Posts Tagged ‘Labuan’

Calzett numero 5

martedì, luglio 25th, 2017

Lei, giornalista anche di moda nonché amica di gran fascino e sobria eleganza, che considerava Supercalifragili e la quippresente piazzate abbastanza alte nella classifica del potenziale charme, ella dunque poco fa mi scrive:

-Meripo’ scusa ma facendo una ricerca su google sulle calze antisanguisuga… ho trovato un pezzo tuo, ma come può essere?

-Ancora non me ne capacito manco io. Ma tu dove vai, cara?

-In Madagascar. Il punto è che ho trovato il tuo pezzo ma non le calze. Ma tu le hai usate? Oddio Meripo’ questa conversazione è surreale, da Coco Chanel alle calze antisanguisuga…

-No, esse non mi attaccarono pur portando i calzini. Però avevo chiuso i pantaloni sotto con l’elastico (immaginate per un attimo la scena)

-Ma perché entrano pure da sotto?

-Sono le peggiori

-Inorridisco al solo pensiero. E anche un po’ a immaginarti con quei pantaloni Meripo’

-No guarda io l’ho rimosso proprio. Senti prova in farmacia, magari vanno bene pure quelle anti vene varicose

-Meripo’ scusa bastacosì. Noncelapossofare su questa china di conversazione. Comunque se per caso avessi notizie di quelle cose scrivimi.

-Va bene, ora chiedo in giro ai viaggianti

-Sì ma, ti prego, con discrezione

Tutto ciò premesso se avete notizie DI QUELLE COSE ANTISANGUISUGHE IN VENDITA A ROMA peffavore lasciate un cenno caritatevole qui sotto nei commenti. Con discrezione.

E tu, Coco, perdonaci se puoi.

Coco Chanel double

Di perle nelle ostriche e pirle nei tombini

lunedì, settembre 17th, 2012

24 agosto Kota Kinabalu

Naturalmente mezz’ora prima dell’ora di cena si scatena una pioggia a doccia che durerà tutta la notte. Sbarchiamo impavidi a questo Fish Night Market

Kota Kina Kitchen (Foto Professor Pi)

dove iniziava una serata di slalom gastronomico da Guinness

Kota Kina Cena (Foto Maria Teresa Menna)

Ed è a Kota Kinabalu che troverò, oltre a questa apoteosi di spiedini, ali di pollo, ostriche senza perle e crostacei senza piatti, la dimostrazione scientifica di una teoria che, da tempo sostenuta dal Professor Pi, ha trovato nuove conferme anche in Patrizio, reduce da una serie di viaggi ai confini della realtà: viaggiare è un fatto di testa, ancor prima che di fisicaccio. La teoria è che, anche per situazioni molto impegnative, una buona testa può compensare un fisico meno allenato: il contrario mai.

Ed è infatti così che, sopravvissuta a cinque giorni di giungla, guadi di fiumi, tagliatori di teste, sanguisughe da gambe e tutto quello che sapete, nel pieno centro abitato e civilizzato di Kota Kinabalu sono finita dritta dentro a un tombino aperto.

La scena è presto detta: esterno notte, pioggia, semibuio di città, in uscita dal mercato, la compagnia viaggiante si apprestava ad attraversare la strada in cerca di un taxi quando la qui presente non vedeva una profonda buca aperta tra marciapiede e strada e ci finiva dritta dentro, tipo i cartoni animati.

Nell’incredulità generale sentivo solo la voce di Filippo che credo abbia detto qualcosa tipo
Occazzo Acciderbola
indi sentivo le possenti braccia del professor Pi sollevarmi dal sottoascella ed estrarmi. Ammaccata ma stabile su entrambe le gambe, ammaccate pure loro ma intere, la pirla di Labuan si interrogava inutilmente sul dilemma
-Come caspita si fa a uscire indenni dalla giungla dei Dajacchi e finire inghiottite nei tombini di KotaKinabalu?

Preso un taxi al volo (un altro tipo, di volo) e rientrati nei fasti del Century Hotel, una volta fatta la constatazione amichevole dell’incidente con un primo bilancio dei danni -un paio di sbucciature, lividozzi, pantaloni e kway inservibili- era il professor Pi a dire:
-Meri, io devo riportarti in Italia tutta intera e conto sulla tua piena collaborazione per la riuscita di questa impresa.

Dopodichè mi preparava un bel Nescafè (e ringraziate che stavamo nell’albergo figo), apriva la confezione di biscotti Oreo cioccolato e crema acquistati nella inguardabile Labuan

e procedeva al cioccococcolamento della pirla. Spazzolati via i biscotti e scolatasi il caffè, riposti in un sacchetto gli inservibili indumenti del frontale col tombino, la pirla si addormentava ancora interrogandosi sugli imperscrutabili e sconfinati sconfini dell’umana stupidità e sbadataggine.

Che ora che ci penso mica me lo ricordo come va a finire Sandokan. Ma escludo nella maniera più assoluta che ciò possa essere avvenuto tramite l’inghiottimento in un tombino di Mompracem.

Resta infine ancora oggi aperto, oltre al tombino, il pensiero sul momento nel quale, finalmente uscita da quella caspita di giungla con i dodici chilometri d’iradiddio e sanguisughe che sapete, mi ero detta:

-Effinalmente, ora che la parte cazzuta del viaggio è finita il resto è tutto in discesa.

Appunto.

