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Stienne sti bbraccelle, ajutame a tirá

giovedì, aprile 10th, 2014

Napoli, lungomare, esterno giorno, in uno di quei giorni che Dio manda in terra per ridarti fiducia in tutto, al netto del surriscaldamento globale e delle scie chimiche. Grace trova un posto bello per fermarsi a mangiare, la giovane older trova nel Menù anche la sezione “senza glutine” e gioca il jolly ordinando Gnocchi alla sorrentina.

Prima di andar via la qui presente vecchiazzia aziona il Wc-map e va al bagno. Fila. Fila di donne naturalmente, che la vescica degli uomini sempre libera è uno dei grandi misteri dell’umanità fra i pochi rimasti irrisolti.

La giovane signora davanti a me freme, ogni tanto si affaccia fuori e fa cenni e sorrisi a nonsocchì. Fila lenta, lentissima. Lei freme, fremissima. Finalmente è il suo turno. Quando esce si affaccia e, dove faceva sorrisi, urla:

-Giuvà fa’ priest, nun mme fá spantecá

poi ci guarda e dice

-Scusatemi ma mo’ è ‘o turn da criatura

Si riaffaccia fuori e un signore entra con in braccio una ragazzina di, facciamo, otto anni abbarbicatagli al collo. La mette in braccio alla mamma ed entrano. Poi lei riesce

-Scusatemi ancora ma qualcuno mi può aiutare con la criatura?

Si offrono almeno in quattro, poi una signora dietro di me si stacca dalla fila ed entrano tutte e tre nel microscopico anfratto del bagno.

Mi costituisco a voi spontaneamente dicendo che io è dall’inizio di questa fila che stavo lamentandomi internamente del fatto che “ma è grande e ancora in braccio, e ancora accompagnata e ancora con l’aiuto” e insomma tutto il repertorio pedagogico che le childfree hanno normalmente la lucidità di osservare in queste circostanze.

Senonché dopo un po’ riescono tutte e tre, la Ottenne in mezzo a loro per qualche secondo per poi tornare in braccio alla mamma. Ed è allora che la signora, facendosi largo, ci guarda tutte sorridendo e dice

-Grazie a tutte signò: la criatura non cammina. E ogni volta che bisogna andare a un bagno pubblico è nu turment

Fuori, vedimo’, c’è lo stornellatore che canta ‘O Marenariello. “Méh, stienne sti bbraccelle, ajutame a tirá…”.  Qua. Che c’è chi ogni momento, tutti i giorni, tira’a rezza. Pure se non è marinaro.

T’illumino d’intenso

lunedì, novembre 18th, 2013

Ci sono stata. Ieri sera. E ne ho scritto anche qui.

E’ stato alla fine, dopo gli applausi, gli inchini e le ovazioni, quando la regista mi ha chiesto

-Allora, hai capito chi erano gli attori non vedenti?

che ho vacillato, elencandone quattro, due dei quali erano, invece, vedentissimi. Perché questo è “Condominio occidentale”: l’esperienza di un nuovo modo di “vedere”, una perdita totale dei punti di riferimento fin qui conosciuti, un’esperienza ad occhi aperti nella quale però si va a tentoni finché questa compagnia di sedici attori non vedenti, ipovedenti e normodotati -chiamati a “portare alla luce” le nuove povertà- ci illumina di intenso. E a vedere soprattutto “sentendo”. Neanche vi sto a dire che sono entrata in sala accompagnata da Jerry e dal suo bastone bianco e ovviamente dalle scale, nel teatro già semioscurato, stavo ruzzolando io. Jerry che, per la cronaca, conduce un programma radio che si chiama “Hasta la vista”.

E dunque “Condominio occidentale”, un campo per senza tetto, rifugio a cielo aperto di diseredati e sconfitti dalla vita, il dramma dietro l’angolo nel quale ognuno di noi potrebbe precipitare, dove “la povertà è organizzata, e organizzata bene”, perché “alla lunga stanca pure disperà”. In scena al teatro Vascello di Roma, anche stasera, “Condominio occidentale” è l’adattamento teatrale dall’omonimo romanzo di Paola Musa. Un’impresa titanica che porta la firma di Tiziana Sensi, un caterpillar di determinazione e tenacia, e la passione e professionalità della sua compagnia teatrale.

