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Aria sottile

lunedì, settembre 5th, 2016

Galapagos 3

Giunti i nuestros dieciseis eroi col poderoso pulmino in quel di Alausì per prendere il Ferrocarril Transandino, sulla colazione dell’Hotel San Pedro -uevo, agua caliente, panada con queso- calava, oltre alla marmellata de guava, la notizia che a Quito nella notte c’era stato un nuovo terremoto. Più lieve di quello di quattro mesi fa. ma sempre sti 4,7 gradi era. E secondo voi i dieciseis ove erano diretti?

Dunque, tutti si dirigevano come un sol uomo al Ferrocarril ove scoprivamo che el hombre che avrebbe dovuto prenotare el treno non l’aveva fatto manco per el cavolo.

Si affacciava a quel punto l’ipotesi -essendoci giusto dieciseis puesti per il giorno dopo- di poterci fermare un altro giorno ad Alausì per il caspita di trenino e così mettere un altro giorno in mezzo fra noi e il terremoto di Quito (prime notizie parlavano di frane sulle strade).

E che si sarebbe potuto fare hoy para matar el tiempo? Una bella ascensione al Chimborazo, 6.310 metri, la vetta più alta delle Ande ecuadoriane nonché quella con la cima la più distante dal centro della terra, cosa che ne fa la regina anche rispetto all’Everest.

Pensando che un paio di estati in Trentino e qualche trekking all’Orsigna avessero fatto di me una provetta Messner mi predisponevo all’ascensione andina. Senonché già nel pulmino, superati i 3.000 metri di altitudine, sentivo la testa tipo dentro alle ganasce di uno schiaccianoci. Questione che arrivati al campo base dei 4.200 si era trasformata in una trapanatura continua di cabeza tipo dentista che scava nei molari. Si chiama “soroche”, mal di montagna. Da non augurare a nessuno, insieme a traslochi e divorzi.

Caricata a bordo la guida obbligatoria, un Quechua non quello di Decathlon (e qui finalmente trovavo spiegazione all’incomprensibile marca, ovvero le popolazioni delle Ande centrali) il pulmino ci portava su un sentiero a picco in mezzo alla cordigliera, semidesierto abitato solo da splendide vigogne, a 4.800 metri.

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Vigogna Quechua – Foto Angela Faller

E’ stato a quel punto che, una volta scesa, mi è tornato in mente il titolo di un bel libro di Jon Krakauer, Aria sottile, resoconto di una disastrosa spedizione sull’Everest a cui anche lui prese parte. Già dal predellino sentivo un effetto aspiratore, come se qualcuno avesse azionato un Folletto risucchiando tutta l’aria circostante. Testa vuota (più del solito, intendo) e trapanata, respiro boccheggiante e andatura da cosmonauta Yuri Gagarin.

Aria sottile, appunto. Imprendibile, poco immagazzinabile. Ogni passo accelerato un tonfo nel petto. Aria sottile. Aria preziosissima. Ma sempre più inafferrabile.

Ecuador Chimborazo Ema

Cima Chimborazo – Foto Emanuele

Ecuador Chimborazo Cate

Arieccolo – Foto Caterina De Zanche

A quel punto il professor Pi spiegava che chi avesse voluto poteva tentare l’ascensione che prevedeva due fasi: 5.000 e 5.100, aggiungeva che si sarebbe trattato di una operazione “impegnativa”, di valutare bene quindi le proprie condizioni fisiche di sostenibilità. Da quando lo conosco credo fosse la prima volta che gli sentivo scomodare l’aggettivo “impegnativo”, ancor oggi apostrofando i 16 km di giungla malese con 95% di umidità come ‘na passeggiata di salute, tanto per darvi un ordine di grandezza.

Lui, Pi, da parte sua, sarebbe rimasto con noi al campo base, con noi intendendo il plotone di sfiatati con trapanatura di cabeza del quale a tutti gli effetti facevo inequivocabilmente parte. Senonché, rifugiatici nell’amena caffetteria del campo-base, ecco che appariva sul tavolo la cioccolata calda con i caspita -di nuovo- di marshmallow (che gli assidui del disgusto ricorderanno dalla Nuova Zelandia). E contestualmente appariva pure Pi facendo capolino col capoccione e dicendo

-Tento solo qualche breve passo e scendo

con ciò ripresentandosi dopo due ore avendo fatto tutto il percorso fino ai 5.100, arrivando terzo e tosto ridisceso fresco come tornasse dal monte Morello.

Il gruppo cioccolata, tramortito non si sa se più dal soroche o dai marshcosi, si distingueva per un “distaccamento Diamox”, ovvero la sottoscritta e Angela, che sopportata abbondantemente la trapanatura de cabeza tentava di porle fine ingerendo la medicina consigliata, un diuretico. Che, va detto, il mio viaggiantissimo dottore mi aveva prescritto  sapendo del tipo di viaggio e di altitudine ma pensando soprattutto a Pi come utilizzatore finale, dato che pure ci ha nacerta, nacerta più di me che già ci ho nacerta, intendo.

Lui, appunto, ridisceso dal Chimborazo Morello come tornasse da una scampagnata nella Piana, zompettante come una vigogna nel pieno fermento adolescenziale e forse canticchiandosi pure “Vecchio scarpone quanto tempo è passato”, in attesa del resto degli ascensionisti si tuffava nella cioccolata. Ed è stato lì che il marshmallow ha colpito perché, coincidenza o no, subito dopo averla finita si accasciava sulla sedia sfinito e ciondolante.

Angela del gruppo Diamox, spintasi nel circondario per far foto, doveva arrendersi al soroche e rientrare. E commenterà qualche giorno dopo, riguardando le immagini

-Hodeste vigogne… mi son costate un polmone (vedi foto piùssù)

Una volta rientrato anche l’ultimo ascensore (nel senso di colui che ascende) si ridiscendeva col pulmino a più ragionevoli 4.100.

Non starò qui a dirvi le facce dei nostri eroi che vorrei menzionare uno cadauno: Carlo, Caterina, Elena, Emanuele, Francesco, Irene, Luca, Pietro, Paola, Paolo. Tutte diversamente stravolte ma tutte con lo stesso fumetto impresso sopra:

Cielos! (traduzione: Miiiiiiiinchiachebbotta)

ma anche

AriCielos! (trad: Miiinchiachesoddisfazione)

Ecuador Chimborazo2 Ema

El Chimborazo – Foto Emanuele

Il distaccamento Diamox sentiva vagamente allentare la morsa della trapanatura ma non l’effetto ganascia. Tornati ai 2.500 metri di Alausì, decimati e silenti, ci si recava a un ristorantino ove ci si tuffava in una zuppa de quinoa e aridove un canelazo faceva poi il miracolo finale.

Dice Meripo’ e allora?

Allora, bellimiei, riguardo alla vicenda aria sottile la questione è questa: forse le cose davvero importanti sono tipo l’ossigeno nell’aria. Non si vedono. E ci si rende conto di quanto siano vitali solo quando ci vengono a mancare. E dobbiamo riconquistarle da capo. In ogni caso i marshcosi fanno schifo a qualsiasi latitudine e altitudine.