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Freya Stark, Nostra Signora -e Lawrence di Persia- delle viaggiatrici solitarie

martedì, luglio 25th, 2017

Storie calme di donne inquiete/39

Quando mi ci trascinarono alle ore 13 di quattro 20agosto fa, checcertedate e soprattutto certiorari nonsidimenticano, credo di aver chitemmuortato per giorni. Ma Freya Stark, nella Valle degli Assassini, una delle zone più impervie dell’Iran occidentale, ci arrivò per prima e da sola, nel 1930.

E dunque Freya Madeleine Stark nata a Parigi nel 1893 esploratrice e saggista britannica, scrittrice, cartografa, approda da piccolissima ad Asolo, con la sua famiglia. La passione per l’Oriente esplode a nove anni quando uno zio le regala il libro delle Mille e una notte. Inizia a studiare l’arabo e a fortificare il corpo in vista di future spedizioni. Alta meno di un metro e sessanta, fisico minuto ma indomita: non si farà fermare da nulla, neanche da un terribile incidente avuto da ragazzina che le costerà metà della capigliatura, un orecchio e la palpebra destra e le lascerà anche una cicatrice che le attraversa la testa: risolverà con complicati toupé e strategici cappellini.

Freya Stark cappellino

Viaggiare è un piacere e un’arte, per Freya, ma soprattutto una necessità.

Nel 1911 si iscrive al Bedford College di Londra ma allo scoppio della Prima Guerra mondiale si arruola come infermiera in un ospedale da campo gestito dalla Croce Rossa Inglese sul fronte italiano dove assiste alla tragica ritirata di Caporetto.

Finalmente nel 1930 può mettersi sulle orme di Marco Polo e puntare alla Persia, alle “Valli degli Assassini”. In realtà la Valle è quella di Alamut che sarà proprio lei a geolocalizzare: e lì ci sono anche i Castelli degli Assassini che sarebbe più corretto definire dei suicidi perché uno, arrivato più morto che vivo lassù, alla sola idea di dover ridiscendere si vorrebbe direttamente buttare di sotto.

E visto che ci siamo informo l’utenza che sti Castelli erano il rifugio dei seguaci di tal Hasan-e-Sabbah, capo di un’organizzazione mercenaria che rapiva e uccideva personalità religiose e politiche. Sti tizi erano convinti che tali gesta li avrebbero portati in Paradiso, convinzione rafforzata dal fatto che Sabbah li imbottiva di hashish per compierle. Perciò furono chiamati Hashish-i-yun, da cui deriva la moderna parola “assassino“. Chi ve l’avrebbe mai detto, eh, fricchettoni miei, che alla fine sempre alle canne si torna, anche con l’etimologia? Che poi se lo fate dire a un bolognese torna proprio a essere i Castelli degli asciascini (per gentile concessione di Davide, che così li apostrofò appena si riuscì a riprender fiato una volta arrivati, sempre quel famoso ore 13 di quattro 20agosto fa).

Ma torniamo alla nostra Freya, che proprio lì si inerpica e da lì inizierà a viaggiare sempre da sola, al massimo con qualche guida locale, con ogni mezzo, a cavallo, a piedi, a dorso di mulo o di cammello, incaponendosi e addentrandosi dove nessun occidentale aveva mai osato.

Ma Freya non va in viaggio: va “alla ricerca dell’impossibile” e racconterà tutto in libri diventati veri e propri cult. Uno fra i più belli è proprio “Le Valli degli Assassini”, con la prefazione di Alberto Moravia.

Freya Stark

Freya viaggia seguendo una stella – afferma in uno degli articoli sulla rivista The Spectator – l’orsa maggiore che illumina il suo cammino dal 1927 al 1993, anno della sua morte,  Nel 1972 le viene conferito il titolo di Dame of the British Empire; il 9 maggio 1993 muore centenaria nella sua piccola casa di Asolo.

L’ultima spedizione la fa in Afghanistan quando ormai ci ha nacerta e nel 1970 pubblica The Minaret of Djam.

