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“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”

lunedì, giugno 11th, 2018

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, sette anni fa. Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in tutta l’Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”.

Negli Altipiani

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache.

Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale in Dancalia

Una bella Storia

giovedì, giugno 18th, 2015

“A fare la Storia sono anche i romani che hanno il coraggio (perché un po’ di coraggio ci vuole) di infilarsi nello spazio stretto di quel vicolo, carichi di buste della spesa. (…). Poi ci sono i romani che organizzano le manifestazioni contro gli immigrati, ma quelli al massimo possono fare la cronaca”. Oggi Pietro Piovani sul Messaggero parte da un tweet della vostra quippresente per raccontare l’Italia che fa la storia. A Roma. Eccolo: (cliccateqquà). Una gran bella Storia.

 

La storia siamo noi

domenica, giugno 14th, 2015

La processione silenziosa degli italiani che aprivano le dispense mentre la Francia chiudeva le frontiere.
Scriveteli bene, i libri di storia

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore”

domenica, aprile 19th, 2015

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, quasi quattro anni fa.Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia.E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende da come vivi”

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale, Ahmed Ela - Foto professor Pi

Il punto G

lunedì, agosto 19th, 2013

27 luglio – Aeroporto di Fiumicino

E’ alle 13,05, avendo appena esperito le formalità di conoscenza tra i quattro partenti da Roma ed essendoci appena messi in fila per il check in, che suona, per meglio dire squilla, il primo allarme di tipo Defkon 2

-A Milano non ci fanno imbarcare, dicono che serve il visto

-Ma guardate che il visto lo prendiamo in entrata

-Si ma loro vogliono assolutamente vedere almeno la lettera di invito

Chiariamoci dunque subito: in Iran non si va. Si viene invitati ad entrare. Dopo aver implorato di essere invitati. Rintracciato l’invito e dopo opportuni scambi di fax è alle 13,15 che scatta, a Roma, il secondo allarme di tipo nucleare globale:

-Signora Meripo’ sono sbagliati i dati del suo passaporto

Io questo vi voglio dunque in sostanza dire: state seguendo, da anni, le gesta di una demente. La qui presente, per meglio dire la parte della qui presente che aveva solennemente deciso di andare a Londra, ha tentato fino all’ultimo di prevalere sulla deriva islamica e dunque ha trascritto una C anziché una G.

Dal che si evince che:

1) la differenza fra il restare a terra e il decollo può essere racchiusa anche in 2 millimetri (e ciò valga anche per le vicende della vita)

2) tutti i casini possibili vengono generati nell’Universo per colpa del punto G

Quanto alle concitate fasi del Fiumicino Affair non vi sto neanche a dire di come il professor Pi, certamente dentro di sé scatenando tutto il repertorio di toscani irriferibili epiteti ma formalmente mantenendo un inglese aplomb, iniziasse una spola continua fra il banco della Emirates, l’omino degli imbarchi, la hostess -soprattutto-, e l’Iranian immigration telefonicamente allertata a Teheran. Perché era del tutto evidente che avendo invitato la signorina C mai e poi mai avrebbero fatto entrare la signorina G.

E beh dico anche questo: non si apprezza mai tanto ciò che si possiede come quando lo si sta per perdere.

L’omino allo sportello iniziava a imbarcare il professor Pi e le altre due pazienti e rassegnate compagne di viaggio ma anche tutto l’Airbus da 800 posti mentre io, nel cantuccio “aspetti un po’ lì”, già cercavo le parole per compulsare il post più breve della carriera viaggiante: i 30 km della Roma-Fiumicino e ritorno.

Imbarcati ormai tutti e rimasti soli lo zaino ed io, chiusi anche gli sportelli, il professor Pi strenuamente continuava a spargere ottimismo:

-Al limite parti domani da sola e veniamo a raccattarti da qualche parte a Teheran

Operazione, lo capite da voi, assolutamente non alla portata di una che non riesce a trascrivere correttamente manco una consonante e sei numeri a fila.

Ed è stato mentre si iniziavano anche a spegnere le luci dei gabbiotti che, come una visione, sono apparsi dalla fine del corridoio la corposa mole del professor Pi affiancata da quella di un pigmeo urlante

-Il caposcalo e l’immigration hanno detto che la potete imbarcare

Tipo: è scema ma non pericolosa.

Riaperto il Gate e lanciato lo zaino sul rullo iniziava dunque la seconda parte di Giochi senza frontiere: arrivare in tempo all’imbarco prevalendo sulle chilometriche file di un ordinario sabato di fine luglio a Fiumicino. Ma siccome a là è grande e aqquà non siamo da meno, si arrivava in scioltezza tutti e quattro, anche di caldo, pronti per essere catapultati sul Roma-Dubai.

Io, che ve lo dico a fare, già non ne potevo più. Andavo ovviamente a ricoprire l’ultimo posto dell’ultima fila, sostanzialmente nel cesso, in mezzo a una marea di nippo-giappo-thai che non andrebbero augurati, insieme ai traslochi, neanche al peggior nemico. Il Centro di Disturbo 1 (quella alla mia destra) passava tutte e cinque e mezza le ore a fare su e giù poltrona-vano bagagli per implementare di orride schifezze alimentari una busta di plastica che teneva in front of the piedi. Mai visto in natura elementi così ripugnanti per odore, forma e colore. Naturalmente, appena arrivato il vassoio della cena, iniziava a ispezionare Lamb e riso thai come fossero un sito nucleare per decidere che No, non andava bene. Rifiutato anche il chicken ripiegava sul Lamb ma riversandone copiosamente sopra salsine e abominevoli polveri sottili estratte dalla busta. Per poi lasciare quasi tutto intatto ma olezzosamente sparso ovunque. Naturalmente agitandosi e sgomitandomi, insieme al Centro di Disturbo 2 (quella alla mia sinistra) soprattutto in coinidenza della tazza del tè e del contenitore bollente.

