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The Key Afar Show

venerdì, gennaio 13th, 2012

29 dicembre 2011
Si comincia la giornata con l’annuncio che “passiamo prima da New York poi andiamo dai Konso”.  Ora le mie conoscenze geografiche e il mio senso di orientamento sono pari solo a quelle di matematica, cioè il minimo sindacale per la sopravvivenza. Però sto New York in Etiopia mi era sin qui sfuggito. Soprattutto una volta arrivati in una specie di Grand Canyon dei poveri fatto a pinnacoli ove ci attendevano sciami di bambini vocianti. New York, lo chiamano il canyon, proprio perché quei pinnacoli sembrano “grattare il cielo”, spiega David. E con questo vi ho messo pure il grattino poetico, io non lo so che altro caspita volete da un blogghe, voi.

Esaurite le formalità fotografiche e di distribuzione palloncini colorati (Giancarlo), penne-matite-quaderni (Sven&C) e medicinali (Walter) ci si rincamminava su un sentiero per il quale scendevano, in fila indiana cariche come somari di fascine, frasche e figli , le prime donne Konso, fiere e inconfondibili tra gioielli multicolore sull’abito tradizionale bianco con la gala decoratissima. Senonché sull’abito ora è comparsa, da qualche tempo, anche una maglietta. E sopra c’è scritto “Obama”. La ritroveremo ovunque, sta maglietta: fra i Banna, Tsamai, Hamer. L’unica concessione a uno sponsor che è il nome  non di un presidente ma di una speranza di riscossa.

Dopo le contrattazioni di rito entravamo nel primo villaggio: donne e bambini ovunque, di uomo solo la guida. I maschi adulti, dice a un certo punto portandoci su uno spiazzo con al centro una pietra, prima di passare nell’età adulta per sposarsi devono superare la prova del lancio: prenderla, alzarla e buttarla dietro le spalle. Lui si esibiva nella prova indi invitava i maschietti nostri a fare altrettanto. Ed è così che schiere di omaccioni palestrati e aitanti, quali quelli al nostro seguito, alla sola parola “sposarsi” improvvisamente perdevano la forza anche solo per alzare non dico la pietruzza ma financo un braccio e si davano invece precipitosamente a gambe levate verso l’uscita.

Intanto si erano fatte le ore 13, nonchè 33 gradi: giusto il momento per sbocconcellare un panino in piedi per strada e irrompere col sole allo zenith nel mercato di KeyAfar. IL mercato della River valley.

Ora accadeva che, provenendo da una strada sterrata e girato un angolo, dopo chilometri e chilometri di savane e terre e sabbie, improvvisamente ci trovavamo catapultati in una specie di Truman Show in salsa tribale: migliaia di persone addobbate con pelli, collari, collane, acconciature, scalpi, tatuaggi, costumi tradizionali affollavano a tappeto una spianata di colori, merci, suoni, odori, soprattutto puzze, che ci faceva restare pietrificati all’incrocio. E mo’ non è per dire ma guardate che io i fisicacci tribali che ho visto in quel mercato ma manco Vogue uomo se li sogna. Che di questo stiamo, fra l’altro, a parlà:

Key Afar anvedi che roba (Foto Professor Pi)

Mi voltavo con espressione più ebete del solito verso il professor Pi proferendo solo un
-Ma che, veramente?
-Veramente che, Meripo’?
-No, dico, ma che questi sono così veramente? O fra un po’ staccano e si rivestono normali?
Manco William Wyler di Ben Hur si sarebbe potuto inventare un set simile e manco Karen Blixen vi potrebbe raccontare contro che caspita abbiamo impattato in quel mercato.

Ve lo dico: non sono mai riuscita a togliermi di dosso la sensazione Cinecittà. Mai visto nulla di simile tutto insieme, come se in quella vallata si fossero date appuntamento tutte le tribù dal Pleistocene in poi: Hamer, Tsamai, Banna, Konso, Mursi, Masai e Vattelappesca.
Certo la frase chiave, alla nostra vista, era sempre
-Du bir
che non è un’ordinazione al bar di due Peroncini ma la richiesta di soldi per farsi fotografare (2 bir uguale 1 centesimo, circa). Una richiesta continua, estenuante, aggressiva. Quindici giorni di “bir, bir, bir”. Ma siamo noi che li abbiamo tirati su così: andiamo, scendiamo, fotografiamo, risaliamo. Una specie di flash mob continuo. Imbracciamo le Nikon e le Canon come fossero Kalashnikov. Giustamente ora pretendono un indennizzo. E comunque mi sa che le foto ormai sono la prima voce del pil della valle dell’Omo.

Key Afar, commercianti sull'autobus (Foto Professor Pi)

Intanto, nel mercato, continuavo ad aspettarmi che da un momento all’altro, su quell’Apocalisse di forme, suoni, odori e colori, si alzasse un urlaccio tipo
“STOOOOOP, MERCATOTRIBALEDUE, BUONA LA PRIMA”.

Key Afar zuccotti point (Foto Professor Pi)

Invece l’unico urlaccio stereo che mi perveniva aveva l’inconfondibile timbro del vocione del professor Pi duellante in trattativa con un guerriero Banna perchè la Meri Pop potesse acquistare un copricapo di zucca e perline (na specie di scodella rovesciata che usano per cappello): la richiesta di partenza, di 200 bir otteneva una grossa e profonda risata baritonale del Professor Pi che restituiva la ciotola, raccattava Meri Pop e si avviava verso la macchina, inseguito dal Banna e dalla ciotola e strattonato più volte fino a chiudere, sulla portiera della Jeep, a 100 bir.