Freya Stark, il piacere e il desiderio di viaggiare -che non significa spostarsi da un posto all’altro- fatti donna. Freya che in qualche modo ci lasci anche una ricetta per viaggiare nella vita, anche se non ci si sposta da casa.«Viaggiare significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare completamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che ci succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. E questo è il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando».

La maledizione del Mutandari

martedì, gennaio 26th, 2016

E lo so però pure noi facemmo mettere le braghe ai nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina. Era il 1564, un anno dopo la fine del Concilio di Trento. Per fortuna Michelangelo era già morto. E fu proprio un amico suo, Daniele da Volterra, che poi passò alla gloria eterna come Il Braghettone, a imbracare il Giudizio Universale.

E la storia degli imbracamenti nostrani è lunga e religiosamente trasversale e arriva fino a quando fu un articolo dell’Osservatore Romano, nel 1956, a costringere la Rai di Ettore Bernabei a far indossare mutandoni alle ballerine in tv (e qui il malcapitato Braghettone si chiamava Filiberto Guala e si dimise subito dopo l’imbracamento) perché si era, nientemeno, violato il Concordato….

Certo però su questa cosa che si sono coperte le statue per non urtare la sensibilità dei nostri ospiti iraniani ci sono rimasta male. Gli assidui del blogghe che seguirono i resoconti de I giorni dell’Iran sanno -e agli altri lo dico- che quel viaggio resta sul podio dei viaggi più ricchi di fascino, di cultura, di umanità. Chi vada a conoscerli lì sa che la cultura millenaria dell’antica Persia, devastata, sfregiata, messa in pericolo da ottusaggini antiche e recenti, ancora è un grande baluardo e alberga -anche di nascosto e contro tutto e tutti- nel cuore e nell’essenza delle persone.

Nonostante la cultura millenaria, però, a chi vada lì è fatto divieto di andare a capo scoperto, di scoprire braccia e gambe, di truccarsi vistosamente, di fumare in pubblico, di portare riviste o pubblicazioni con immagini che possano risultare offensive o blasfeme dunque anche la sottoscritta ha girato venti giorni dentro a uno scafandro con 40 gradi all’ombra.

Di conseguenza mi aspetterei che, venendo loro qui, si potesse applicare il principio di reciprocità.

“L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te”, disse Confucio.

Se vuoi essere rispettato dagli altri, la cosa più grande è rispettare te stesso. Solo in quel modo, solo con il rispetto di te stesso, tu obblighi gli altri a rispettarti, incalzava il compagno Fëdor Dostoevskij.

Perché come potremo mai farci rispettare se siamo noi i primi a non essere convinti del nostro valore e delle nostre ragioni?

Che le statue non stanno lì per mostrare il brisbolino, le poppe o altri attributi (ma la Venere capitolina, o Venere pudica, lungimirante, è dal II secolo avanti Cristo che si copre):

Venere capitolina

Venere capitolina

stanno lì a testimoniare la nostra cultura, che è anche rappresentazione del corpo. Perché, chessòio, fosse Rohuani andato in visita a Firenze icché si faceva? Gli s’incartavano il Davide, il Perseo e tutta la loggia dei Lanzi?

Si conferma dunque che tutto il mondo è Paese. Ed è soprattutto mutanda, al massimo Mutandari.

I giorni dell’Iran/ I fiori non hanno spalle

giovedì, luglio 23rd, 2015

In occasione dell’annuncio di un viaggio in Nuova Zelanda essendosi sviluppato un sottodibattito sui viaggi in Iran ripropongo all’utenza, come incoraggiamento, uno dei momenti-clou del viaggio di due anni orsono.

30 luglio – Zanjan, Tabriz, Kandovan, Tabriz

La mattina alle 8 si ripartiva con destinazione Tabriz per un serratissimo e lunghissimo programma che veniva interrotto e modificato già alle 8,30: il nostro autista, Nasser, iniziava a clacsonare più veementemente del solito e a vociare dal finestrino inveendo contro una solitaria macchina che ci precedeva. Anche il solitamente pacatissimo aiuto-autista, Baktash si univa all’inveenza. Il che mi faceva legittimamente sospettare l’inizio di una mediorientale faida stradale dai cupi esiti.

