) io fino a due anni fa una cosa del genere me la sognavo e 2) che prima di aprire sto blogghe e di andare sui socialcosi non avevo una movimentatissima vita. Cioè se ce l’avevo era perché pedinavo la vita di un altro. Ma che potessi permettermi io di averne una per i fatti miei questo poi figuriamoci (e, sia chiaro, non è che fosse colpa del poveruomo. Era miaebbasta).

Insomma c’è che io sono stata invitata. A casa. Di… Ippazia. La mia amica Ippazia. Che come Lamicamia e Franca e Vale io non l’avevo vista mai. Ma ci seguivamo sul socialcoso. Ippazia me l’aveva raccomandata la mia amica Nì e Nì un’altra Nì e insomma na specie di effetto domino di amiche.

C’è che Ippazia faceva il compleanno. E aveva invitato le amicheamiche. E poi pure Meri Pop in quota “sparigliatrice”. Tra le referenze di Ippazia c’era che cucina che in confronto Ferran Adrià je spiccia casa. E io vi voglio solo ricordare che mia sorella -quella anche di Dna- mi ha regalato il curriculum adesivo “Bacio meglio di come cucino”.

Capite? Insomma io vado. E arrivo in una casa che lì proprio lì ci ha abitato venti anni la mia zia del cuore. Me stava a prende un colpo. Citofono, salgo, lei apre, ci abbracciamo, entro, mi abbraccio pure le altre insieme a un calice di Berlucchi e -non so come dirvelo- io mi sono sentita tutta una cosa emozionante nello stomaco. Era fame. Perché era dalla sera prima che facevo posto. E avevo ingurgitato solo un Bifidus Actiregularis. Ma me ne sono sentita pure un’altra di cosa emozionante. In testa. Era il Berlucchi. Rosè.

Ed è stato dal secondo bicchiere che si è aperta una delle più memorabili Woodstock del palato e della chiacchiera che si ricordino. A ricordarsele, appunto. Che dopo il Berlucchi è arrivato il Verdicchio e un altro buonissimo che non mi ricordo e poi i liquorini e gli elisir e i nettari degli dei.

Ippà, mi ricordo che quando sono uscita da casa tua-vostra-nostra ero più vicina al Nirvana che a Lungotevere. Ma che caspita ci siamo dette in quelle quattro ore a tavola io proooooooprio non me lo riesco a ricordà. Uomini, di sicuro. Tacco. Tacco 12 di sicuro pure lui. Poi tipo i rossetti. I rossetti, i tacchi e gli uomini (nell’ordine, che di solito così si conquistano). Mannaggia, poi?
So solo che, uscendo, mi sono detta:
-Meripo’, qualsiasi sia stato il prezzo per arrivare fino a qua ne valeva la pena. Ahssì, se ne valeva la pena.

Segue elenco parziale delle meraviglie patrimonio dell’umanità (che ora devo far aggiungere dall’Unesco) consumate dalle otto sorelle:

Bavaresina di gorgonzola (un piccolo Ayers Rock) con sopra una gelatina di squisitezza e uvetta al Marsala
Ravioli (fatti a mano) di melanzane e ricotta salata con confit di pomodorini
Timballino di pesce azzurro all’arancia, zenzero e cannella su letto di patate
Mozzarella sbottonata con bottarga e Saba
Tiramisù che lèvati
Parfait di mandorle glassate con squaglio di cioccolata calda
Rotolo al cioccolato con bucce di arancia candite

I dolci di Ippazia - Foto (e stomaco) Meri Pop

Di appuntamenti al buio in Carinzia

venerdì, maggio 11th, 2012

Ristorante, interno giorno. Meri Pop e mamma Pop

-Allora che fai questo weekend, cara?
-Mamma parto, vado in Carinzia
-Dove vai, cara?
-In Carinzia: dalle CAReINZIeme amiche mie
-E, volendo circoscrivere meglio questo concetto, chi sono, cara?
-La mia amica Franca e la mia amica Vale: direzione Mitteleuropa
-E la tua amica Franca io l’ho mai vista?
-No, mamma, ma neanche io
-EEEHHH????
-Perciò ci vado, vado a conoscerla: siamo amiche su Fèisbuc
-ODDIO MERIPO’, MA UN ALTRO APPUNTAMENTO AL BUIO???