Dr. SanguiHouse

domenica, settembre 16th, 2012

23 agosto – Arrivo a Limbang

Esaurite le formalità giungla-fiume-fiume-giungla-sanguisughe-giungla-fiume, due pulmini ci prelevavano all’attracco piroghe per depositarci al Purama Hotel di Limbang ove ci ricongiungevamo anche con i limbagagli (che noi sempre con lo zainetto stavamo, da cinque giorni). Ma scendendo da barche e pulmini risultava evidente che la ferita di guerra del professor Pi causata dalla malese sanguisuga chiusa col cerotto, si era chiusa in realtà col cavolo e stava lì bella riaperta che zampillava dal suo riverito fondoschiena. Lui asseriva, inoltre di sentire “qualcosa dentro” (alla ferita, alla ferita).

Tanto bastava, una volta spiaggiati nella suite principesca del Purama, per richiedere l’intervento del Dr House Medical Division, Patrizio, che -indossata la pila da testa sui vestiti da trekking- esplorava la parte lesa. Mugugnando il Dr House si avvicinava alla sacca rossa del pronto soccorso, estraeva mi pare una siringa e una garza, scarufava con piglio professionale nel luogo del disastro e dopo un po’, al paziente steso a quattro di bastone sul letto, chiedeva:
-La senti ancora, quella cosa dentro?
Il paziente a quel punto asseriva non sentire più nulla. Immagino intendesse manco più il riverito fondoschiena.

Io non lo voglio manco sapere cosa gli abbia estratto. Che me ne stavo lì a simulare una mia presenza fisica per qualsivoglia tipo di partecipazione mentre avevo gli occhi ben serrati e anche le orecchie, nonvojovedènonvojosentì.
Apposto quindi un cerotto coi controcavoli, la parte veniva definitivamente sigillata tipo bresaola sottovuoto della Conad.

Ora io, nella spasmodica attesa del Dr. House Patrizio, spaparanzata sul mio letto XXXL, avevo sottratto la Lonely Planet Malesia al professor Pi onde documentarmi al meglio sulle risorse gastronomiche in vista della cena. Appurato che alla voce “DOVE MANGIARE A LIMBANG” anche la Lonely si arrende e scrive “LASCIATE PERDERE”, si incaricava il professor Pi, tornato come nuovo, di far svoltare la serata scendendo nell’unica Caffetteria dell’Hotel, vuota, ove entrava intimendo alle due cameriere superstiti:

-Siamo sedici, molto stanchi e molto affamati veniamo fra un’ora, Salam (nel senso vi saluto) e Konniciuà
Poi mi trascinava nell’unico negozio di dolci aperto e acquistava una specie di cofana zuccherosa cilindrica  spacciata come strawberry cake, uguale all’apple pie, alla banana pie, al cocco pie. Perché è il ripieno, che cambia, annunciava entusiasticamente Konniciuà la commessa. La cena, piatto forte fish&chips, ci accompagnava dritti dritti tra le braccia di Morfeo.

24 agosto Labuan

Mo’ io sta Labuan è da quando ho quindici anni che la inseguo, per via della perla e per colpa di Sergio Sollima, accidentallui. Ci si arrivava, chevelodicoaffare, in barca a temperatura interna modalità Oslo d’inverno per approdare poi in temperature esterne tipo interno di una fonderia. Insomma una si fa un mazzo tanto per arrivarci e poi, uscita da sta barca, approda qua:

Labuan (Foto Maria Teresa Menna)

Non c’è un tubo. Oltre ai tubi Innocenti del porto franco e porto navi. Porto franco francamente desolante nel quale o fai un carico di alcolici e cioccolata al duty free (si, cioccolata: non oso pensare a chi venga in mente, sbarcati con 46 gradi, di andare subito a farsi un bel quadrotto di Ritter Sport ma tant’è). Insomma a Labuan ci siamo stati tre ore prima che una seconda barca ci prelevasse con destinazione Kota Kinabalu ove la Lonely, per la cena, stavolta affermava che occorreva assolutamente recarsi al mercato del pesce locale ove, in una serie di banchetti all’aperto, avremmo gustato il meglio della cucina malese.

La tigre della Malesia e il Leone di Tolstoj

venerdì, agosto 10th, 2012

Poco prima di separarmi dal mio primo marito, che ad oggi è anche l’unico ma faceva fico la frase, mi regalarono “Guerra e Pace“. Non so se fosse un suggerimento strategico-diplomatico. Consta, in ogni caso, di due discreti mattoni, di capolavoro sia chiaro, ma sempre mattoni sono. E dunque, siccome ci si avviava verso l’inverno, ricordo che dissi fra me e me (anche perché nel frattempo non c’era più nessuno accanto)
-Bene, mi terranno compagnia nelle solitarie serate invernali

Tre mesi dopo aprii questo blog (son circa due anni e una nticchia fa). Beh io, finora, non sono riuscita ad arrivare neanche a finire il riassunto della quarta di copertina.  

Così ieri stavo cercando il libro da portarmi in quota “letture da perla di Labuan” e m’è riscappato fuori, anziché la tigre della Malesia, il Leone de Tolstoj.

La presente dunque per dirvi che se ad oggi io non ho la più pallida idea di che caspita ci sia scritto là dentro, e dunque del capolavoro che mi sto perdendo, si sappia, è colpa vostra. Di serate solitarie non se n’è vista più manco una, da che son rimasta sola.

Ciò detto io allora vado. A Sandakan. E Labuan. E in Giro Batol. E mi porto dei libri. Ma non quello. Che, ne sono certa, mi terrà compagnia nelle solitarie serate invernali prossime.

Ci vediamo tipo ai primi di settembre, tigrotti.
Fate come foste a casa vostra, non innamoratevi d’agosto, spegnete le luci prima di andarvene la sera e date un po’ d’acqua alle piante.