In realtà erano dei loro parenti e l’inveenza era felice giubilo. Scusandosi ripetutamente con noi Nasser e Baktash accostavano per poterli salutare poi però Nasser risaliva a bordo e pregava Iraj di dirci che i suoi parenti sarebbero stati felici di poterci offrire un tè e frutta, che avremmo potuto cogliere ad libitum dagli alberi della loro terra con casetta che si trovava poco lontano dal ciglio dell’accosto.

Naturalmente non li scoraggiava il fatto che noi fossimo in 16. La giovin figlia, bellissima,

si offriva di guidarci a piedi tra le frasche mentre il babbo riportava indietro la macchina. Iniziava così un tortuoso percorso stile attraversamento foresta amazzonica tra liane, rovi, sassi e guadi.

Si, certo che l’ho pensato! (-Meripo’ scusa ma non hai pensato che magari era un agguato, una trappola, un che ne so, una cosa quantomeno sospetta?). E l’ho pensato vieppiù quando uno dei nostri, mentre attraversavamo il letto del fiume a secco, ha esclamatao

-Ragazzi, pensate se ora aprono  la diga

Dopo il tortuoso cammino si sbucava invece in un piccolo Paradiso coltivato a pesche, susine e noci, uva e ancora fiori e poi galline e un ruscelletto al bordo del quale era costruita una monostanza in cemento, completamente rivestita di tappeti e cuscini dentro. Fuori, sul fuoco, una teiera nera in ebollizione si preparava ad accogliere foglie di tè di grande bontà: si chiama, infatti, “Tè al fuoco”

Ci accoglieva sull’uscio la mamma nerobardata della giovin ragazza e ci faceva prima cogliere qualsiasi cosa ci venisse in mente di commestibile dalla loro proprietà, poi ci faceva accomodare tutti in cerchio nella casetta. Scoprivo finalmente, tra l’altro, che le iraniane zollette di zucchero dure come serci (romanesco, trad: sassi) non devono essere inutilmente disintegrate nella tazza ma piuttosto si succhiano o si inzuppano un po’, si mordono e poi ci si beve sopra l’ambrato liquido.

La conversazione avveniva prevalentemente a grandi sorrisi, inchini, mani giunte, mani sul cuore. E ci siamo detti, a onor del vero, tanto. La signora nerovestita chiedeva a Iraj di dirci che era mortificata perché, sapendolo prima, sarebbe stata felice di offrirci un pranzo ma ci era grata per aver accettato il tè. La gallina che faceva capolino da fuori, improvvisamente rinfrancata, ci era grata ancora di più.

Anche il Professor Pi a quel punto, come in tutti gli scambi diplomatici che si rispettino, teneva il suo discorso di gradimento all’ambasciatrice e le diceva, interpretando il fumetto che aleggiava sulle nostre teste, che l’onore semmai era nostro e che le eravamo tutti molto grati per averci offerto qualcosa di molto più prezioso e raro per chi se ne vada “a giro per il mondo” che non sono né i monumenti né i paesaggi ma è l’ospitalità.

Ed è stato mentre Giovanna si scusava, dato il cerchio irregolare, dicendo

-Perdonate le spalle

che la nerovelata signora rispondesse, citando un poeta persiano

-I fiori non hanno spalle

Così, a freddo in quel caldo, in mezzo a un orto persiano, ci è arrivata quella schioppettata di poesia e delicatezza d’animo.
I fiori non hanno spalle.

Iran mamma e figlia

 

Ma quello che non dimenticherò mai è che, arrivando, la signora nerovelata mi (ci) accoglieva a braccia spalancate, prima baciandomi tre volte e poi stingendomi forte a se’. In un lampo mi sono passati davanti parecchi degli ultimi miei anni. E mi è sembrato che, anche a fronte di momenti dei quali avrei volentieri fatto a meno, poi la vita trova sempre il modo -nei luoghi e nei tempi più impensabili- di riappacificarti  se non con il mondo almeno con te stessa. E stringerti in un abbraccio infinito.