Avendo, di certo, già una segnalazione in tutte le Interpol e Immigration del pianeta per manifesta inabilità a qualsivoglia elementare operazione decidevo di astenermi da atti di incontrollabile violenza.

Incontratici dunque a Dubai con il resto del gruppo, tipo “Ci si vede a Trastevere davanti al cinema Reale” ci sciroppavamo un altro par d’ore di Dubai-Teheran con arrivo alle ore 3,30 del mattino dopo. Al momento di scendere tutta la popolazione femminile occidentale estraeva veli, palandrane, mantellone e scialletti e se ne, persianamente, ammantava.

Come dite?? Che esiste un Roma-Teheran diretto che dura tipo solo quattro ore e mezza? Ah ma allora lo fate apposta.

Mbeh che ci avete fretta? Io ormai non posso rilasciare dichiarazione alcuna se non in presenza del Console e della badante. Quindi, cari miei, su sta storia che perché abbiamo viaggiato 24 ore quando ne bastavano 4 non mi avrete. Mai.

L'efficiente equipaggio Emirates, soprattutto le hostess, che ha consentito al Professor Pi l'impervia soluzione

Cicchetto

martedì, luglio 9th, 2013

Ma un Paese che nelle ultime quattro ore è stato appeso al titolo “Migranti, Cicchitto corregge il Papa” e per le successive tre si appresta a virare su “Gasparri: condivido totalmente il pensiero di Cicchitto” che futuro può avere?

Umbe’, basta co’i ball

martedì, marzo 29th, 2011

Dunque, ricapitoliamo:
Governo: centrodestra
Ministro dell’Interno: Roberto Maroni
Ministro per le Riforme Istituzionali: Umberto Bossi
Legge sull’immigrazione in vigore: Bossi-Fini

Allora, caro Umberto Bossi, se la soluzione per i disperati dei barconi è foera da’i ball, fallo: al governo, tesoro, al netto delle tue defaillance mnemoniche e cerebrali, ci sei tu.

Auguri anche a te, Daniel

giovedì, marzo 17th, 2011

E insomma, si, caro Daniel, noi oggi festeggiamo i 150 anni da quando ci siamo messi tutti insieme.
Chi è Daniel? E che non ve l’avevo presentato? Ma come, tutta quella sbrodolata sulla Dancalia e non vi avevo parlato di Daniel? Ossantocielo.

Daniel è stato uno degli angioletti custodi di quelle due settimane di iradiddio, il capoautisti, caposcorta, capodanno, capoesploratore. Quello che ci aiutava a uscire indenni dalla leggendaria ferocia degli Afar, per dirne una.

Daniel ha 29 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.
Quale viaggio, Daniel?
“Quello sul barcone”
Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
“Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia”
E allora?
“E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito”
E com’è che stai di nuovo qua?
“Eh, perchè mi hanno preso”
Ma dove?
“A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, essì che ci sono arrivato”
E poi?
“E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia”
Oggesù
“Allah”
Allà e aqquà, figliomio. E in Libia che è successo?
“Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia”
Mi dispiace molto
“Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io riparto, io arrivo, io resto”

Ecco si. E allora io ti aspetto.
E sai che c’è? Già che ci sei inizia a imparare l’inno, che quando arrivi almeno una cosa già te la trovi fatta. Che qui purtroppo, invece, c’è gente che esce quando si canta.
No, Daniel, non è perché sono stonati: è perché sono cialtroni. Che vuol dire cialtroni? Te li faccio conoscere quando arrivi, lo capirai subito che vuol dire.
Allora auguri anche a te, Daniel, futuro italiano.

Los Suns y Los Sbavaglios

mercoledì, maggio 26th, 2010

Lo so che magari voi del basket non ve ne impipate per nulla però questa non è una storia di basket ma una storia di civiltà e secondo me è una di quelle “tacco 12”, storie che ci aiutano ad alzarci, elevarci, soprassaltarci soprattutto rialzarci.
L’avevo letta qui giorni fa. Ve la ripropongo oggi che Nomfup ci regala il seguito.

Dunque sti giocatori di Phoenix, I Phoenix Suns, dei figaccioni mai visti, anzi Meri Pop li vide un matrimonio fa nell’America West Arena (che oggi manco si chiama più così), dicevo sti Phoenix Suns si sono straniti per bene quando il loro Governatore dell’Arizona ha firmato la legge sull’immigrazione che introduceva il reato di clandestinità. Vi ricorda qualcosa di familiare?

Dunque dicevo i figaccioni si sono straniti e che hanno fatto? Hanno giocato la gara 2 dei playoff Nba (cioè stiamo dicendo una cosa tipo la partita dei Mondiali, a Cempionlì, la semifinale di campionatodicalcio no pizzeffichi) nella ricorrenza del Cinco de mayo, cambiando la divisa e indossandone una con su scritto “Los Suns” in segno di solidarietà con i “latinos” dell’Arizona.

Ecco, no, pensavo: ma ce li vedete Materazzi o Balotelli con la maglia “A.S. Sbavaglios“?

P.S. Se per caso sabato siete a Bologna si va tutti allo Sbavaglio