Un anno di lavoro per prepararlo, un’ora e mezza per esserne conquistati e un’emozione che ti accompagna e ti resta addosso ancor di più quando si chiude il sipario. Consapevole che, alla fine, l’unico modo per riuscire a vedere l’invisibile è farsi guidare da chi non vede ma sa guardare. La sfida era doppia: far incontrare il mondo della disabilità con quello dell’emergenza sociale. Le nuove povertà: soprattutto la paura che tutti -tutti- ci attanaglia, cioè quella di poter precipitare da un minuto all’altro dalle certezze alla precarietà e alla mancanza: del lavoro, di un tetto sulla testa, soprattutto della dignità. Anna che dorme in macchina insieme alla figlia è un’immagine praticamente indelebile. Ed è stato dunque a tarda sera, rientrando, che per la prima volta mi sono emozionata assistendo a quel piccolo miracolo che inconsapevolmente compio ogni sera: infilare una chiave nella serratura di casa.

Se stasera siete liberi andate. Andate a, finalmente, “vedere”.

A me gli occhi

venerdì, novembre 15th, 2013

Il faldone “gesti di sconsiderata ed auspicabile follia” si arricchisce di un nuovo capitolo:

al Teatro Vascello di Roma domenica e lunedì alle 21

andrà in scena una cosa che si chiama “Condominio occidentale”:

una compagnia di attori non vedenti che “porta alla luce gli invisibili del nostro tempo”. Vado. Ma non è che ci vada da sola eh: oltre alla mia amica Francesca, nota catalizzatrice di gesti di folle sconsideratezza, verranno anche spettatori non vedenti, dotati di una cuffia a onde radio attraverso la quale verranno descritte azioni, stati d’animo e paesaggi e  non udenti che potranno leggere le didascalie con i dialoghi e le indicazioni su suoni, rumori e sulla colonna sonora.

Tutta questa cosa porta la firma di una irrimediabilmente sconsiderata regista che si chiama Tiziana Sensi. Sconsideratevi tutti invitati.

Ci “rivediamo” lunedì. Per raccontarvi come è andata

Roma, Teatro Vascello
17-18 novembre 2013 – alle 21

Compagnia TeArca Onlus | Ri-diamo Onlus
Con l’Alta Medaglia del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
con il Patrocinio dell’U.I.C. Unione Italiana Ciechi

Marco

mercoledì, ottobre 6th, 2010

Marco ha 15 anni. Marco non vede, non parla, non sente. Marco non si muove. Marco sta in un letto. Marco va preso in braccio. Marco va girato ogni due ore. Marco c’è una terapista che va a casa ogni due giorni. Marco va accarezzato. Dice che lui sente. Ma io no. E non l’ho mai fatto.

Marco è una corsa in ospedale “ma dottore è troppo presto”. Marco è “signora purtroppo”. Marco è una corsa in elicottero e un atterraggio a Roma. Marco è un consulto frettoloso. Marco “signora, è vivo”.

Marco è alto quindici anni di accanimento. Marco non mollava. I medici nemmeno. Marco è una cartella clinica più grande della Treccani. Marco è una madre bellissima. Che non vediamo da quindici anni. Marco è una famiglia che si reinventa. Marco è amici imbarazzati. Marco è la domanda che nessuno fa.

Ma io si. Perchè Marco io non capisco perché. Marco io alla scienza non voglio dire grazie. Marco che vita è. Marco io secondo me non c’è. Marco me ne dimentico per mesi che forse c’è. Ma ora è tanto, tanto che non c’è.

Fino a un quarto d’ora fa. Quando un dlin dlin mi ha dato ragione di tre parole. Le parole che aspetto che qualcuno abbia il coraggio di dire da quindici anni: “Marco è morto”.

 Tre parole. E una fitta al cuore. Insieme a un dubbio. Che questo, si, mi sa che non muore più. Marco forse c’è stato. Sono io che non c’ero.

Diversamente amabile

lunedì, giugno 28th, 2010

La giovane older ha un’altra zia, oltre alla qui presente, che adora. E’ una zia speciale alla quale, mentre il corpo cresceva, la mente e il cuore restavano bambini. E anche oggi, che di anni ne ha quasi 60, resta l’adorabile ottenne di sempre.

La giovane older si divide allegramente fra tutte e due. Poi, un giorno, arriva la domanda che spesso adulti in cerca di improbabili classifiche non risparmiano quasi a nessun bambino.

-Ma tu a quale zia vuoi più bene?

E lei:

-Le amo uguale. Ma in modo diverso. Perchè zia Nicla ha bisogno di me. Di Meri Pop, invece, ho bisogno io.