Il cameriere, tutto il tavolo accanto e anche la cassiera si voltano e scrutano questo bel pezzo di metroemezzo scarso.

Mia madre abbassando la voce:
Oddio Meripo’ maunaltroappuntamentoalbuio? (nel senso che io già l’altra volta ero andata a trovare Lamicamia un’altra chenon la conoscevo)

-ECCERTO, VISTO COM’è STATO ECCITANTE L’ALTRO

Il cameriere vacilla insieme al cabaret dei tiramisù e un po’ però anche sghignazza. Poi

-Signò vadavada, tanto co sto casino de crisi che c’è alla luce der sole, che altro cazzo de peggio je po’ succede, ar buio?

E allora io quasiquasi lo prendo, sto treno.

Finchè Pippa non ci separi

lunedì, novembre 28th, 2011

Riguardo alla saga della Lamicamia c’è pure che mica solo io avevo il frullatore in testa, eh. Pure lei quanto a Pippe sta messa bene.

di Lamicamia
Se c’hanno fatto pure un film, dico io, qualcosa significherà no? Infatti io proprio a un matrimonio l’ho conosciuta, e c’ero andata un po’ intimidita che non conoscevo nessuno, nemmeno gli sposi a dirla tutta, e mi ci aveva portata un’amica di quelle che lo sai che se le segui sicuro capita qualcosa di bello ma una sorpresa così proprio non me l’aspettavo.

Adesso devo rivelare che la prima cosa che si nota di me non è la timidezza e nemmeno la ritrosia, però a quel tavolo di donne così brillanti un pochetto mi contenevo e quasi stava per avvenire il miracolo che m’azzittivo, ma siccome per i miracoli ci vogliono almeno almeno la barba e le stimmate, meno male che non è successo.

Che va bene che mi sono tanto divertita, ma tornare a casa con il pelo in faccia e le mani bucate più di quanto già non siano insomma, era un prezzo troppo alto.

E così me ne stavo buona buona a godermi quel fuoco continuo di battute brillanti e scemenze ingegnose, m’infilavo giusto ogni tanto che quando sei tra persone intelligenti metà del lavoro lo fanno loro e basta seguire l’onda.

Certo, devi saper nuotare, che non è che il sale in zucca segue il principio dei vasi comunicanti altrimenti avremmo risolto il problema dei cretini e invece si sa, quelli c’hanno le mamme fertili e sono impermeabili, altroché.

Intanto pensavo che quella ragazza (che ‘donna’ fa molto Cugini di Campagna e ‘femmina’ troppo Piero Angela) mi piaceva tanto e pure pensavo ‘e quando mai mi si fila, dopo oggi’ perciò mi godevo il presente che del doman, lo sappiamo com’è.

Così quando la festa è finita e io me ne sono tornata a casa, beh, quell’altra casa, quella che per entrarci serve la chiave e non la password, mi sentivo come quando hai passato una giornata bella con amiche che conosci da una vita e siccome invece la vita precedente non c’era bisognava fare in fretta che vabbè ‘ragazze’ ma mica si può confondere la semantica con il calendario e insomma, era meglio sbrigarsi.

Così ho cominciato ad andarla a trovare lì, nella casa con la password, a vedere un po’ cosa le piaceva e cosa no, ad ascoltare le sue storie e me ne tornavo sempre con un sorriso. E se volete, vi racconto anche il seguito.

Ah, il matrimonio però era un po’ una pippa, no scusate, c’era Pippa perché si sposava la sorella. Che secondo me si poteva chiamare Pippa pure lei.