E ho pensato che tutto sommato era valsa la pena in questi anni fare tutta questa strada, a volte impervia a volte proprio al limite delle possibilità, per poi andarsi a prendere quell’abbraccio sconosciuto a Tabriz, Islamic Republic of Iran.

In cambio di seimila chilometri, eh, che qua niente è gratis, sia chiaro.

L’altra metà del cielo sfregiata nell’altra metà del mondo

venerdì, ottobre 24th, 2014

Si chiama Isfahan, “perla di Persia”, “l’altra metà del mondo”. Su quanto fosse non una delle città più belle della Persia ma proprio del mondo vi avevo già ampiamente ammorbato qui, con il racconto del viaggio iraniano. Non so quante cose abbiate visto nella vostra vita ma fate di tutto per trovarvi almeno una volta al tramonto a Imam Square. Vi restituisco i soldi del biglietto se arrivati lì, in mezzo al cuore del mondo, non inizierà a battervi forte pure il vostro. Non ci provo nemmeno, a descrivervela. Fate conto 100 volte Place de Vosges a Parigi issata in mezzo al cielo e sui quattro sconfinati lati uno spicchio di Paradiso a forma di cupola, minareto, oro e azzurro e ancora oro in mezzo al cielo e turchesi in mezzo all’oro.

Isfahan, Imam Square - foto Professor Pi

Ed è incredibile che proprio nell’abbraccio di spazio di tanta bellezza si possa estrarre una bottiglia di acido e buttarlo addosso a donne accusate di indossare male il velo. Succede da tre settimane. La prima ad essere sfregiata si chiama Soheila Jurkash e ha 27 anni. Che ogni tanto bisogna dare anche nomi e cognomi all’orrore: Soheila Jurkash ha viso, braccia e gambe bruciate e ha perso un occhio.

Non si sa neanche con certezza quante donne, dopo di lei, abbiano subito la stessa violenza. Si sa che ora le ragazze vanno in giro con una maschera bianca sul viso per non essere sfregiate. E si sa che, piano piano, gli iraniani si sono mossi e sono scesi in piazza a Isfahan, fino a diventare migliaia al grido di “Fermate la violenza sulle donne, non si diffonde la virtù con l’acido”. Nel Paese in cui quattro ragazzi che cantavano Happy sono stati condannati a sei mesi di carcere e 91 frustate rischiano grossissimo anche questi eroi della protesta pacifica. Ma è anche lo stesso Paese nel quale ti si accoglie a braccia e case aperte, in cui ti si ferma per strada per salutarti, chiacchierare, sapere e offrirti un thè speziato. Un Paese dall’animo aperto e dai governanti chiusi, nonostante gli sforzi del loro presidente, Rohani.

L’altra metà del cielo sfregiata nell’altra metà del mondo. E noi? Che si fa? All’inizio ho pensato: facciamo lo sciopero del turismo, facciamogli sapere che non ci andremo finché non contrasteranno quest’orrore, che con la difesa della morale non c’entra un beneamato piffero. Ma poi ho anche pensato che, proprio nel momento in cui cercano di aprirsi, risbattergli la porta in faccia forse non sarebbe giusto.

E quindi sto qua, che non so che fare. E pensare. E allora mi riguardo questi visi qui, belli, aperti, coraggiosi e penso che queste donne hanno già vinto. Ma il prezzo è carissimo. E non possiamo farglielo pagare in solitudine.

Foto Flavio Favero

Iran, dove “le idee sono come l’acqua”

martedì, settembre 9th, 2014

Oggi siamo qui. Con questo:

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”. Così ha sentenziato la censura della Repubblica Islamica dell’Iran nel cui mirino è finita il direttore di “Zanan-e Emruz”. Accusata di “femminismo” dagli ambienti ultraconservatori per aver scritto a favore dei diritti delle donne. Da qui la decisione dell’apparato giudiziario di processarla a Teheran davanti ad un apposito “Tribunale per i media”.

