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Su per calli fradici

giovedì, settembre 13th, 2012

21 agosto – Gunung Mulu Park&pork e traversata per il Camp Five    

La colazione è, se possibile, ancora più buona della cena. Nel piatto che Marià ci fa pervenire sul tavolaccio trovano infatti posto: fagioli, wurstel, uovo fritto, tre fette di pane tostato, burro, marmellata e miele a volontà. L’ideale dovendo apprestarci a una traversata in barchetta. D’altro canto avendo Marià assistito la sera prima a un’asportazione cibo dai piatti più consona a idrovore che a esseri umani, le porzioni della mattina lievitano. E spariscono alla stessa velocità della sera. Contestualmente e misteriosamente Filippo e il professor Pi esibiscono l’arretramento di un buco nella cintura: l’effetto Dukan provocato dalla Dusaun.    

Alle 8,20 inizia la prima scesa in acqua delle formazioni nelle piroghe malesi: gli Sven, che Marià chiama “The Family” tipo i Soprano’s, nella prima e via via gli altri rimanendo nell’ultima: il Professor Pi, Filippo, Meri Pop, Mariaterè e Anna, la stazza dei primi due (nonostante la Dusaun) da sola equivalente all’intero equipaggio degli Sven.    

La flotta (Foto Miss Nikon)

Iniziava nel migliore dei modi la navigazione fluviale sul caspita di Clearwater River e durava all’incirca 5 minuti. Nel migliore dei modi. Il tempo di rendersi conto che ha piovuto poco e l’acqua è bassa mentre il peso degli occupanti piroga è alto. Il dubbio diventava certificazione Iso 9001 al primo SCRATCH: arenati in mezzo al guado. Il prodiere ordinava:    

-Men down, girls up! Giù gli spingitori di piroghe malesi, ragazze a bordo
Ma ben presto ci si rendeva conto che dovevanò andà down e spingere pure le girls. Non ve lo voglio manco dire quante volte siamo scesi. Al punto che arrivavamo con un’ora di ritardo rispetto ai primi, gli Sven. Arrivavamo un’ora dopo e sostanzialmente inaugurando la disciplina del “rafting a piedi”. nel frattempo Filippo aveva praticamente perso sui sassi del fondo fiume tutta la pianta dei piedi e il professor Pi arrancava con acqua fino alla coscia motivo per il quale io sarei stata praticamente in immersione subacquea se la pietà umana di Filippo -che qui mi è graidto segnalare allìelenco benefattori dell’umanità- non avesse più volte graziato la qui presente con un
-Resta pure a bordo
Sostanzialmente la nobile versione del “salgaabordocazzo” trovava nella malese piroga la sublimazione, con ciò riabilitando la gloriosa, proverbiale, italica marinaresca tradizione.    

Se spigne time (Foto Miss Nikon)

Va poi detto che a ogni su e giù dalla piroga -scendere, spingere, farsi il mazzo a piedi e risalire all’oplà- non sempre il nostro malese Schettino, ufficiale in plancia, azzeccava la direzione sulla quale tentare il disincaglio, spesso chiedendoci di spingere “TO THE LEFT” così facendoci incagliare con qualche altro masso.    

E dunque lo sa solo Domineddio cosa sia stato snocciolato nei drammatici frangenti dalle riverite toscane e piemontesi bocche del professor Pi e di Filippo i quali, nei rari momenti nei quali non stavano a gambe in acqua, facevano da prodiere al malese guidatore con indicazioni del tipo:
-Più a sinistra, coglione
-Ma vai al centro, testadi sciocchino
-E tieni la destra, cazzo
-Che minchia giri, vai dritto    

Sostanzialmente pronti per guidare anche l’Amerigo Vespucci, i nostri infine venivano accolti con festeggiamenti all’arrivo finale. Il tutto, sia chiaro, inframezzato anche dalle soste con discesa a terra ove inerpicarsi su scale, passerelle e radici per visitare una serie di altre grotte che -per carità una meraviglia- ma dopo la terza pure mobbasta, eh. Infatti io a quel punto mi ammutinavo adottando la frase guida
-V’aspettoqquà
Gli altri eroicamente proseguivano recuperandomi alla fine del giro grotte “diamole per viste”.    

Grotta del vento (Foto Maria Teresa Menna)

Che siccome Mariaterè non se n’è persa una io le avevo detto:
-Le vedrò dalle foto
Che infatti eccone un’altra: 

Clearwater cave (Foto Maria Teresa Menna)

E allora, agilmente sbarcati dopo due ore di sto spingi e salta eravamo dunque pronti a balzare su uno sterrato ove, nel tempo record di minuti tre, tentavamo un’asciugatura piedi con infilamento calzino e scarpa trekking e, caricati gli zaini dacinquegiorniquattronotti da kg7, iniziavamo la traversata di km. 8 a piedi verso il famigerato Camp Five.   