Ora io vorrei solo sapere dove me la metto, sta ciotola di zucca. Ritengo a tuttoggi comunque non prudente chiederlo al Professor Pi. Che pure nel viaggio tribale sempre una signora sono.

Di quello che ci manca quando abbiamo ciò che abbiamo

giovedì, gennaio 12th, 2012

28 dicembre 2011
Dice mia sorella che se vado così lenta co sti racconti facciamo direttamente il ricongiungimento col viaggio estivo. Che, ve lo preannuncio, sarà ad Abano terme. Io, la Finanza e gli scontrini fiscali.
Dunque che stavo a di’? Ah si eravamo nel villaggio dei Borana. E non so se vi ho già detto che nel gruppo eroico di viaggiatori avevamo due medici, Sven e Walter. Walter, in particolare, viaggia tipo Obama: con una valigetta sempre attaccata al polso. No, non contiene i codici delle atomiche in caso di implosione mondiale ma medicinali. E a un certo punto lo vedo armeggiare nel borsone. Accanto a lui una mamma con un bimbo di 10 mesi in braccio. E un grosso ascesso in testa.
-Andrebbe inciso, operato -dice- ma io qui ho solo il Gentalyn
Quel coso, se non troverà sfogo, prima o poi potrebbe ucciderlo, aggiunge. Ora io vorrei sapere perché da quel villaggio non passa un bisturi da 10 mesi, tipo. E non pare ne passerà fra altri 10. Per dire. Però c’era un telefonino, col quale il vicecapo o chi per lui ci aveva fotografato. Che, mi chiedo, dove caspita lo ricaricano che non hanno manco la luce?

On the Borana road (Foto Meri Pop)

Ripresa la via delle jeep il gruppo viaggiante si fermava al bivio per fare il punto sul percorso. Da una baracchetta di lamiera sul ciglio della strada facevano capolino alcuni avventori locali mentre uno solo si avvicinava a passo deciso ai nostri finestrini. Bel ragazzo, occhi profondi e scuri. Ero già pronta all’ipotetico repertorio “birr, pen, foto…” e lui invece iniziava con le formalità dell'”how-do-you-do, where-you-came-from”. Poi, a sorpresa:
“e cosa pensate della nostra cultura?”.
EEHH??? COSA PENSATE DELLA NOSTRA CULTURA?
Signori, l’insegnante del villaggio.
Sirvietta nostra dice, e glielo dice, che ha un ottimo inglese. Lui ne è molto contento e fiero e aggiunge che “culture is very important”. E, ma questo lo deduco io, i primitivi che ancora non lo capiscono siamo rimasti, a questo punto, giusto noi.

Però, proprio osservando la serietà e la fierezza di quell’insegnante, il mio punto interrogativo irrisolto, che dunque vi giro, è stato: noi ormai abbiamo contaminato tutto, di quel mondo. Ma come mai loro si sono fatti corrompere dai telefonini, più ancora che dai soldi, ma non ci hanno seguiti, ad esempio, anche sulla voglia di un materasso, che stanno col Samsung sotto al pagliericcio, di un pozzo di acqua potabile più vicino, di una macchina per andare aprendere un dottore da qualche parte, di un cibo più nutriente della polentina di miglio?

Finita la fase economico-sociologica alla Muhammad Yunus mi rituffavo nella riflessione più alla mia portata, cioè quella su come eliminare non le disuguaglianze ma la polvere rossa che ormai mi avvolgeva come Marte. E mentre già preparavo una lamentela da esibire a ora di cena al professor Pi per avermi trascinata in stamberga senz’acqua, egli calava il jolly del viaggio facendoci approdare, in quel di Konso, in un complesso di bungalow sette stelle gold che lèvati. Tal Edget (voglio lasciarvene traccia che, siamai capitate a Konso, ci fate un salto). Mosaici al bagno, cipollone da doccia dieci volte la doccetta mia, arredi, tendaggi, insomma chevvidico.

Ed è proprio qui, nella magnificenza dell’Edget Hotel, Professor Pi già sotto una meritatissima doccia a tre piazze e Meri Pop spaparanzata sul king size superior più più, che si svolgeva il seguente, imprevedibile, disastroso atto della resa finale:

CIAFFFFFFF SSSSSHHHHCCCCHHHHH (acqua docciante)
-Meripo’… Stavolta non sento lamentele. Anzi, non sento proprio nulla. Allora?
Con un fil di voce la qui presente:
-Bellissimo
Silenzio
CIAFFFFFFF SSSSSHHHHCCCCHHHHH
Lui: – Si. Maa?
Silenzio
Lui: -Mbeh?
A quel punto apro una trattativa. Perdente. Ma la apro lo stesso:
-Prometti solennemente che appena avrò finito di dirti sta cosa tu te la dimenticherai subito e per sempre??
-Prometto -dice in evidente flagranza di bugia
-Beh, mi manca la tenda
Silenzio
Lui – Eh? Non ho capito
-HO DETTO MI MANCA LA TENDA, il terreno di sassi sgarrupato sotto, lamentarmi perchédovecaspitam’haiportata, ecchimelhafattofarammè, che però quando ci accampiamo in mezzo a loro poi la mattina dopo non mi sembra di uscire dallo Sheraton per andare a Disneyworld. C’è che in mezzo a loro, alle loro scomodità, alle capanne, ai fuochi, anche alla loro sporcizia e alle puzze, mi sembra tutto più vero. Ecco che c’è.
Silenzio
Poi, lui:
-Meripo’, passami l’asciugamano

Però io l’ho visto che, avvolto nell’asciugamanone, sghignazzava. In silenzio.