Quando ho letto la notizia ho pensato a Tahmineh e a una cena a casa sua, a Teheran. Tahmien ha 25 anni ed è laureata in Ingegneria idraulica, si occupa di acquedotti e grandi opere. Ma il suo capolavoro infrastrutturale, per quella sera, fu il Gormeh sabzi, un piatto a base di agnello variamente assemblato con spinaci, fagioli, cipolla, curcuma e coriandolo.

Si mangia seduti in terra sul tappeto del salotto, scarpe lasciate all’ingresso. A cena ha invitato, oltre me, alcune amiche. Tra i 20 e i 30 anni, tutte laureate, tutte con un impiego. Sono la carampana della situazione. Sono anche l’unica intabarrata nel velo: il loro è appena poggiato in cima alla crocchia di capelli variamente acconciata. Sono l’unica non truccata, l’unica non fumatrice. Una Flinstones occidentale. Accanto alla sfilata di sublimi pietanze c’è una scrivania con un computer acceso. Accanto al computer una finestra dalla quale fa capolino una parabola. Accanto alla parabola satellitare una libreria. Piena. Da una borsa spunta un tablet. Da ogni tasca un telefonino.

“Il femminismo è obsoleto. E Shahla Sherkat non deve più scriverne”, ripensavo a quell’accusa oggi. Paradossalmente è proprio così: perché sotto tanti aspetti il femminismo, in Iran, è già storia quotidiana di diritti acquisiti di fatto. E’ il velo che arretra sempre più sui capelli freschi di acconciature. E’ il trucco che avanza. E’ il filtro aggira-divieti per collegarsi al proibito Internet e alla vietata parabola.

A ogni divieto corrisponde una spinta uguale e contraria: chiudi una rivista, nascono dieci siti. Censuri un film, si schiudono cento download. Chiudere e proibire: due verbi che abitano al tribunale dei media. Ma non nelle case, nelle borsette, sulle scrivanie.

Sostanzialmente come svuotare mari con cucchiaini. Mentre la “rivoluzione” avviene, giorno per giorno, altrove. Perché, per dirla con una collega ingegnera idraulica come Tahmineh, “le idee sono come l’acqua: se tenti di bloccarne il flusso da una parte, quella si incanala da un’altra”.

@LaveraMeriPop

Foto Professor Pi

Leggere Berlinguer a Teheran

giovedì, marzo 27th, 2014

Oggi siamo qui con questo:

E’ stato mentre sostavamo fuori dal suo negozietto in uno dei tanti bazar che, sentendoci parlare in italiano, si è affacciato timidamente dalle tendine. Piccolo, asciutto, brizzolato, occhi scurissimi dietro l’occhialetto Gramsci, le carabattole e i souvenir in vendita alle sue spalle; noi con la guida di Teheran in mano. Primi sguardi diffidenti poi lui

-Italia?

-Si, Italia.

-Grande Paese. Grande arte. Grande cultura. Michelangelo. Pasolini. Fellini

-Quindi lei ci è stato?

-Tanto tempo fa. Quando potevo ancora viaggiare. Posso fare io voi una domanda?

-Certo

-Come ha potuto un Paese in cui è vissuto Berlinguer ridursi così?

Nell’imbarazzo e nel silenzio generale lui ha continuato

-Sono un dissidente politico. Non ho più il passaporto. Ma per fortuna avevo viaggiato tanto. Io l’Italia l’ho vista. E ho visto la Francia. E la Germania. Prima. Poi non ho più potuto. Mi presero anche dei libri.

Ed è stato in quel momento che a quello che chiameremo il signor Hossein è cambiato lo sguardo ed è spuntato un luccicone. Si è quasi messo sull’attenti. Poi:

-Ma io Berlinguer l’avevo letto prima. Diceva che ci si salva e si va avanti solo insieme, si ricorda? Ora possono togliermi tutti i libri. Io Berlinguer me lo porto dentro. E voi? Voi lo portate dentro, ancora?

