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Non è bello ciò che è bello

giovedì, novembre 5th, 2015

A Natale di quattro anni fa con il professor Pi e un delizioso e coraggioso manipolo di eroi andammo in Etiopia. Tra le tribù dell’Omo river.

Non ricordo di preciso il giorno. Ma giurerei che fosse comunque prima di Capodanno. Fatto sta che a un bel momento del viaggio, dopo una settimana di scambio di cortesie con autisti, guide, armati, poliziotti, scorte e ogni ben di dio di esponenti locali, tra convenevoli a suon di “Hay”, “Ciao”, “Hey”, una di noi, per uno di loro, è passò da “Farangi” (straniero) a “Yene Konjo” (la mia bella).

Che, ve lo volevo dire, l’amore è come il Natale: quando arriva arriva. E non sai mai quando, e soprattutto dove, può decidere di venirti a cercare.

Perché ve lo racconto stasera? Perchè poco fa, sul canale 50 LaEffe, hanno trasmesso un documentario sulle tribù dell’Omo sul tema della bellezza: cos’è e com’è la bellezza, al di fuori di qui? Tutti gli uomini di tutte le tribù intervistate, alla domanda “cos’è che rende una donna bella?” hanno risposto

-Le donne sono tutte belle. Perché sono una diversa dall’altra. Dunque non si possono fare paragoni: ciascuna è come è. Ed è bella. Perché è unica. Cambia strada facendo, ma è sempre unica

Hamer women

(Queste per esempio sono le donne Hamer – Foto Meri Pop)

Mi è sembrata una delle cose più sagge e sensate mai sentite. Una specie di Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è unico. E mi è sembrato pure di aver un po’ meno paura di cambiare, a causa del tempo che passa o di altre variabili. Poi, comunque, sono andata a mettermi la crema idratante e a farmi una tisana allo zenzero.

 

A Zigo Zago c’era un Mago. Nationalpark

giovedì, gennaio 19th, 2012

2 gennaio 2012
Trascinatami di buon mattino dalla tenda al cespuglio (bagno donne) e poi all’albero spinoso (acacia) ove avevo sistemato il quartier generale del restauro (specchietto appeso al ramo mentre ci si deterge con fazzolettini imbevuti sognando un lavandino con l’acqua, pure zozzo e sbeccato, il lavandino, ma con l’acqua) intercettavo un miraggio che odorava di caffè. Seguendo la scia pervenivo alla sala colazioni e, beh, ci sarà pure un motivo -dico almeno uno- per cui poi io sto Professor Pi ancora lo seguo. Questo è uno dei motivi e ci attendeva in quel di Kolcho, tribù Karo, Omo river, Etiopia, altipiano:

Breakfast room, Karo village (Foto Meri Pop)

Nel motivo, apparecchiato alla perfezione,

Colazione meglio che da Tiffany (Foto Meri Pop)

planavano addirittura delle fette di ananas. Oltre al solito nugolo insettivoro volante, disposto in formazione tipo Frecce tricolore, ovviamente. Ed era dopo la colazione da re che, preceduto da un corteo di ragazzini locali venuto a salutarci, le nostre tre ambasciatrici si congedavano, e facevano congedare noi, dai Karo come meglio non avrebbe potuto sceneggiare manco Denzel Washington. Cioè così: uno

Karo goodbye (Foto Meri Pop)

due

tre

stella

E così avete visto pure altri quattro motivi. Per cui sto Professor Pi lo seguo al limite dello stalking.
A malincuore, e radunate tutte le carabattole, ci rimettevamo in marcia, destinazione Mago Park.
Si fa presente all’utenza che, nei circa tremila chilometri di dolon dolon su piste etiopi, qualche centinaio l’equipaggio di Meri e Pi ospitava Laura, 10 anni. La qual cosa era rilevabile prima di tutto dal tipo di dibattiti politici (allora adesso si gioca a trova la sillaba. allora adesso mi date la rivincita a trova la sillaba. quindi che si fa, si gioca a trova la sillabaaa?) e poi dalla colonna sonora, quella di David essendo stanziale su Aster Aweke e la mia e del Professor Pi su Carlos Santana con sconfinamenti sugli U2 e John Denver. E dunque Laura, negli insondabili misteri etiopi, ci apriva  anche a quelli di Selena Gomez piuttosto che di James Blunt. Il che rendeva quei paesaggi, ve lo assicuro, ancora più irresistibili nelle loro contraddizioni e nella distanza tra qui e lì.

