Posts Tagged ‘Kota Kinabalu’

Borneo to be alive

martedì, settembre 18th, 2012

25 agosto – Sandakan&Sepilong Orang Utang 

Alle ore 7 si decollava da Kota Kinabalu con destinazione Sandakan, città dell’omonimo figaccione. Non vi sto a dire della sveglia alle 4,30, tra ammaccature recenti da impatto tombino e chilometrici pedestri risentimenti precedenti. Menzione speciale mi è qui gradito fare, invece, della colazione, breakfast box, che il pregevole SABAH ORIENTAL HOTEL di Kota Kinabalu (il presente vale come errata corrige: che m’ha detto Miss Nikon che ieri ho scritto Century Hotel invece alla fine eravamo stati dirottati su questo sempresialodato) ci faceva trovare alle ore 5 alla Reception: doppio muffin (cioccolato e mirtilli), dolcini a fette, mela e arancia. 

A Sandakan ci prelevava nonmiricordomancopiùcchì e ci traslava al Sepilok Orang Utang dove alle ore 10 era previsto il breakfast loro. E qui diciamo subito che sti Oranghi sono dei tipini piuttosto riservati interessati unicamente a mangiare, a quanto pare, incazzosi, appartati e pericavoliloro che però ti compri con due banane e una papaya. 

Sepilong, indovina chi viene a cena (Foto Maria Teresa Menna)

Che tanto basta a farli uscire e apparire. Ma, ormai in overbooking di liane e papaye, a quel punto il gruppo decideva che sì, bella la giungla, belli gli Oranghitanghi, bella pure la buasserì (cit, il Marchese del grillo) però ora pure mobbasta: un diffuso e spontaneo ammutinamento indurrà il Professor Pi ad annullare un altro giro di scimmie, felci e giungle notturne e anticipare immediatamente le procedure di sbarco verso Semporna, arcipelago di Sipadan, avamposto che poi ci condurrà a Mabul Island. 

E’ che quando il pulmino, dopo quattro ore di dolon dolon da Sandakan a sta meraviglia, si fermava davanti ad alberghetto in fetusissima strada di puzzolente posto, immaginavo che fosse per il pipì-stop dell’autista. E immaginavo male, malissimo. Perché, signori, la porta verso il paradiso di Sipadan e dintorni cigola. Anzi, non è manco una porta: è un incredibilmente squallidino e anonimo posto. Dove blatte e topi scorazzano allegramente tra pozze di nonvogliosaperecosa. Succede lì, a picco su un mare e su un arcipelago immortalati sui depliant di meraviglie del mondo. 

Forse qui, più che su un’isola, stavamo sbarcando su una metafora della vita: niente è gratis e nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma. Tutto sta a capire a che punto di sto casino ti trovi. 

Voglio infine rassicurare tutti quelli che in queste ore mi stanno scrivendo riguardo al post di ieri sull’impatto col tombino: tutta intera emersi, grazie alle possenti braccia del professor Pi.

Borneo to be alive. Che a me Patrick Hernandez mi fa un baffo. 

Di perle nelle ostriche e pirle nei tombini

lunedì, settembre 17th, 2012

24 agosto Kota Kinabalu

Naturalmente mezz’ora prima dell’ora di cena si scatena una pioggia a doccia che durerà tutta la notte. Sbarchiamo impavidi a questo Fish Night Market

Kota Kina Kitchen (Foto Professor Pi)

dove iniziava una serata di slalom gastronomico da Guinness

Kota Kina Cena (Foto Maria Teresa Menna)

Ed è a Kota Kinabalu che troverò, oltre a questa apoteosi di spiedini, ali di pollo, ostriche senza perle e crostacei senza piatti, la dimostrazione scientifica di una teoria che, da tempo sostenuta dal Professor Pi, ha trovato nuove conferme anche in Patrizio, reduce da una serie di viaggi ai confini della realtà: viaggiare è un fatto di testa, ancor prima che di fisicaccio. La teoria è che, anche per situazioni molto impegnative, una buona testa può compensare un fisico meno allenato: il contrario mai.

Ed è infatti così che, sopravvissuta a cinque giorni di giungla, guadi di fiumi, tagliatori di teste, sanguisughe da gambe e tutto quello che sapete, nel pieno centro abitato e civilizzato di Kota Kinabalu sono finita dritta dentro a un tombino aperto.

La scena è presto detta: esterno notte, pioggia, semibuio di città, in uscita dal mercato, la compagnia viaggiante si apprestava ad attraversare la strada in cerca di un taxi quando la qui presente non vedeva una profonda buca aperta tra marciapiede e strada e ci finiva dritta dentro, tipo i cartoni animati.

Nell’incredulità generale sentivo solo la voce di Filippo che credo abbia detto qualcosa tipo
Occazzo Acciderbola
indi sentivo le possenti braccia del professor Pi sollevarmi dal sottoascella ed estrarmi. Ammaccata ma stabile su entrambe le gambe, ammaccate pure loro ma intere, la pirla di Labuan si interrogava inutilmente sul dilemma
-Come caspita si fa a uscire indenni dalla giungla dei Dajacchi e finire inghiottite nei tombini di KotaKinabalu?

Preso un taxi al volo (un altro tipo, di volo) e rientrati nei fasti del Century Hotel, una volta fatta la constatazione amichevole dell’incidente con un primo bilancio dei danni -un paio di sbucciature, lividozzi, pantaloni e kway inservibili- era il professor Pi a dire:
-Meri, io devo riportarti in Italia tutta intera e conto sulla tua piena collaborazione per la riuscita di questa impresa.