  

Ci sono momenti nella vita nei quali, fortunatamente, non si hanno né la forza né il tempo di porsi i fondamentali interrogativi dell’esistenza e che Raymond Carver  maddechè Bruce Chatwin (grazie Daniè) riassunse nel magistrale libercolo “Che ci faccio qui”.    

Con temperatura percepita di 52 gradi, tasso di umidità 90% delle 14,20 ci si aggrappava a liane e radici per risalire dalla spiaggetta di sbarco al sentiero verso il Camp Five.   

Sbarcamento e issaggio time (Foto Miss Nikon)

 La riverita manona del Professor Pi sapientemente apposta sul riverito fondoschiena della vostra qui presente, imprimeva una sollecitazione dal basso verso l’alto determinante ai fini della riuscita dell’operazione di issaggio.    

Iniziava dunque a quel punto la traversata della giungla che ci avrebbe condotti a sto caspita di Camp Five dal quale saremmo poi ripartiti il 23 con un’altra scarpinata di km 12, non prima che una nutrita pattuglia dei nostri valorosi avesse scalato i temibili Pinnacles, psicodramma al quale dedicheremo un faldone a parte.    

Sta di fatto che fare Tarzan della giungla con un Victorinox sulle spalle che, per quanto alleggerito del deodorante Infasil e dell’acqua di gelsomino Erbolario, sempre pesante era e non è stata proprio manco per il cavolo una “passeggiata”.    

Verso il Camp Five (Foto Professor Pi)

Si tenga anche conto che, al netto dei chili di cui sopra, ogni spostamento doveva avvenire “con almeno due litri di acqua a testa”  La formazione Miss Nikon, Mariaterè, Geni senior, Professor Pi e Meri Pop si incamminava buonultima.    

Vi risparmio i dettagli di sti 8 km. Se non per dirvi che a un certo punto della forestal sudata, traversata, arrampicata e ad almeno due ore dalla partenza, Mariaterè, che di poco ci precedeva, tornava indietro affranta annunciando
-La volete una cattiva notizia?
La risposta essendo NO ma non tenendone ella conto e non vedo come avremmo potuto peraltro evitarcela, ella proprompeva:
-Forse abbiamo sbagliato sentiero perchè mancano ancora 6 km.    

Avendo fin lì incontrato inequivocabili paline segnaletiche secondo le quali di chilometri dovevano mancarne 2, prima di accasciarmi affranta sul malese tappeto di foglie, formiche, radici e tronchi della malese giungla esalavo un residuale:
-Iognaapossofa’. Mi arrendo. Lasciatemipureqquà
Il Professor Pi circumnavigava la palina dei km.6 e borbottando irripetibili imprecazioni in vernacolo toscano infine mi fissava nel momento in cui anche io, aggrappata alla palina sopralluogando sul luogo della fine speranza, alzavo la mobile palina dal terreno.
Egli la rivoltava e ivi vi trovava scritto Km.2    

Qualche maalimortè precedente doveva aver pensato a lungo a questo esilarante scherzo che, purtroppo, lo confesso, lì per lì, senza ossigenazione di cervello cioè meno del solito, avevo attribuito a
-Sveeeennn, se l’acchiappo lo offro in pasto ai tigrotti di Mompracem e de Liana Orfei pure
Sven risultava invece, a un successivo approfondimento alla Carlo Lucarelli paura eh, non solo innocente ma anche lui precedente vittima di stesso idiota.    

La Sara palina del Borneo (Foto Miss Nikon)

Persa di vista da svariati chilometri Lady Nikon, a caccia di altri imperdibili clicchi nella giungla, comunque informando che al nono giorno ella aveva già collezionato 3589 scatti, arrancavamo con i superstiti nella buia giungla (che alle 16 già non si vedeva più una cippalippa, inoltre essendosi pure coperto il cielo là fuori).    

Il miraggio appariva all’improvviso, sbucando dalla boscaglia. Aveva le sembianze di un capannone in legno e lamiera ed era avvolto di mistero. E di vespe. Tuonava. Il cielo. E pure il Professor Pi che ci urlava:
-Buttatevi al fiume con tutti i vestiti addosso sennò oggi facciamo da cenone noi a tutti gli insetti del Campfaaaiiivvv.    

Non credevo alle mie orecchie. Ma credevo ai miei occhi e, ormai circondata dal Quinto Reparto Aeromobile Vespe e Calabroni che si stava gettando su di noi al grido di Banzai, iniziavo a correre verso il fiume gelato ove mi buttavo da piccola discesa come Tosca da Castel Sant’Angelo.    

E beh è roba. Vi assicuro che adesso a me Salvateilsoldatoraian mi deve solo allaccià gli scarponi.    

Sedici residui umani di boscaglia appozzati tutti vestiti in un fiume del malese Borneo circondato da montagne, palme, piante e insetti carnivori, mentre iniziava a scendere una tropicale pioggia, è roba che resterà a lungo impressa nei nostri cuori, nella Carmencita di Miss Nikon nonché -immagino- nell’Albo d’oro del Camp Five.