ćevapčići

domenica, novembre 27th, 2011

Io pensavo che fosse una cosa tipo Dasvidania. Un saluto. Ungherese. No, no un salume, proprio un saluto. Allora ieri sera mia sorella mi porta in un ristorante. A Bassano romano. Apro il menù e trovo Dasvidania. Cioè ćevapčići.
-Oohhh ma allora è una cosa che si mangia?
-Che cosa Meripo’?
-Cevapcici
E mia nipote, dieci anni:
-Beh certo, zia, che pensavi che ci si potesse fare con le polpette?

Esaurite così le figure di cavolo mi appresto a chiedere consiglio a Missischef. Ma arrivate ai dolci trovo pure lui.
-OOOhhhhhhh STRUCOLO de POOOMIII???
Mia nipote guarda prima la mamma, poi il papà, poi il nonno poi infine la qui presente e traduce
-Zia è lo strudel, si mangia pure questo

Il fatto è che io su Facebook sono amica della Franca. Che cucina in modo spaziale, vive lassù lassù ma che quaggiù quaggiù pubblica delle foto al limite della molestia acquolinica, soprattutto per chi da almeno due anni è entrata nella pace dei sensi. Di colpa. Non avendo più cucinato ma approfittando del fatto di essersi intelligentemente circondata di amiche e amici chef di prima grandezza.
Dicevo dunque che Franca cucina, fotografa, pubblica e spesso irrompe nel bel mezzo di un’insalata prelavata con pane fatto in casa e, nell’ultima settimana, strucolo de pomi.

E dunque ieri sera allo strucolo coi pomi ho realizzato che
-Ma scusate ma allora questo è un ristorante che cucina come Franca?
Mia nipote mi ha accarezzato la mano, tacendo
Io allora ho collegato i primi due neuroni disponibili e ho urlato in un entusiasmo incontenibile
-Quindi siamo in un ristorante tipo triestino?

Mia sorella ha lanciato un’occhiata ai libri su Trieste riposti in ogni tipo di scaffalature che circondavano i tavoli e ha allargato le braccia

Il fatto è che io Franca non l’ho mai vista. E neanche sentita. Come Lamicamia. Ma è a tutti gli effetti una di famiglia. Come Lamicamia. E lo so che Fèisbuc è solo per rimorchiare ma evidentemente io rimorchio parenti, che ve devo di’?

Insomma al momento dell’ordine io quasi mi sono alzata in piedi sull’attenti e ho declamato
-ćevapčićipatateintecia eeeeeeeeeeeeeeee   STRUCOLOCOIPOMIDIFRANCA

A Bassano romano va detto che c’è gente molto comprensiva, abituata a ogni genere di ordinazioni.

E ma insomma il punto è questo: che io tutta la sera ho pensato a Franca e che in quel ristorante si mangiava come Franca e si scriveva come scrive Franca con le sue amiche e amici. E ditemi un po’ voi che mi tocca fare per uscire il sabato sera pure io con loro. Da qua.
Comunque ve li consiglio. Sti Dasvidania. Buonissimi.
Ah e poi ho pensato che io una settimana fa stavo mangiando delle cose nelle Lemarche, buonissime pure quelle: arrosticini, si chiamano. Me le ha fatte trovare la Lamicamia. Insieme a un paesaggio che lèvati, a una stanza tutta per me e altri amici e pure Scrat. Il cagnone bonsai.
E insomma sto Fèisbuc io per ora rimorchio parenti e colesterolo che è una bellezza.

P.S.
Si ma allo strucolo de pomi mica ci so’ arrivata. Mi sono arresa alle patate in tecia. E ho sgraffignato un pezzettino di krapfen di mia nipote. Io lo strucolo aspetto che me lo cucini Franca. Coi pomi. D’ottone. E manici di scopa. Che sicuramente sarà una roba così, casa sua.

Chi lascia la strada vecchia per la nuova mo’ sa quello che trova

mercoledì, novembre 23rd, 2011

(segue saga)
Ilmaritodellamicamia, esaurite le formalità della stretta di mano e del benarrivati, non riusciva più a riprendere la parola dal sabato pomeriggio fino alla domenica sera.

Lamicamia, Lamicasua ora anche mia e Lamicosuo pure e io ci precipitavamo in una no-stop di ore trenta interrotta solo da arrosticini, affettati, formaggi, salamini e Montepulciano in quantità industriale, intervallata anche da marmellate, torte, biscotti, mieli, tartetatin e associati della colazione successiva.