E, soprattutto, Laura in macchina legge. Legge con qualsiasi tipo di terreno, curve, pendenze, ascensioni, smottamenti. Ed è così che, aprendo la Lonely, declamava: “dunque noi stiamo andando al Mago Park? Bene allora Mago National Park, uno dei posti più remoti dell’Etiopia, zona ad altissima densità malarica, nonchè territorio per lo più ancora inesplorato e allo stato selvaggio, regno incontrastato della mosca a tse tse”. No, volete che aggiunga altro? E’ che io ‘ste caspita di guide non solo non le leggo in Italia prima di partire ma ormai manco me le compro più: io meno so prima di partire e meglio è perché sennò poi si rifarebbe strada l’ipotesi Abano terme. Che infatti decidevo in quel momento che avrei rimesso in vetta, sola e incontrastata, per le destinazioni estive. Anche se, sbarcati dopo ore di peregrinazioni a finestrini serrati (che sta mosca a tse tse s’infila ovunque), si perveniva qui:

Mago, Meri & Sirvietta (Foto Professor Pi)

che non ci sono le terme ma la sauna si. Nel senso che c’era un tasso di umidità da acquario e noi coperti come palombari, per via di quelle descrizioni della Lonely. Che, mi scappa e ve lo devo dire, Sirvietta che ha coordinato le pause dei pipì stop della spedizione per tutto il viaggio, nel Mago Park ha seriamente preso in considerazione l’ipotesi catetere.

A notte fonda, sigillati nelle tende in mezzo al caspita di niente della savana vergine, Professor Pi ronfante, udivo il lento scorrere del fiume. E un sinistro ruggito stereo, da destra e sinistra. Che però lo sapevo che se mi azzeccavo al professor Pi pure nel sacco a pelo a dirglielo, oltre ad aver imperversato in tutti i suoi baldaletti precedenti con presagi di vario tipo regolarmente rivelatisi senza fondamento, quello poi giustamente si poteva anche stranire. E mi sono detta, da sola (che qualcosa da sti viaggi l’avrò pure imparata):
-Meripo’, ma quale ruggito, sono Antonio e Fabio che russano.
ROOOOOONFFFFF

Karo amico

mercoledì, gennaio 18th, 2012
1 gennaio 2012
Strana sensazione. Quella di iniziare un nuovo anno in un nuovo posto. Ti sembra di cominciare non dico meglio ma di più. Poi c’è sta cosa che in questi viaggi col professor Pi quasi ogni mattina ti devi rifare lo zaino e ripartire. Cosa della quale ho cura, in loco, di lamentarmi abbondantemente. Però a pensarci qui mi piace mi da’ soddisfazione mi voglio lamentare ugualmente ma un po’ di meno.
Insomma è il primo gennaio 2012 e io, se mi guardo col geolocalizzatore, sto in un puntino in mezzo alla savana etiope con direzione villaggio Kolcho, tribù dei Karo. Che se qualcuno me l’avesse preannunciato solo un paio di anni fa l’avrei fatto ricoverare con TSO, trattamento sanitario obbligato. E fa un caldo pazzesco, il sole frigge il cervello già alle 10 del mattino, io mi sono spellata il naso già due volte, giro bardata tendenza burqa e costello ogni giornata di ansie di vario tipo (non bere acqua, non prendere ghiaccio, no verdure crude, non toccarti gli occhi, non toccarti la faccia, che è sta bolla, che è st’animale) ma è dopo ore di viaggio che il professor Pi ci fa infine arrivare su un promontorio affacciato su una vallata verde e rigogliosa sotto alla quale, a strapiombo, scorre sua Maestà. L’Omo river. E’ qui che ci aspettava questo:

Karo Omo (Foto Professor Pi)

E anche questo:

Karo mio (Foto Professor Pi)

che dico la verità m’aveva messa un po’ in soggezione e manco sono riuscita a fargli la foto. Però mi accertavo che gliela facesse il Professor Pi.

E poi in quel momento mi sono dimenticata di tutto, anche della crema protezione schermo globale. Sono scesa senza fiato e senza parole. E mi volevo abbracciare tutto l’Omo river. E l’Africa.