Bat-cave, che Gotham City era Disneyland in confronto

mercoledì, settembre 12th, 2012

19 e 20 agosto

Dalla prima lettera del professor Pi alla ciurma: “La sera del 19 conviene preparare lo zainetto con il necessario per 5 giorni e 4 notti che trascorreremo al Gunung Mulu. Portarsi solo lo stretto necessario perché molte ore di trek saranno con lo zaino in spalla”. Quale crudeltà può spingere un uomo a scrivere una cosa del genere a una donna? Ed è da momenti come questi che si evince come il concetto di “stretto necessario” da uomo differisca ontologicamente nello stretto necessario da donna e stanno l’una all’altra come Margherita Hack al Mago Otelma. Due universi non comunicanti.

L’universo maschile, lo avete capito, ha infine prevalso sul femminile la sera del 19 agosto allorquando dovevo allestì sto zainetto (alle cui prove generali avevamo assistito in occasione dello zainetto per andare dagli Iban) per 5 giorni in 3 chili. Separatici nuovamente dal bagaglione si restava dunque co sti zainetti di Amudsen imbarcati su un volo Miri-Mulu ove atterravamo alle ore 15 del 20 e ivi presi in consegna da un panzer umano rispondente al nome di Marià, della tribù degli Iban: sostanzialmente l’anello di congiunzione tra Apocalypse Now e Salvate il soldato Ryan. Con st’anello ci dirigevamo nelle Deer and Lang’s cave.

Visto che robetta? Miri cave (Foto Chiara Paparelli)

Vi dovrebbe essere ormai chiaro che dietro ogni locuzione tipo “andavamo, ci dirigevamo, approdavamo, ci recavamo” si nasconde un percorso più o meno accidentato variabile fra i 2 e gli 8 km. a piedi. Qui 2 più svariati dentro alle grotte che, ve lo voglio far vedere, comunque meritavano anche di esservi calati col paranco (che infatti Chiaretta nostra che ha fatto le foto così di norma ci si cala, che issa speleloga pure iè:

Miri cave (Foto Chiara Paparelli)

Fra tutte queste meraviglie direi che forse vale la pena concentrarci sull’ultima, la Bat cave. Un antro spettrale e immenso, che potrebbe contenere tutto il Grande Raccordo Anulare insieme alla Tangenziale di Roma e la complanare di Bari, contiene invece 30 milioni di pipistrelli. Ve lo ripeto: TRENTA milioni di pipistrelli. Che mangiano 15 tonnellate di insetti al giorno. E evacuano di conseguenza, mi si scusi il riferimento ma ne ho ben d’onde. Di onde. Che se questi partecipassero alle Olimpiadi del guano non ce ne sarebbe per nessuno, proprio. Un’unica apertura in alto a un’entrata in basso fanno filtrare luce, aria, visitatori e cibo dei pipistrelli. Il resto è inquietudine. E piccole passerelle con corrimano di corda ai quali ci appoggiamo con entusiasmo per non fare surf sul guano finché Marià, nel briefing della curva guano n.7, chiosa:

-Ah e volevo dirvi: quando uscite di qui lavatevi bene le mani perché questa roba matrrone depositata sulle corde non è terra.

Al tramonto ci fa quindi appostare sotto a sto buco e, aspetta aspetta, a un certo punto inizia la più grande trasvolta di esseri alati che abbia mai visto.

Bat cave (Foto Professor Gotham Pi)

Milioni di pipistrelli neri com’esuli pensieri nel vespero migrar:
Chi abita a Roma e conosce gli stormi dell’Eur e di Prati sa di che parlo solo che qui vanno moltiplicati per millemila.
Infine, nella vana attesa di una Batmobile che ci riportasse finalmente con le gambe sotto a un tavolo, la forchetta in un piatto e la testa sopravvissuta ai dajacchi su un cuscino, ci si avviava a piedi verso questi miraggi. Che raggiungevamo alle 19,30 col favore della notte. E però anche questo Gunung Mulu qui ve lo devo confessare, che caspita di posto bello è. Si.

Marià è però molto preoccupata da quando è stato inserito nell’elenco del Patrimonio dell’umanità. Che di solito fanno carte false per entrarci, in questo elenco. E questi invece no. Dicono che “era un posto nostro, con l’arrivo dei turisti verrà tutto snaturato e distrutto”. E dunque un giorno tutto questo non sarà tuo: sarà finito.
Ecco.

La cena è, ovvio, scalzi, sul pavimento ad assi di legno. Ed è la più buona in assoluto fin qui: Riso, zucca, melanzane, pesce fritto, anguria e birretta Tiger fredda.

Ma la domanda, pure oggi e pure qui, è: ma quanta caspita di acqua può contenere un corpo umano, per quanto di tutto rispetto come il qui presente? E quando uno non sta nel Borneo a evaporare, tutta sta caspita d’acqua che da giorni fuoriesce indove cacchiarola va?