Il resto è consegnato alla storia. E alla geografia. E al fatto che come te nessuno mai, caro questoweekend. Che tutta una vita a rifiutare caramelle dagli sconosciuti per poi piombargli direttamente in casa.

Insomma l’ho fatta parecchio lunga però questo,alla fine, vi volevo dire: prendetele, ste caramelle. Nel senso buttiamolo, ognittanto, il cuore oltre l’ostacolo. Che oltre a fare più fico che scavallarlo inciampandoci sopra capita che magari vi scoprite pure Sotomayor.  Ah si, certo che avevo paura. E anche questo vi volevo dire: la paura è un buon segnale. Che fare cose che non ce ne mettono almeno un po’ alla fine può rivelarsi un bel duepalle.
E chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia e mo’ sa pure quello che trova.

Mettiamola così: dovendo scegliere tra una cosa che vi mette un po’ d’ansia e una liscia famo che qualche volta scegliamo la più difficile. Ho detto qualche volta. Non questa che state pensando mo’. Che ve conosco, mascherine.

Quando sai chi ci hai sai pure dove sei

martedì, novembre 22nd, 2011

(segue da ieri)
Per aggravare una situazione già complessa, la vostra qui presente accettava dunque l’invito dalla Lamicasua mai vista né sentita, per numero due giorni consecutivi di foolish immersion con incorporato incontro con altri due avventori Amicisuoi ma ipotetici anche Amicifuturimiei. Senonché, digiamolo, se non fosse che abbiamo cinquant’anni ‘na certa e non 16 (ma Lamicamia e Lamica2 di meno, di 50 intendo, non di 16) sarebbe stata una gran figata.

Solo  al momento di spiegarlo a mia madre mi rendevo conto della situazione, cioè da abordo della corriera quindi un po’ tardi per ripensarci.
Driiiinn
-Meri sono mamma, dove sei?
-Su una corriera
-E dove vai?
-Non mi ricordo bene. Ma mi vengono a prendere
-Chi ti viene a prendere?
-Lamicamia
-Ah mi fa piacere e chi è?
-Non lo so
Silenzio
-Non l’ho mai vista. Ma ci siamo scritte un sacco
-Allora forse era meglio farne una pubblicazione, non un weekend
-Si forse faremo anche quella. Vabbè mamma ci sentiamo quando torno
-Ma quando torni da dove?
-Da qui. Ciao
Clic

Così Lamicamia è venuta a prendermi alla pensilina della corriera ma subito prima mi ha telefonato (che il numero, almeno quello, ce l’avevamo): e mentre il coso squillava io un po’ ho avuto, per la prima volta, paura. Che la voce è importante. Come dare la mano. E se ci ha la voce moscia? Non ce l’ha. Pfiuuu. Anzi, squillava più del telefono. Ha detto “Meriii guarda che io sto scendendo dalla collina, arrivo eh”.

Infatti poi lei è scesa e io sono salita. Sulla macchina. E mi ha portata all’autolavaggio. Io non ero mai rimasta dentro alla macchina, all’autolavaggio. Cioè solo quando ero piccola. Poi mi hanno fatta sempre scendere e invece a me stare sotto ai rulli mi piace un sacco. Così sul fiume inarrestabile di parole e squilli che ci stavamo catapultando addosso, ha iniziato a scendere pure la schiuma. E siccome l’autolavaggio è parecchio rumoroso pure noi alla fine urlavamo in una nuvola di Carwash “E ALLORA QUANDO M’HAI CHIAMATA HO PENSATO SPERIAMO CHE NON è MOSCIA”. E altre cose così, da signore.

Che io poi ho pensato: mai nessuna al primo appuntamento m’aveva portata all’autolavaggio. E però dopo anche in una bellissima piazza, al bar all’aperto che il sole ci baciava. E dopo “lesignorecosaprendono?” s’è sentito un coretto all’unisono di “uncaffèmacchiatocaldograzie”.