Meri Omo Pop (Foto professor Pi)

Però ci avevo accanto solo il professor Pi. E così mi sono abbracciata un po’ lui. Che è molto alto e quindi ne abbraccio di norma metà/due terzi al massimo.

Ed è allora che sono sgusciati fuori tutti i Karo: sono considerati i maestri della decorazione del corpo, si dipingono con una polvere bianca, calcare della montagna. Parecchio aggressivi. Soldi soldi soldi. Le prime ore di permanenza non sentivamo altro che “bir, bir, bir”. Il cattivissimo col fucile, là sopra, era il peggiore. E il professor Pi aveva pure detto:
-Di solito la gente si ferma qui un’oretta, li fotografa, li paga e se ne va. Noi resteremo. Anche la notte
Certo, visto come sono ospitali, maporcapaletta che bell’idea tranquillizzante.
E insomma per sottrarci alle continue richieste e strattonate ci rifugiavamo in una specie di capannotta dove allestivamo un frugale desinare. Loro fuori, a osservarci. Torvi.
Una loro guida, rinchiusa con noi, ci illustrava usi e costumi locali. Cose terribili tipo: “se a un bambino scende prima il dente di sopra anziché di sotto è considerato presagio di sventura e il bambino viene ucciso”.
CHE COSA???
E lui: – Si, anche se ora stiamo cercando di debellare questa usanza. Ma alcuni continuano a praticarla
E ancora: quando c’è un funerale le donne piangono e gli uomini sparano. Se sparando uccidono qualcuno “si dispiacciono molto”. Ah, che sensibilità lodevole.
No, proprio non ci siamo, Kari. Mi stavo infastidendo. Inorridendo. Spazientendo. Arrabbiando. Disagiando. Intanto passavano le ore.
Ed è stato quando abbiamo definitivamente messo via le nostre macchine fotografiche che, piano, piano, loro si sono riavvicinati incuriositi da sto gruppetto di matti che avrebbe pernottato su tende a picco sul costone.
E’ allora che ho visto Laura, 10 anni, fare i compiti circondata di bambini Karo, con le faccette dipinte di bianco: non ho idea in che lingua si parlassero ma piano piano loro sono entrati nel capannotto e si sono messi al tavolo con lei. Scambio di quaderni. Tipo le referenze degli ambasciatori.

E poi dopo di lei il guerriero cattivissimo s’è portato via Alice. Io stavo a morì di paura. Ma il suo papà e la sua mamma no e quindi ho capito che ero io che mi dovevo dare una calmata. E infatti poco dopo ce l’ha riportata. sana e salva. E TUTTA DIPINTA. Bellissima:

Alice nel Paese delle meraviglie dei Karo (Foto Professor Pi)

Tanto sono aggressivi, avidi, intrattabili quando si mettono in posa per estorcere soldi tanto poi si squagliano quando a disarmarci siamo noi. Insomma poi il guerriero ex cattivissimo s’è messo a fare lui le foto. A Sven e Alice.

Cheeeessseee (Foto Meri Pop e guerriero Karo)

Noi  nel frattempo avevamo visitato il loro villaggio e al termine avevo trovato la fila da Sven, che di suo sarebbe un dentista ma stava lì a ricucire piedi, ferite, mani. Insomma il disarmo bilaterale stava funzionando. Sarà che comunque, come aveva avuto modo di osservare il professor Pi, avere tre bambine, piccole donne al seguito ci stava aiutando nel contatto con queste popolazioni perché si predispongono meglio sia loro che noi, fatto sta che, per finire, la sera ci hanno portato e offerto anche un liquore all’anice, imbevibile, di circa 450 gradi. Il suggello alcolico scorreva sopra, l’Omo sotto.

La qui presente, invece, nella tenda, senz’acqua e senza bagni, senza luce e senza niente ma con una vista a picco sul fiume d’argento sotto luna piena specchiantevicisivi, firmava la resa al nemico con un fastidiosissimo e inspiegabile “peròcchebbello” che vagava indisturbato e a piede libero nella testa semidormiente senza cuscino. E pure con una colonna sonora. Questa:

che in macchina, quando c’erano con noi Laura o Julie, ci chiedevano sempre di metterla. E così ho pure svecchiato un po’ il mio parco musica. Che sto tizio non l’avevo manco mai sentito noiminare. Come l’Omo. Vedimo’.