In quel momento, in mezzo al bazar, mentre sciamavano figure di donne completamente avvolte di nero, con l’odore di spezie e cannella nell’aria, mentre il signor Hossein parlava, ho sentito persino risuonare da qualche angolo del passato le parole e le note di quello che è uno degli Inni più belli, quello della “futura libertà” e della “futura umanità”.

Berlinguer forse non proprio tutti i giorni. Ma il signor Hossein è da quel giorno di pochi mesi fa che me lo porto dentro. Ci ripenso ancor di più ora, mentre esce anche il film, su Berlinguer. Penso a quanto mi farebbe piacere farglielo vedere. Perché insieme al signor Hossein anche l’Iran mi porto dentro, da quel viaggio. Con la sua cultura, la sua bellezza, la sua voglia di tornare ad essere un grande Paese, quello che era un faro di cultura nel mondo.  Un Paese che non va lasciato da solo. Perché, come ci ricorderebbero Berlinguer e il signor Hossein, ci si salva e si va avanti solo insieme.


L’Iran e le donne Sansone

venerdì, novembre 8th, 2013

Lo so che vi ho sbomballato abbastanza sull’Iran solo che oggi dice che forse fanno l’accordo sui controlli nucleari. Eppure la vera arma di cambiamento in Iran credo sia da unì’altra parte: sotto al casco dei parrucchieri e sotto al velo. Un Paese nel quale le donne possono diventare avvocato ma non giudice e la cui testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo: ma è lo stesso nel quale puoi vedere una nonna al parco che sorveglia il nipote mentre legge la Divina Commedia tradotta in farsi. Il velo arretra e si appoggia sulla crocchia. La cultura delle donne avanza. E potrebbero essere proprio loro a sorprendere tutti. Pure gli Imam.

Piccolo reportage qui, soprattutto fotografico.

Grazie a Flavio Favero e Pietro Zecca. Che a noi Berengo Gardin ce spiccia casa

Ciò che il fesenjun ha unito la ribollita non divida

lunedì, novembre 4th, 2013

Accertatosi che eravamo dignitosamente sopravvissuti alle tre settimane iraniane e che nell’islamica circostanza si erano creati anche discreti vincoli di amicizia nell’italico gruppo, il professor Pi decideva di sfidare le leggi della resistenza e ci invitava a un comune raduno nelle toscane latitudini. Del valoroso originario gruppo di quindici riuscivamo ad affluire in sei presso la cinta muraria del buen retiro.

Perché il bello di certi viaggi è che, come gli amori di Venditti, non finiscono: fanno dei giri immensi e poi ritornano. E infatti Giovanna e Angelo di giri per gli sterrati della Val di Chiana ne dovevano compiere parecchi, prima di poter giungere nella località convenuta. Ove Flavio e Cinzia, nonché la qui presente e il Professor Pi, li attendevano davanti a un desco frugalmente allestito con salamini, finocchione, prosciuttelle, pere e pecorino, caciotta, pane sciocco, grissini tirati a mano originali torinesi, pomodoretti con l’olio novo, vino rosso e vin santo delle uve di Pi e altri tipi di gastronomico intrattenimento.

Ricostituito il nocciolo duro del viaggio si provvedeva immantinente a denocciolare le olive, la cui raccolta nelle campagne intorno ferveva animatamente. Radunati poi tutti i doni che i partecipanti recavano stile Re Magi (orecchiette e strascinati fatti a mano dalla mamma di Angelo, santadonna, brutti ma buoni, grissini freschi, vini piemontesi che non me lo ricordo più il nome a fiumi, santi Flavio e Cinzia) e deciso che avrebbero costituito il nocciolo duro del pranzo della domenica, essendo ancora al venerdì ci si predisponeva per la cena alla Maggiolata. Il tutto naturalmente reciprocamente annaffiandoci di chiacchiere e Chianti. Che, dopo il mese di ramadan e astinenza alcolica, non ci sembrava vero poterci rivedere con la scusa di recuperare in tappe enogastronomiche. Cosa che di norma avviene sempre, ai raduni post viaggio, anche in assenza di patimenti.