Era fatta. Suggellate davanti a un parzialmente scremato. Mi ha presentato mezzo paese, che chiunque passava la conosceva, in senso buono. E poi sono arrivati gli altri due Suoiamici. E lì io ho avuto un altro po’ di paura perché lei lo sapevo come scriveva, cioè molto bene. Loro non sapevo niente niente e neanche mai ci eravamo scritti; ma essendo Amicisuoi avevo però capito che Lamicamia magari è tanto buona ma uno/a che non ha dimestichezza col congiuntivo e coi cani MAI.

Anfatti. I miei 25 lettori immaginino ora un altro tavolino di un altro bar all’aperto di un gran bel posto che eravamoquattroamicialbar, ma proprio che avevamo un sacco di cose da dirci, che era tanto che non ci vedevamo. Da mai, io. Epperò io non lo so com’è stato ma ci siamo mipiaciuti pure al bar. Credo. E insomma si è fatta ‘na certa. E siamo andati tutti a casa della Lamicamia. Qui:

E la mattina, quando mi sono svegliata, fuori della finestra c’era questo:

E questo:


E che altro vi devo di’? Ah si, che io un silenzio così silenzioso non l’avevo mai sentito. E però non mi ricordavo più dov’ero.
Così ripensando a “quando sai chi sei sai anche chi vuoi con te” io ho pensato: Mattugguarda, che quando sai chi ci hai sai pure dove sei. A casa.
(segue. aò io me sto a invecchià e ho perso un paio di occhiali, il collagene e pure la sintesi)

Quando sai chi sei sai anche chi vuoi con te

lunedì, novembre 21st, 2011

Insomma a un certo punto lei mi scrive così: Meripo’, entro un mese. Tipo Napisan a Monti. Che lei ed io era tempo che ci scrivevamo e ci studiavamo e ci mipiacevamo. Sul socialcoso. Però poi come tutti gli amori platonici tocca fare anche la prova dal vivo. E io le avevo riscritto: vabbè, il 19 e 20. Che lei non sta a Roma.

E così sabato mattina ho preso la corriera. Io era da quando ero piccola che non la prendevo, la corriera. Che prendo sempre metropolitane, autobus, treni, aerei, carretti, jeep pure pulmini ma non la corriera. E intanto vi devo dire che le corriere sono diventate molto belle e io mi sono sentita molto una donna in corriera.

Poi a un certo punto della corriera, tipo all’altezza di Tagliacozzo, mi sono resa conto che non solo non l’avevo mai vista ma non avevo neanche mai sentito la sua voce. Che quando scrive io la sento ma nella mia testolina, non con le orecchie. Ed è una cosa strana perché almeno una telefonata prima di piombare due giorni a casa di qualcuno che non hai visto mai, dico, almeno la telefonata di solito si fa.

Tagliacozzo a picco sulle montagne era appena sfrecciato dal finestrino quando ho pensato pure che avevo visto più foto dell’irresistibile canpeloso che sue. Ed è forse stato per questo che sbarcata alla pensilina della fermata di Amicaland e visto arrivare una macchina di corsa, suonare, accostare e aprire la portiera io mi ci sono fiondata dentro. Ma non era Lamicamia bensì due giovanotti che dovevano prendere lo zio. Dietro di me. Così sono scesa.

E poi Lamicamia io l’ho riconosciuta senza che neanche suonasse. L’ho riconosciuta fra tre macchine con dentro Altreamichedialtre. Ma Lamicamia io mi ci sono riconosciuta da lontano. Che lei una volta mi ha scritto: “Quando sai chi sei sai anche chi vuoi con te”. E ha scritto tante altre cose ma questa di più.

E allora io sabato sotto alla pensilina della piazza mentre le andavo incontro me lo sono detto con una certa soddisfazione: “Meripo’, nonostante tu non ci abbia capito ancora un ca tubo di chi sei, almeno mo’ sai piombare da chi vuoi con te”. (segue)

 

Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere,
e non guardiamo in faccia nessuno che nessuno ci guarderà.
Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere
e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già?