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L’estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda

venerdì, settembre 18th, 2015

Una volta chiesi a mio padre, munito di una invidiabile saggezza in testa e di alcuni bypass al cuore, cosa avesse provato la volta in cui finì in sala rianimazione. E lui rispose

-Meripo’, sai quanto voglia bene a voi. Ma in quel momento mi son passati davanti in un lampo tutti i bei posti che avevo visto viaggiando

Ora, vista la maratona alla quale vi ho sottoposti, mentre cerco una formula di congedo mi corre l’obbligo di confessare che anche stavolta io mica l’ho poi veramente capito macchiccaspita me lo faccia fare ogni volta. Ma probabilmente è quello che dice papà: mettere da parte cose ed emozioni da ripescare nella memoria all’occorrenza.

Quanto al fatto di come le si vada raccattando a giro per il mondo so solo che non vedo l’ora di decollare quando parto ma soprattutto non vedo l’ora di riatterrare quando torno. Il punto è che il mobbasta dura poco e piano piano si riaffaccia l’insano perquantoeffettivamente.

E’ chiaro che ci troviamo di fronte a un problema non geografico ma psichiatrico. E dunque che dire per chiudere l’avventura maora?

Nonostante il sabbatico che da alcuni anni mi sto prendendo nei confronti della fede, nel senso anche quella del credere oltre che di quella al dito, inizio seriamente a pensare che il padreterno, quando ha deciso di creare il mondo, sia partito dalla Nuova Zelanda e qui abbia concentrato il meglio di ciò che gli è venuto in mente. Poi nel prosieguo, in qualche circostanza, è altrettanto probabile che si sia rotto i cabasisi pure lui.

Ma qui, qui ha fatto con la natura ciò che Brunelleschi ha fatto con la Cupola di Santa Maria del Fiore e Michelangelo con la Sistina. Si sta ancora qui a chiederci come caspita abbiano fatto.

Un viaggio in Nuova Zelanda è un po’ un viaggio a matrioska: come farne dieci, uno dentro all’altro.

NZ dall'alto

Queenstown, skyline (Foto Meri Pop)

Sono un pezzo di Hawaii in Irlanda. Con accanto la Norvegia. E subito dopo le Ande. Come trasportare il Cervino sopra ai Grandi laghi americani o assemblare il Grand Canyon in mezzo al Pacifico.

E perché risparmiare sugli arcobaleni? Piazzatene un paio, anche doppi, ovunque, di quelli in cui si veda anche l’indaco. Poi prendete un po’ di zucchero a velo e spargetelo col colino intorno alle scogliere di Dover su quelli che per me ormai sono i monti del Pandoro e chissà se mai saprò come caspita si chiamino davvero.

Surfate, surfate pure alla HotWater beach hawaiiana ma con intorno cime di Lavaredo per centinaia di chilometri.

In tre settimane attraverserete otto paralleli e assaggerete parecchio del mondo, geyser e pozze sulfuree comprese (ricordando però che a Dallol, in Dancalia, dovete andare. Perché quello, davvero, non lo troverete manco qua).

Perderete la nozione spazio temporale (e te credo dopo una frullata di 48 ore di viaggio). E vi piacerà.

NZ Paola

Foto Paola Gallorini

Vi piacerà attraversare tre Continenti in uno e quattro stagioni in due giorni. E i Mohai nel mare. E Stonehenge nell’Oceano. Qui dove riescono a stare insieme la palma e l’abete.

Quindi, al netto di tutto ciò che vi ho fin qui raccontato e che dovrebbe scoraggiare qualsiasi persona sana di mente ad andarci, volevo dirvi, parafrasando Mark, che sì: la mia estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda.

E ora sipario e numeri:

5.085 km
1.000 litri di benzina
19 strade sbagliate
2 strade chiuse
4 strade interrotte
13.482 foto di Paola Gran Canon
18 ostelli
22 tipi di birre neozelandesi
8 tipi di vino tra australiani e neozelandi
3 siti importanti mai raggiunti (Milford Sound, Fly beach, Elephant rock)
1.800 metri di dislivello superati nei trekking
da +20 a -6 le temperature attraversate
3 ombrelli comprati
2 ombrelli rotti
1 pastora incazzata
6 foche avvistate
1 leone marino
3 pinguini. Questi:

NZ pinguini

Penguins (Foto Meri Pop)

 

P.S.
Grazie a Agostino, Bianca, Maci, Marina, Paola, Pietro, Roberta.

No rain, no rainbow

giovedì, settembre 17th, 2015

19 agosto

Che alla fine io parlo parlo ma poi Pi non l’ho mica lasciato in ostaggio al villaggio maoro. Perché NON HO TROVATO NESSUN VILLAGGIO MAORO, porcamiseria. Ma a questo punto della maratona zelandica, a due giorni dalla traversata di ritorno in Patria, resterebbero in lista un bel po’ di posti e di secchiate di neve e acqua delle quali mettervi a parte e tra le quali scegliere.

Fuggiti da Milford Sound come sapete, ci si appropinquava in quel di Invercargill (sentite che nome) con destinazione Bluff. Ora che si può fare secondo voi a Bluff? Si tarocca, appunto. Cioè quelli di Bluff dicono di essere il posto più a sud del sud prima del Polo. E ivi hanno eretto anche un bel cartello, sotto al quale Pi ed io non abbiamo resistito ad apporci anche noi per la foto di rito. Anche perché non c’era molto altro da fare, essendo il posto ideale per mangiare cozze verdi e ostriche ma essendo chiusi tutti i posti dove poterlo fare.