La cosa che mi preme qui sottolineare è che, al netto delle tre settimane iraniane, io questi non li avevo mai visti prima in vita mia ma ciononostante osservavo una insolita, coinvolgente, entusiasmante familiarità e sintonia con -disciamolo- teoricamente quasi perfetti estranei. Ma così succede. Non chiedetemi perché. Evidentemente il chador e il ramadan temprano e rafforzano vincoli come mai nessun’altra circostanza potrebbe.

Dal che si sarebbe tentati di evincere che in certi casi le migliori amicizie son quelle che ti capitano in giro per il mondo- o che un sistema di prenotazioni viaggi ti affibbia- piuttosto che una libera scelta. E non voglio certo trarne conseguenze -che pure mi tentano- sui matrimoni “combinati” rispetto a quelli scelti: mia nonna sosteneva convintamente che i primi statisticamente funzionano più dei secondi. Il mio avvocato potrebbe, in effetti, testimoniare in tal senso.

Ma procediamo. Si diceva della insolita familiarità che si sviluppa in una convivenza forzata tra ex estranei fino a due mesi or sono. Così è. E così è stato per tutta la durata del soggiorno, compresi Santi, morti, ponti et similia. Diciamo pure che le giornate trascorrevano infarcendo il tempo di attesa tra una libagione e l’altra con passeggiate nei suggestivi dintorni in cerca di specialità alimentari quali, per dire, il cacio di Pienza o il Nobile a Montepulciano.

E’ dunque probabile che, almeno per il gruppo qui preso in esame, sarebbe impossibile socializzare diversamente: impossibile dunque creare amicizie in presenza di partecipanti a dieta o astemi. Che infatti non mi sono mai capitati. Quindi, per restare nelle citazioni di vendittiana memoria, da “Amici mai” ad “Astemi mai”.

L’altra riflessione che sviluppavo giustappunto stamane rientrandomene nei romani confini era che ieri sera, rientrando invece in quelli fiorentini del professor Pi una volta salutatici con gli altri, si mettevano in tavola gli “avanzi” di tutti i gastronomici doni innaffiando il tutto con un vino che non avevo mai sentito nominare né mai provato e del quale mi sono invece innamorata a prima sorsata: il Carema, (portato da Flavio ivi richiestogli da Pi). Cioè quindi sostanzialmente lo stesso effetto dei miei compagni di viaggio. Per non dire del Professor Pi. E anche qui evidentemente vale il principio -che Pi illustrò a proposito del fantomatico “uomo giusto”- e cioè che le cose giuste e fulminanti non si inseguono: si incontrano.

Segue ricetta della Ribollita così come -mi pare- la fa anche il professor Pi

RIBOLLITA

cavolo nero
cavolo verza
1 porro
1 cipolla
2 patate
2 carote
2 zucchine
2 gambi di sedano
300 g. di fagioli cannellini
2 pomodori pelati
olio extra vergine di oliva
sale e pepe
250 g. di pane casalingo raffermo

Mettere a bagno i fagioli per circa 8 ore, lessateli in due litri di acqua. In altra pentola fate rosolare la cipolla tagliata a fettine nell’olio di oliva, poi aggiungendo i pomodori (freschi a pezzetti o anche pelati per risparmiare tempo). Poi sedano e carote a pezzetti, una volta passiti le patate a pezzetti poi cavolo verza e per finire il cavolo nero a pezzetti privato della costola. Per insaporirlo meglio si può fare un ciuffetto di rosmarino (o  timo e rosmarino) legato, da levare a fine cottura prima di mettere il pane. Aggiungete via via tutte le altre verdure tagliate grossolanamente e fatele appassire piano piano per circa 10 minuti, aggiungete quindi l’acqua di cottura dei fagioli nonché la metà dei fagioli. L’altra metà li aggiungerete dopo averli passati al setaccio. Regolate di sale e pepe e fate cuocere a fuoco basso per circa due ore. Aggiungete il pane tagliato a fettine, mescolate bene e fate bollire per altri dieci minuti. Lasciate riposare e servite in piatti di coccio con un filo d’olio extra vergine possibilmente “nòvo”.

