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La silenziosa strage dei bottoni

venerdì, settembre 26th, 2014

Fra le sorprendenti scoperte della giornata c’è che io, oggi, non indosso neanche un bottone.

Dice Meripo’ non ci hai proprio un tubo da fare, eh? In realtà avevo aperto due mail, tre giornali, due video, Uozzappa e anche il socialcoso2 quando l’occhio mi è andato sull’articolo del giorno che secondo me è questo di Giacomo Papi su Il Post: “Quella mattina decisi di contarmi i bottoni”. Cioè sostanzialmente la storia di una specie di Gregor Samsa che invece di svegliarsi accorgendosi che è diventato uno scarafaggio si sveglia accorgendosi che indossa 33 bottoni. La metà rispetto ai 70 ritratti in una foto del 1947 addosso a un uomo dell’epoca.

“Una strage avvenuta nell’indifferenza generale”, chiosa lo sbigottito Botton Samsa. Come non bastasse “I bottoni reali sono dimezzati, ma le categorie (di lavoratori legati all’uso dei bottoni) sono 13 volte di meno”. Bottom Samsa parte da qui per dimostrare quanto sia cambiato il mondo della produzione, del lavoro e della necessità di fare riclassificazioni “larghe” delle categorie (“Tanto più l’interesse è definito, tanto meno persone riguarderà. Redattore, cronista, redattore, inviato, inviato speciale, reporter, corrispondente, informatore, giornalista… A rileggere la classificazione Istat 1971 sembra di vedere scribi, gazzettieri, frati amanuensi che sgomitano per una definizione, anche se sono morti da secoli).

A me invece è venuto in mente che uno dei “tesori” inestimabili di quando ero piccola era La Scatola Dei Bottoni Di Nonna Quintina: nonna era sarta, “sarta rifinita”, e in 70 anni di lavoro -che iniziò a 13 anni- aveva conservato tutti i bottoni avanzati e li aveva riposti in una scatola di latta. Da quelli dei cappotti Loden a quelli degli abiti da sera, da quelli di legno agli strass. La scatola, che si riempiva di anno in anno, era chiusa in un cassettone ma a volte nonna la tirava fuori e mi permetteva di aprirla e affondarci le mani dentro. Assicuro che il tuffo delle mani nei bottoni ha un potere catartico come poche cose hanno. Quando nonna è morta non ho fatto in tempo a recuperare la scatola prima che arrivasse lo svuota cantine. Ci penso ogni giorno, da circa vent’anni.

E dunque la silenziosa strage dei bottoni mi colpisce su tanti fronti. Perché, dopo la scatola taumaturgica, ora spariscono pure loro: i bottoni. Dice ma è il progresso, Meripo’. Io, per dire, oggi ho una lampo e un gancetto ai pantaloni e niente sulla maglia.

E’ un mondo che se ne è andato da un pezzo ma del quale sento il vero dolore della perdita solo oggi. Come è successo con la scatola. E con nonna. E come succede anche con le stelle. Che noi continuiamo a veder splendere in cielo. Ma molte di loro già non ci sono più da tempo. Però secondo me in questo c’è anche una bella notizia: quando guardiamo le stelle di notte, le vediamo come erano. Cioè le vediamo ancora. Anche se non ci sono più. Bello, no?

E voi quanti bottoni vi vedete addosso, oggi? E quanti ne avete veramente?

Suonalo ancora, San

mercoledì, luglio 3rd, 2013

C’è che “Christophe e Todd dovendo spostare il loro ufficio e dovendo sbarazzarsi di un pianoforte, lo hanno trascinato sulla collina che si trova alle spalle del quartiere”. State calmi, a San Francisco. Lasciandoci un foglio scritto a mano sopra: “Play me”.  “E così è stato. Alcuni pianisti hanno iniziato a suonare liberamente, sono arrivati anche altri musicisti e le persone, incuriosite, sono iniziate ad arrivare. Nella sera di venerdì erano già più di duecento, sedute sulle coperte e sul prato, con qualcuno che serviva del tè e qualcun altro che, per festeggiare il concerto improvvisato, ha lanciato dei fuochi d’artificio”. La storia la racconta Il Post. Che pubblica anche le foto. Prese dal blog Bernalwood (fatevi un regalo, cliccate sopra la parola arancione Bernalwood e guardatele). Foto che parlano, anzi suonano, da sole.

Piano sulla collina - foto Bernalwood-Post

Insomma c’è che ora le gente invece di stordirsi davanti a qualche Aipadio o televisore o schermo da solo a casa sua sale sulla collina e nella peggiore delle ipotesi si sdraia ad ascoltare, altrimenti suona, con la città ai propri piedi. Roba contagiosa. Che sta lievitando. Lì sulla collina. E’ così che ti viene da pensare – rispetto a tutti gli assessorati al Disagio, al Profondo Disagio, al Grandissimo Disagio nonché agli Stili di Vita e al Recupero dei Giovani- cosa succederebbe, per esempio, se insieme a predisporre l’immancabile forte Piano del Disagio si predisponesse, semplicemente, un Pianoforte.

Per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Dice -Meripo’ minimo se lo rubano
Non so, a me sembrerebbe un passo avanti persino questo: che si rubassero pianoforti.

‘Un ci se lo immagina’a miha nemmen noi di finì alla Leopolda

domenica, giugno 24th, 2012

Ovvia gente, avé’ visto che gl’è piaciuto tanto al Renzi sto blogghe che iccis’è applihato pe’ tutta la Leopolda?

Gli è che ‘l Renzi ha detto che «la domanda “ti candidi?” viene a noia anche a chi la fa. È una visione “marypoppinsiana” della politica. Dobbiamo superare il modello culturale Mary Poppins», perché «lo schiocco delle dita non riesce a nessuno”.

Oh, a di’ i’-vvero, ‘un ci se lo immagina’a miha nemmeno noi sta roba, ‘un ci s’era neanche figurato che si potesse finì alla Leopolda, nel mezzo di Fosbury e i Righeira, Veltroni, Obama e la Polaroid eh. Che sto blogghe gl’era nato come un gioho tra amici e nessuno si crede’a che finisse invece pe’ andà in giro pe’ kermesse di politici.
Noi vi si dice solo che s’è bell’e messo già via un bel po’ di messaggi d’incoraggiamento ricevuti. Quanto icchè la Mary Poppins ‘un serva alla politiha, prova’ela e poi vu-cci di’e. Eventualmente dopo icchè vu avete cantato Supercalifragili vu-cci di’è se serva più Meri o il Renzi alla politiha e chi ll’è più ribollita. (si scherza, eh)
 

 

(da Il Post)

 

Ok, mo’ basta guardare la moka: torniamo alla tazza. Del Wc

lunedì, novembre 7th, 2011

Non sono giornate per gente debole di cuore. Quindi mo’ smettiamola di guardare la moka. E torniamo a guardare la tazza. Del wc.

(da Il Post)

“Prego amici e conoscenti di sospendere telefonate e mail contenenti, da mesi, sempre la stessa domanda: ma quando cade, quand’è che si leva di torno? Perché questo mi costringe a ripetere sempre la stessa risposta: e come faccio a saperlo? Propongo di ribellarci a questa ossessione affidandoci alla famosa, più volte sperimentata e mai smentita legge della moka, secondo la quale se uno fissa la moka in attesa che il caffè salga, il caffè non sale. Mentre se uno si distrae e pensa ad altro, allora il caffè erompe con il suo allegro borbottio”.
(Michele Serra – L’Amaca 3 novembre 2011)