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Il Grande Freddo. Nel senso il film

mercoledì, febbraio 1st, 2012

Nell’assoluta impossibilità di dire qualcosa di originale riguardo al fatto che d’inverno, a meno che non si risieda all’Equatore, fa freddo e spesso nevica, ma allo stesso tempo non volendo far mancare un mio contributo al dibattito interplanetario che si sta comunque sviluppando sul tema, approfitterei della circostanza per informarvi del fatto che capitolai definitivamente con il mio attuale ex marito -che sarebbe il di allora moroso- il giorno in cui mi invitò a casa sua e dopo cena, seduti sul divano, si avvicinò con fare complice, avanzando di striscio, e una volta giuntomi quasi in braccio, sfiorandomi, sussurrò:
-Ora ti mostro una cosa, una cosa che non dimenticherai facilmente

Escluso si potesse trattare di una manifestazione inconsulta di machismo e spavalderia, nonché preludio ad atti di esibizionismo, la mia fiducia nella capacità del genere maschile di parlare per parafrasi trovava ulteriore conferma allorquando egli, infervorato più che mai, spegneva la luce contestualmente impugnando un telecomando, schiacciava play e sussurrava:
-Guarda, ascolta e goditelo tutto

Fu in quel momento che ascoltai per la prima volta “I Heard It Through The Grapevine”, mentre scorrevano i titoli di “The Big Chill”, “Il Grande Freddo”. E osservai quello che, a tutt’oggi, considero uno dei più begli inizi di sempre. Inizio di film. Ma pure di amore, eddai su. Poi finisce. Ma gli inizi sono belli.

Dunque che vi stavo a dì?
Ah si, che iniziava il film: I Heard It Through The Grapevine ci scaldava il cuore mentre scorrevano le immagini  del suicida del quale si intravedono solo i polsi (tagliati, nel senso del suicidio) durante la scena iniziale della “vestizione” del corpo. E per tutto il film solo quello vedremo di Alex: quel polso.

Ed è a quel punto che lui, seduto accanto a me, in salottino buio, atmosfera prima sera, videocassetta che andava, mi mette un braccio attorno al collo e si azzecca. Inizio a sentire il tepore del suo fiato sul collo, momento del effinalmenteeccheccavolocheso’mesichestiamoafamelina, lui -dicevo- finalmente lo fa.

Sì, mi mette una mano sulla gamba e mi dice:

-Lo sai di chi è quel polso? E’ di Kevin Kostner 

 

You Can’t Always Get What You Want. Ma a volte si

venerdì, ottobre 29th, 2010

E’ stato un periodo impegnativo. Dice ma ti sei fatta un mese di ferie. Si ma guarda dove stavo. E soprattutto a fare che.

E poi sono successe un sacco di cose. Ma tante, eh. Tante. Tantissime. Ecco, appunto.

E allora sono entrata nella stanza del Boss e gli ho detto: “Buongiorno”. E me ne sono riuscita.
Ma poi sono tornata un’ora dopo e gli ho detto:
“Buongiorno, boss, io ho bisogno di andarmene per un po’”.
Dice: dove?
Dico: non lo so. Ma ci vado lo stesso.
Dice: ma veramente…

Che non puoi avere sempre ciò che vuoi, dicevano, ma se manco provi a prendertelo è dura. 

E dunque dico: boss, io vado.
Dice: allora va bene.

E insomma tu ora mi stai leggendo ma io te l’ho scritto prima perché Meri Pop a quest’ora dovrebbe essere già per strada, direzione Umbria. Dove si è autoconvocata con uno sparuto gruppetto di pronte-pronti-a-tutto. Tipo Il Grande Freddo senza il morto ma col Grandissimo Freddo, che già fa solo 1 grado, lì. E con una scorta di viveri e legna per il camino. Fino a lunedì sera.

Che secondo me ogni tanto bisogna fermarsi un Pop, ecco. Ma da un’altra parte. E quindi andare.

Voi fate come se foste a casa vostra che infatti ve la siete già presa da un pezzo. Non fate schiamazzi e piano con l’alcol al Meri’s bar.