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Claude Monet, l’uomo che riuscì a raccogliere aria e luce e le imprigionò su una tela

mercoledì, dicembre 5th, 2018

Dice allora andiamo a Giverny per scendere nel nucleo atomico dell’Impressionismo, a casa Monet. E chiunque dovrebbe prima o poi sperimentare questa sequenza: effettivamente partire da Parigi aeroporto, arrivare a Giverny (con l’ulteriore aggravio di una trentina di inutili chilometri, che il Navicoso si era spento e siamo spuntate alla Defense invece che verso Giverny), dormirci -a Giverny- alzarsi la mattina dopo, consumare una colazione effettivamente molto impressionante, scrutare il cielo, scrutarci noi  e con un’occhiata decidere, con i biglietti già acquistati in tasca, che no: con le secchiate d’acqua a quei giardini no. Non stamattina. Non così.

Inutilmente l’ostessa che ci ospitava strabuzzava il ceruleo e normanno occhio
-Ma come, parbleau, e prendetevi un parapluie! Mavviparemai che avete fatto tutta questa strada e ve ne andate senza vederla?
Dirò di più: senza nemmeno passarci davanti. Che Grace quando va in fissa è irremovibile. “Meripo’, lo faremo al ritorno, che i giardini di Monet con il monsone proprio no, jàmm”.

A Giverny senza sole e senza nemmeno quelle introvabili Ninfee nere di Michel Bussi che inutilmente Nicki Sventola mi aveva raccomandato di leggere prima di partire. Esaurite. Le Ninfee e pure noi.

L’irremovibile Grace, manco a dirlo, aveva ragione. Perché riallocato il Navicoso sulla via del ritorno verso Paris, quindici giorni dopo, e dopo aver perimetrato Bretagna e Normandia in lungo e in largo, arisbucavamo a Giverny in una splendida giornata di gialli e di azzurri. Che nemmeno se ce li avesse dipinti il padrone di casa, sarebbero stati così.

Tutto questo pippone per dirvi Andate. Fatevi questo regalo se ancora non ve lo siete fatto e fatevi questo viaggetto sui posti veri che crearono quei capolavori dipinti di Claude Monet. E se non tutti andate almeno alla fermata finale, a Giverny, dove creò un Paradiso prima in un giardino e poi sulle tele, lì dove ormai praticamente cieco dolentemente confessò: “Questi riflessi sono diventati un’ossessione. E’ una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio, e tuttavia voglio riuscire in quello che sento”.

E, neanche a dirlo, ci riuscì. Claude Monet, morto il 5 dicembre di 92 anni fa, lì, fra l’aria e la luce che non vedeva più ma che aveva raccolto per tutta la vita, imprigionandole nelle sue tele.

Giardini di Giverny, foto Meri Pop

Mamma mia che impressione

martedì, novembre 11th, 2014

Cara Meripo’, io cerco di essere superiore ma dopo un mese sto ancora schiantata. Non è successo niente di diverso da ciò che succede a tante: se n’è andato con la metà dei miei anni. Nel senso proprio con una di 25. Vorrei molto dirti-vi che me ne sto facendo una ragione e che sono una donna autonoma e che e che e che. Invece mi spiace ma hai di fronte proprio la schiappa: alcune mattine mi alzo e ancora non so come fare senza di lui. Mi fa impressione persino a scriverlo ma è così. E non so che fare.
Rossana

Cara Rossana, niente. Non devi fare proprio niente. A un certo punto arriverà il giorno in cui, praticamente a tua insaputa, tutta quest’impressione si trasformerà. Come? Già che siamo in tema di colori te lo faccio dire da Pierre-Auguste Renoir:

“Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu: era nato l’impressionismo“.

E chest’è, direbbe la mia amica Rossella. Aspetto il primo quadro. Intanto eccoti il mio.
Meri

Mary Poppins impressionist (foto Freaking News)