Ovunque proteggi

mercoledì, settembre 25th, 2013

Io non lo so se veramente l’avvento di Mister Rohani sia il segnale di un cambiamento, anche di un inizio di cambiamento, di un’apertura, fosse pure uno spiffero.

E’ che mentre lo guardo parlare dal palco delle Nazioni Unite non so perché ma non riesco a pensare ad altro che a un manifesto appeso in un chiostro ad Abanyeh, Islamic Republic of Iran, nel velato viaggio con il quale vi ho già ampiamente sbomballato. E’ che aveva richiamato la mia attenzione in quanto veicolato da un ombrello, oggetto principe del mio conflitto di interesse:

"Proteggiti da sguardi indiscreti" - Foto Professor Pi

La scritta in farsi, tradottami dal nostro Iraj Shai Architect, recitava: “Proteggiti da sguardi indiscreti” ed era un invito per le donne a rispettare la legge islamica che obbliga a coprirsi il capo e a non mostrare né forme né parti del corpo. Ma non pubblicizzato come un’imposizione di legge piuttosto come qualcosa che mi veniva consigliato nel mio stesso interesse: proteggiti. Quale parola è più avvolgente di “protezione”? E quale verbo è più paterno e materno o genitore1 o genitore2 di proteggere?

Beh ecco io ho pensato che uno dei segnali del cambiamento che mi aspetto, in quello splendido Paese che oggi è guidato da Mister Rohani, senza nulla togliere alle trattative sul nucleare sia chiaro eh, sarà anche il momento nel quale le donne avranno la libertà di proteggersi o farsi proteggere come ritengono. Ovunque. Non solo dentro la chiusura ermetica di un velo.

L’occasione mi è molto gradita per dedicare loro un po’ di pioggia di parole e note senza ombrello, quelle di Vinicio Capossela:

Il viaggio che verrà

venerdì, settembre 13th, 2013

Ci ho pensato un bel Pop. A come liberarvi e farvi scendere da sto pulmino iraniano per  fine corsa. Che, come in amore, i momenti cruciali sono come si esordisce e come ci si congeda.

Ho detto ma quasi quasi chiudiamo alla grande come i botti di Capodanno raccontandogli di Persepoli, di quel giorno che -insolitamente non a mezzogiorno col sole allo zenit- siamo sbarcati qui davanti

Persepoli - Foto Tiziana Forlin

e io mi sono sentita accogliere come fossi la moglie di Ciro il Grande dalle fanfare e dalle trombe.

Oppure chiudere nell’intimismo del deserto di Kalut, dove il vento, il tempo e domineddio o chi per lui, ha costruito questo spettacolo qua:

Kalut - Foto Tiziana Forlin

E perché invece non lasciarvi con la sintesi perfetta dei quindici valorosi italiani a contatto con l’islamico mood, cioè la moka di Aladino che un ispirato professor Pi immortalò mancomiricordoppiùddove:

La moka di Aladino - Foto Professor Pi

Senonchè poi ho trovato questa:

Foto Tiziana Forlin

E ho pensato che, pur nello sbigottimento di un Paese dal glorioso passato e dal complicato presente, è con un verbo e uno sguardo al futuro che volevo congedarmi per questo viaggio e lo sguardo è il suo (e pure qui, la foto l’ha fatta Tiziana ma nonmiricordoppiùddove).

Dunque vorrei anche passare ai titoli di coda non su questo viaggio ma con il più bello che di solito è sempre quello che verrà. Che io mi sto preparando è questa la novità. Anche perché è pacifico che sarà minimo l’Islanda. Capo Nord. Anche il Canada coi grizzlies. Soprattutto vi lascio col vostro, viaggio. Ovunque sarà. Ma facciamo che sarà l’Iran. Perché è stato un gran viaggio. Fatto con begli amici.

Grazie a: Albarosa, Alessandra, Angelo, Anna, Baktash, Davide, Paola, Cinzia, Flavio, Giampietro, Giovanna, IrajShai Architect, Nasser, Pietro, Rita, Samuel, Tiziana

e a tutti i supercalifragilini che ci hanno accompagnati da qui.