A quel punto Pi diceva che, VISTO CHE ABBIAMO PASSATO TUTTA LA MATTINA IN MACCHINA (nel caspita di Milford Sound, tanto per ricordarvelo), si poteva fare un bel trekking improvvisato di un’ora e mezzo intorno al costone, passando per una foresta umida come un acquario. Maci, avendo spaccato gli scarponi ed essendosi preparato ad andare a mangiare cozze verdi dunque coi piedi messi al massimo sotto il tavolino di un’osteria zelanda, se lo faceva coi mocassino. Ripeto: il trekking nella foresta col mocassino.

NZ Bluff

Taroccamento a Bluff (Foto professor Pi)

Senonché invece il posto del sud più a sud è un altro e sta a Slope Point. Ci arrivavamo il giorno dopo non senza aver prima attraversato un pascolo recintato e pieno di fango fresco modalità Papua Nuova Guinea-Irian Jaya. Solito vento a cento all’ora, gelido.

-Professor Pi ma non ci eravamo stati ieri, al punto più a sud??
-Meripo’, in realtà il punto è un elemento qualunque di uno spazio topologico. E in geometria è privo di una qualsiasi dimensione.

Ma certo, insistiamo ad andare a giro per il mondo con Fibonacci. E comunque non si sa com’è ma sto spazio topologico sta sempre in mezzo al fango e al gelo.

Però. Però ve lo devo dire. Quando ci siamo finalmente arrivati e mi son messa lì, tre metri sopra l’ibernazione a guardare quel vuoto a perdita d’occhio davanti, ho preso la manona del professor Pi, la mia col solito guantone “La zucca stregata” e gli ho chiesto

-Ma qui siamo proprio proprio sul ciglio della fine del mondo?
-Si Meripo’, siamo sull’ultimo pezzo di terra prima di quelle a ghiaccio perenne

NZ Meri South Pole

Meri Pole (Foto professor Pi)

Ora sarà che per la sindrome di Stoccolma una si sdilinquisce pure coi rapitori e figuriamoci con Pi nonostante tutto ciò che v’ho già detto, però lì di fronte a quell’azzurro perenne, io sì mi sono emozionata. E certo la pioggia, il gelo, le pecore, il pascolo, il fango, le impettate. Però. Però.

Nella mia precedente vita andai due volte alle Hawaii. Intendo la vita in cui si viaggiava ancora come gente sana di mente. E mi colpì un gadget diffuso ovunque che diceva “No rain, no rainbow”. Che tutto sommato è un po’ la Nuova Zelanda in estrema sintesi. Perché in quel momento lì, su quello sperone di roccia battuto dal vento, mi è sembrato che valesse la pena tutto. E soprattutto la rain. Che, va detto, ci ha regalato per tutto il viaggio dei rainbow che lèvati.

NZ doppio arcobaleno

Double rainbow (Foto professor Pi)

Ci sarebbe poi da dirvi anche di quando si andò al Waipapa Point e ci si incantò di fronte alla maestosità del mare, del faro e del leone marino (il leone marino è quello a destra, Fibonacci a sinistra).

NZ leoni marini

Leone marino (è quello a destra) – Foto Meri Pop

E ancora una volta il momento tòpico dello spazio topologico si accompagnava in  macchina con il sempresuonante Cd Pink Martini di Ago che in quel momento suggellava l’attimo con “Tuca Tuca”. E con questo direi che basta.

Non fate l’onda

mercoledì, ottobre 30th, 2013

Non so se avete visto il figaccione brasiliano che surfa un’onda di 24 metri. In piedi su una specie di Everest di acqua. E non so se avete visto proprio lui, il figaccione. Il quale, uscito vivo da cotanta impresa quando subito prima un’altra surfista ha rischiato di rimanerci secca, ha pure commentato “E’ stata fortuna. Non possiamo sapere quando arriverà l’onda”.

E’ stato però guardando il mozzafiato video che mi è tornata in mente una similare situazione. Similare nel senso che quella volta là io il video lo giravo e in acqua, alle Hawaii, c’era l’ex poveruomo. Il quale, vinta una causa, aveva girato l’assegno su un viaggio: IL viaggio. Hawaii. Storditi per giorni da bellezze di ogni tipo infine lui decideva di fare anche un corso di surf, con mio grandissimo gaudio: per l’istruttore. Al termine della settimana il poveruomo mi consegnava una videocamera dicendo

-Oggi mi porta a surfare in un posto “loro”. Mi raccomando, fai tu le riprese

I posti “loro”, cioè quelli dei local, sono una specie di Gruppo Bilderberg dei surfisti: inaccessibili ad altri. Dunque con tutta la sacralità del momento mi mettevo sulla riva e azionavo la telecamera. Davanti a me si stagliavano le immagini emozionanti di surfisti che danzavano tra le hawaiane onde, tra i quali spiccava il mio ex poveruomo. Con l’emozione del caso riuscivo a riprendere la sua performance da 10 e lode, a cavallo di una temibile onda locale. E dunque, una volta arrivati lui e l’istruttore a riva, gli correvo incontro con le braccia al collo ululando

-Sei stato bravissimo! Che stile e che performance

Ma è stato quando lui ha risposto con – Beh, peccato per quella caduta

che ho capito che il nostro matrimonio aveva le stagioni contate

Tentavo un balbettante – Ma quale caduta, caro???

prima di arrendermi all’evidenza: signori, avevo ripreso un altro.

Dunque ora conservo nella teca delle figure del cavolo anche il video impeccabile di un vattelappesca su una hawaiiana tavola da surf lì issato per venti minuti. Minuto per minuto.