Dopodichè mi preparava un bel Nescafè (e ringraziate che stavamo nell’albergo figo), apriva la confezione di biscotti Oreo cioccolato e crema acquistati nella inguardabile Labuan

e procedeva al cioccococcolamento della pirla. Spazzolati via i biscotti e scolatasi il caffè, riposti in un sacchetto gli inservibili indumenti del frontale col tombino, la pirla si addormentava ancora interrogandosi sugli imperscrutabili e sconfinati sconfini dell’umana stupidità e sbadataggine.

Che ora che ci penso mica me lo ricordo come va a finire Sandokan. Ma escludo nella maniera più assoluta che ciò possa essere avvenuto tramite l’inghiottimento in un tombino di Mompracem.

Resta infine ancora oggi aperto, oltre al tombino, il pensiero sul momento nel quale, finalmente uscita da quella caspita di giungla con i dodici chilometri d’iradiddio e sanguisughe che sapete, mi ero detta:

-Effinalmente, ora che la parte cazzuta del viaggio è finita il resto è tutto in discesa.

Appunto.

Dr. SanguiHouse

domenica, settembre 16th, 2012

23 agosto – Arrivo a Limbang

Esaurite le formalità giungla-fiume-fiume-giungla-sanguisughe-giungla-fiume, due pulmini ci prelevavano all’attracco piroghe per depositarci al Purama Hotel di Limbang ove ci ricongiungevamo anche con i limbagagli (che noi sempre con lo zainetto stavamo, da cinque giorni). Ma scendendo da barche e pulmini risultava evidente che la ferita di guerra del professor Pi causata dalla malese sanguisuga chiusa col cerotto, si era chiusa in realtà col cavolo e stava lì bella riaperta che zampillava dal suo riverito fondoschiena. Lui asseriva, inoltre di sentire “qualcosa dentro” (alla ferita, alla ferita).

Tanto bastava, una volta spiaggiati nella suite principesca del Purama, per richiedere l’intervento del Dr House Medical Division, Patrizio, che -indossata la pila da testa sui vestiti da trekking- esplorava la parte lesa. Mugugnando il Dr House si avvicinava alla sacca rossa del pronto soccorso, estraeva mi pare una siringa e una garza, scarufava con piglio professionale nel luogo del disastro e dopo un po’, al paziente steso a quattro di bastone sul letto, chiedeva:
-La senti ancora, quella cosa dentro?
Il paziente a quel punto asseriva non sentire più nulla. Immagino intendesse manco più il riverito fondoschiena.

Io non lo voglio manco sapere cosa gli abbia estratto. Che me ne stavo lì a simulare una mia presenza fisica per qualsivoglia tipo di partecipazione mentre avevo gli occhi ben serrati e anche le orecchie, nonvojovedènonvojosentì.
Apposto quindi un cerotto coi controcavoli, la parte veniva definitivamente sigillata tipo bresaola sottovuoto della Conad.

Ora io, nella spasmodica attesa del Dr. House Patrizio, spaparanzata sul mio letto XXXL, avevo sottratto la Lonely Planet Malesia al professor Pi onde documentarmi al meglio sulle risorse gastronomiche in vista della cena. Appurato che alla voce “DOVE MANGIARE A LIMBANG” anche la Lonely si arrende e scrive “LASCIATE PERDERE”, si incaricava il professor Pi, tornato come nuovo, di far svoltare la serata scendendo nell’unica Caffetteria dell’Hotel, vuota, ove entrava intimendo alle due cameriere superstiti:

-Siamo sedici, molto stanchi e molto affamati veniamo fra un’ora, Salam (nel senso vi saluto) e Konniciuà
Poi mi trascinava nell’unico negozio di dolci aperto e acquistava una specie di cofana zuccherosa cilindrica  spacciata come strawberry cake, uguale all’apple pie, alla banana pie, al cocco pie. Perché è il ripieno, che cambia, annunciava entusiasticamente Konniciuà la commessa. La cena, piatto forte fish&chips, ci accompagnava dritti dritti tra le braccia di Morfeo.

24 agosto Labuan

Mo’ io sta Labuan è da quando ho quindici anni che la inseguo, per via della perla e per colpa di Sergio Sollima, accidentallui. Ci si arrivava, chevelodicoaffare, in barca a temperatura interna modalità Oslo d’inverno per approdare poi in temperature esterne tipo interno di una fonderia. Insomma una si fa un mazzo tanto per arrivarci e poi, uscita da sta barca, approda qua:

Labuan (Foto Maria Teresa Menna)

Non c’è un tubo. Oltre ai tubi Innocenti del porto franco e porto navi. Porto franco francamente desolante nel quale o fai un carico di alcolici e cioccolata al duty free (si, cioccolata: non oso pensare a chi venga in mente, sbarcati con 46 gradi, di andare subito a farsi un bel quadrotto di Ritter Sport ma tant’è). Insomma a Labuan ci siamo stati tre ore prima che una seconda barca ci prelevasse con destinazione Kota Kinabalu ove la Lonely, per la cena, stavolta affermava che occorreva assolutamente recarsi al mercato del pesce locale ove, in una serie di banchetti all’aperto, avremmo gustato il meglio della cucina malese.