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The river

lunedì, gennaio 9th, 2012

24 e 25 dicembre 2011
Pensare che l’ha scoperto un italiano. L’Omo river. Sto fiume di mille chilometri in mezzo alla savana africana e alle tribù cattivissime e selvagge l’ha trovato un esploratore italiano che si chiamava Vittorio Bottego. E che ti fa? Se ne parte alla fine dell’Ottocento dall’Italia che, se pure sempre un po’ sgarrupata, sempre meglio di là stava combinata, e si avventura in quell’iradiddio di caldo, malattie, zanzare, savana, animali feroci e uomini ancora di più. Che uno dice: i matti.  Riempiono il mondo. Certe volte lo allargano. E qualche altra lo salvano pure.

Io non sapevo manco che esistesse, st’Omo. Finchè un altro matto mi ha detto che ci andava e mi ha chiesto se volevo andarci pure io. Insieme ad altri 14 matti: età dai 10 ai 77 anni. Ripeto: Laura 10, Giancarlo 77. Come caspita fai ad accampare scuse di qualsiasi genere?A dire “ma io veramenteeee??”.

E poi, come diceva l’amico Albert Einstein, “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la fa”.

A questo ho pensato quando la sciaguarata rispose. Rispose Si. E si ritrovò in un amen a trascorrere la notte di Natale su un Roma-Cairo-Addis Ababa con comodo arrivo alle 5 del 25 in una strada fatiscente anzichenò della capitale etiopica sulla quale si affastellano grattacieli e capanne di fango, alberghi e baracche di lamiera. Noi stavolta albergo. Eh ma calma, eh. Che dopo 24 ore di carte di imbarco puoi solo svenire nel letto, ovunque si trovi, e provare a dire, alle ore 13 del 25 “maaa tipo mangiare una cosa?”
e sentire la saggezza atavica della scienza rispondere:
“vediamo cosa troviamo”.
Lui, dopo esserci trascinati per qualche chilometro sulla strada non mi ricordo come si chiama di Addis Abeba fuori dall’albergo, trovava uno sgarrupo nel quale faceva capolino un doppio sgarrupo travestito da simil bar. Solo uomini dentro. Neanche una donna tranne la sottoscritta e la signora che preparava i caffè. Il Professor Pi entrava a passo deciso. Io speravo entrasse solo a chiedere informazioni. Lui invece si accomodava allo sgarrupato tavolo di formica con sedie rotte in un tutto buio pieno di mosche e qui mi fermo.
“Possiamo avere due caffè?” ordinava sicuro come fosse all’Harry’s bar. Quindi, indicando col ditone una cosa che un tempo era un bancone con un vetro ove giacevano mosche morte e altra fauna in come vigile, avvistava una specie di muffin fritto contestualmente chiedendo
“e quello cos’è?”. Non capendo assolutamente la risposta ne ordinava due.
“Se pensi che io possa mangiare sto coso ti sbagli di grosso”
“Meripo’ fai come vuoi, fino a stasera non ci sarà altro”
Dopo averlo sezionato e aver trovato solo unto e tracce di cose inidentificabili, decidevo di passare alla fase “lo ingoio intero” poi ripiegavo su “vabbè lo addento e butto giù”.
Che poi non era proprio terribile eh, una specie di Ayers Rock a mappazza fatto fritto. Si, ecco. Ingoiato sosrseggiando un caffè quasi allo stato solido tanto era concentrato, servito in una tazza che, ve lo giuro, secondo me era quella delle sperimentazioni della penicillina. Il Il tutto mentre gli astanti osservavano sta gnappetta bianca fare tanto la difficile di fronte a un Ayers Rock fritto ammappazzato.
Vabbè, detto questo si tornava in albergo e si procedeva alla visita di musei e dello scheletro di Lucy dei quali lo so che non ve ne frega nulla.
Quindi, se avete digerito l’Ayers fritto, possiamo comodamente avviarci al 26 mattina, che ci stanno aspettando le jeep. 

26 dicembre 2011
Si chiama David: sarà il capoautista delle quattro Toyota Land Cruiser in dotazione, nonché driver della nostra per i prossimi 15 giorni. Il che, soprattutto in Africa, significa praticamente affidargli la vita. Che le strade sono quello che sono e a volte sono pure la parte migliore. Insomma David si è fatto dieci anni di esercito e due guerre, pur avendo meno di 30 anni: è stato ferito e ha ferito. Ha anche dovuto uccidere. Uno solo. Ne ha viste che manco lo voglio sapè. (Il curriculum deve essere sembrato sufficientemente adatto per fronteggiare pure Meri Pop). Dopo dieci anni ha detto basta ed eccolo qua.
Saluta e poi:
“Sono previste piogge straordinarie. Per il 31. Forse dovremo cambiare qualche itinerario”
Ora vi avevo accennato che stavolta niente campeggio ma alberghetti, ostelli e capanne. Solo tre giorni di tenda. Mo’, da 1 a 10, secondo voi quando caspita ci toccano le tende? Chevelodicoaffà. Vabbè, intanto vediamo di scavallare il 26 e vediamo di arrivarci, a sto 31. E che poi le previsioni si fanno a due giorni, che è sta fretta?

Dunque si comincia sotto buoni auspici: annunci monsonici e visita ad alcune stele funerarie preistoriche in quel di Tiya. Poi dice che una si dispone male. Però poi David ci porta pure allo Ziway Lake: marabù, pellicani dal becco giallo, pescatori, barchette.

Ziway Lake - Foto Meri Pop

E infine a dormire al Wenney Ecolodge sul lago Langano: e qui, va confessato, il professor Pi segna un punto a favore nel capitolo sistemazione logistica. Un bungalow. Di bambù e paglia. Tipo. Bello. Certo, senza luce. Che la luce c’è dal tramonto alle 22 poi ciccia. Però meglio. Perché così la parete di formiche dietro al letto l’ho vista solo la mattina dopo.

Wenney bungalow - Foto Meri Pop

Un bungalow con vista lago, in mezzo alla foresta. E con audio notturni che però io non ci sono molto abituata pur vivendo a Roma in un posto rumorosissimo: però no ululati, scalpiccii, scavicchii, sgarrupii, latratii. Insomma, tempo dieci minuti e uno dei due letti a una piazza e mezzo veniva improvvisamente disabitato nottetempo. Compensativamente il professor Pi vedeva restringersi il suo spazio vitale a una striscia di Gaza e di garza (zanzariera), essendomi ivi rifugiata con risibili scuse.
Dunque nella notte buia e rumorosa, oltre ai latrati e tutto il resto dell’orrore savanico, si udiva anche un
-Meripo’, che c’è?
-No, niente. E’ che sento dei rumori
-E allora devi metterti i tappi, non cambiare il letto (mi chiedo perché mi ostini a viaggiare con un matematico, professione che per sua stessa ammissione ha più a che fare con la logica che non con i numeri, ndr)
Mi mettevo dunque i tappi. Ma me  ne restavo ugualmente rintanata nell’altrui spazio vitale. Avendo i tappi non sono qui in grado di testimoniare se il matematico abbia in seguito approfondito il tema filosofico di cui sopra o il russamento. Così in Etiopia, Omo river valley, nella notte di Santo Stefano.