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Di regola io ne conosco una sola

lunedì, dicembre 21st, 2015

Non ricordo precisamente quando sia successo e forse è successo poco a poco, forse addirittura a mia insaputa. Sarà che non ho figli fuori, sarà che non ho più manco il fanciullino pascoliano dentro ma a un certo punto il Natale non mi è piaciuto più. Non mi ci trovo bene dentro. Vivo la frenesia dei giorni precedenti con disagio, a tratti con paura. Mi aggiro sperduta fra le vetrine risalendo controcorrente a mo’ di salmone le fiumane umane ipereccitate dalle lucine. Attendo con terrore il triduo 24-26 con replica 31-2 (il 2 è per gli avanzi).

Il punto è, è ora di dircelo bellimiei, che a Natale si litiga. Si litiga più che nel resto dell’anno. Si litiga e ci si incazza. Soprattutto per telefono. E gli autobus sono un florilegio di chitemmuorti: perché dobbiamo andare dai tuoi. Perché devono venire i miei. Quella l’anno scorso se l’è cavata con una pianta. Ah ma io mi son stancata di cucinare per tutti.

E io vorrei solo spegnerle. Quelle che litigano e pure le lucine. Non mi fa onore e lo dico con quel dolore che spesso accompagna la consapevolezza dell’età adulta. Che qua potrebbe essere proprio la vecchiaia conclamata.

Insomma stamattina, mentre ascoltavo le conversazioni incazzate sul bus e mentre anche io maturavo avversità interne ed esterne, m’è venuto in mente di fermare l’autobus. E gridare a squarciagola la formuletta che ho rinvenuto nel Kurt Vonnegut del “Quando siete felici fateci caso”: «di regola io ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo».

La vita è complicata. E di norma pure in salita. «Quando le cose vanno bene per diversi giorni di fila, è un incidente esilarante», annota ancora Kurt. E dunque quando siete felici fateci caso. Ma soprattutto astenetevi il più possibile dal rendere inutilmente tristi gli altri. Che ne hanno già a sufficienza da superare. Poi, adempiuto questo sacrosanto dovere, fate quello che vi pare. Anche andare in giro con le lucine.

E ora può pure ripartire l’autobus.

Natale luci e cagnone

Quando siete felici, e al ristorante, fateci caso. Che chissà quando ve ricapita

mercoledì, settembre 2nd, 2015

6 agosto

Ridestatici all’alba dall’ibernazione notturna in quel di Ahipara, l’amatriciana di Paola e il fuso orario avendo prodotto l’effetto inpiedialle5 e anche le secchiate d’acqua avendo offerto una tregua, l’australe gruppo si recava con le luci dell’alba a sopralluogare l’ameno e deserto sito, mèta di surfisti. Paola Gran Canon provvedeva a magistralmente sintetizzare il senso del luogo: “Se vuoi sparire dal mondo Ahipara può essere una buona scelta”.

Dopo una sosta al Museo del Kauri in quel di Matakohe (ci sono scelte che a pioggia battente non vanno sindacate, se sono luoghi al chiuso, che sto Kauri sarebbe l’alberone locale loro, come se uno venisse qua e andasse al museo del pino), ci si dirigeva senza indugio alla punta estrema dell’isola del Nord, Cape Reinga.

E qui, signori miei, dopo tre giorni di machiccaspitamelohafattofarammè ci si spalancava davanti uno dei motivi per cui si possono giustificare ventimila chilometri. Questo:

NZ Cape Reinga

Il faro di Cape Reinga (foto Meri Pop)

E’ a Cape Reinga (Te Rerenga Wairua) che si incontrano Mar di Tasman e Oceano Pacifico, il maschile e il femminile come dicono i Maori (e infatti c’è un’acqua incazzata che lèvati). Cape Reinga, where the spiritd head home: il  luogo sacro in cui le anime dei morti lasciano la terra per entrare nell’aldilà.

Insomma arrampicatici sul cucuzzolo del monte di questa ultima lingua di terra prima del niente,

NZ Cape Reinga cartello

Il più a nord del sud (Foto professor Pi)

da soli in modalità Don Backy (nell’immensitàààààààà)

mi è venuto in mente Ennio Flaiano: “Viaggiare è come tenere i rubinetti aperti e vedere il tempo che va via, sprecato, liquido, intrattenibile”. E dunque, mentre lui scorre, noi possiamo trattenerne solo frammenti: collezioniamo piccoli momenti. Da ricordare. Di conseguenza mi è venuto in mente pure Kurt Vonnegut:

“Quando siete felici, fateci caso”. Che chissà quando ve ricapita.

Notazione che mi si è riproposta anche poco dopo, quando dopo una successione di spiagge mozzafiato, ci siamo fermati in tal Mangonui (allego foto)

Mangonui fishandchips

Mangonui e mangioio – Foto professor Pi

della qual foto la parte importante è la scritta “fish shop”. E anche “world famous”. Perché è qui che, al diavolo i postumi della congestione, ho mangiato smezzandolo col professor Pi uno dei migliori fish&chips in carriera.

NZ fish&chips foto Paola

Fish&chips a Mangonui (foto Paola Gallorini che intanto si scofanava cozze)

E la presente giornata passa di diritto nella top ten del viaggio non solo per il bendiddio di atmosfere e paesaggi ma anche per quello portatoci in tavola a pranzo e cena, entrambi in ristorante, dunque rinunciando alle delizie dell’autocucinamento negli ostelli.

Vi dico solo che, tenendo Rob i conti della spesa ma tenendo Pi materialmente la saccoccia coi denari avvinghiata tipo microchip sottopelle, a ogni entrata di supermercato metteva in guardia sul costo della vita e del giro vita, costringendoci a una continua spending review che manco Cottarelli. Il Signore dei Borselli, per dire, autorizzava sì l’acquisto di già preparate zuppe e addirittura di un quarto di Camembert da dividere in otto ma si pronunciava contro la deriva della Nutella. Salvo poi, non riuscendo più ad arginarne la conseguente protesta, chiedere di aggiungere anche il suo adorato e immangiabile burro di noccioline. Che però è andato a ruba pure quello.

Si sappia solo che a Maci, che di zuppe non ne mangia, sono stati una volta rifilati gli avanzi di pasta della sera prima -trasportati nonvelopossodirecome e dove- ripassati in padella con ciò ulteriormente facendo squaqquerare la locale tipologia di pasta. Sostanzialmente lui cenando con il Ciappi.

Dunque quando siete al ristorante, viaggiando con Pi, fateci caso. Che chissà quando ve ricapita.