Posts Tagged ‘guerra’

Anche la storia bussa sempre due volte

giovedì, febbraio 26th, 2015

Dura cinque minuti e mostra la distruzione, in sostanza, della nostra infanzia passata sul sussidiario. E’ un video. Un video diffuso dall’Is nel quale per cinque interminabili minuti i miliziani si accaniscono con picconi, mazze e trapani sui reperti archeologici di Mosul, città irachena considerata l’antica Ninive.

E Ninive nella mia testolina di ottenne e novenne era abbinato a Mesopotamia e Assurbanipal, il re degli Assiri. Nomi che ci misi mesi a imparare e ricordare ma che ancora oggi son lì fermi e granitici, senza per altro aver mai capito chi caspita fossero e dove si trovassero né Assurbanipal e né gli Assiri, possedendo all’epoca un’autonomia geografica compresa fra casa mia, il Grande Raccordo Anulare e al massimo l’A24 per andare dai nonni.

Cinque minuti di mazzate contro migliaia di anni di cultura. Non avevo mai visto la storia presa a martellate così bene e così in diretta. Ma il momento surreale, in cui il dramma è sfociato nel grottesco, è stato quello in cui uno di questi figuri acchiappa un trapano elettrico e inizia ad accanirsi sul fianco di una millenaria statua come fosse stato il ripiano della libreria Billy da imbullonare. Lì il cuore squaccherato ha dovuto cedere il posto per un attimo allo strabuzzo d’occhi e all’incredulo sorriso amaro del “ma che davero?”.

Sì purtroppo, davvero. Davvero “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. (Karl Marx). E qui siamo anche oltre la farsa. Senza sapere quale baratro ci attende subito dopo.

Così vicini, così lontani

martedì, febbraio 11th, 2014

Arriva il giorno in cui anche le porte di un blog leggero e un po’ cazzaro vengono sfondate e travolte da altro. Quindi ricevo e, senza aggiungere una parola, pubblico e affido a tutti noi.

Cara Meri

da 10 anni ho una “amica di penna”. In dieci anni la mia vita ha avuto veloci trasformazioni che hanno reso complicato e difficile anche la sola corrispondenza. Entrambi ci siamo sposati e avuto figli. La sua vita matrimoniale prosegue anche in mezzo alle tempeste, la mia è naufragata da tempo.

V. è bosniaca. Vive in una città a “pochi” chilometri da Pescara o Ancora – basta attraversare l’Adriatico -, una città conosciuta da pochi e non da tutti. Così vicina e così lontana da noi.

Mostar è nota per il ponte distrutto e ricostruito, simbolo di una guerra senza senso, tra le più cruente e sanguinose degli ultimi anni.
La faccio breve altrimenti ti annoio. Io e lei, due culture diverse, due pensieri diversi. Inutile aggiungere che nella testa della maggior parte degli italiani gli slavi sono zingari e le loro donne “di facili costumi”. Dall’altra parte del mare, invece c’è una strana considerazione degli italiani, una sorta di ricchi smidollati, tanto invidiati e tanto sopravvalutati.

Nonostante la quasi indifferenza generale, in questi giorni la Bosnia è di nuovo sulle pagine di cronaca. Rivolte, assedi ai palazzi istituzionali, violenze e disordini in piazza contro la corruzione politica e, soprattutto la miseria. Oltre la metà dei bosniaci è senza lavoro, il reddito medio è di 400 euro al mese ma sono dati falsi perché tengono conto anche dei pochi ricchi che alzano i valori. Alcuni operai non raggiungono i 100 euro al mese.

V. ha due bimbi e ora sta chiusa in casa sperando che l’incubo passi. Un incubo vero reale. Lei e la madre tra il 1992-95 erano costrette come la gran parte delle donne bosniache a vivere barricate in casa con tutti i soldi e gioielli nascosti sotto la biancheria intima. Una parvenza di speranza! Quando i soldati o i rivoltosi razzolavano le case lo stupro era sicuro, la sopravvivenza dipendeva dalla quantità di soldi nelle mutande o dalla qualità degli ori.
Ora V. ha paura, molte cose si stanno ripetendo quasi con le stesse modalità.

Questo è quanto mi ha scritto ieri e che affido a te e al cuore di tutti noi:

“Per la prima volta dopo tanti anni, sento grande distanza tra noi. Io sono di Mostar, quella città che probabilmente avrai sentito ancora tra le notizie di cronaca.
Io sono di Mostar, tu no.
Sono rimasta davanti al computer per quasi 24 ore, lasciato aperto Facebook per ogni evenienza (…). Sono terrorizzata. Sono orgogliosa di essere di Mostar. Sono inquieta. Ho paura di uscire da casa. Ho passato gli ultimi giorni a leggere notizie, su internet, in Tv, sui giornali. Sto provando a chiamare i miei genitori e i miei parenti tutto il giorno per sapere se stanno bene. E ogni volta sembra infinito il tempo prima di avere una semplice risposta “hello”.
I pensieri mi ruotano in testa vorticosi. La memoria di quanto accaduto è ancora troppo nitida. E’ un marchio nella testa. E tu dove sei? Perché non capisci cosa succede? Io ho bisogno di una voce dall’altra parte del muro. Invece non ci sei, come non ci sei mai stato, come sempre.
Sì sembra che ci sia una nuova guerra in preparazione e io sono completamente paralizzata. L’unica cosa che mi rende attiva è pensare ai miei bimbi ed essere pronta a prendere il necessario per fuggire.
Io sono di Mostar.
Noi potremmo amarci per altri milioni di anni, ma noi non saremmo mai vicini, così vicini. Tu questo non lo capirai mai. Tu non sei di Mostar. Sfortunatamente”.

Andrea

Da "Venuto al mondo" con Penelope Cruz ed Emile Hirsch

L’olio di Giovannina

giovedì, ottobre 31st, 2013

Avvicinandoci alla ricorrenza dei Santi e dei morti, che son troppo datata per apprezzare Allouin, mi piace dedicare un post, per riassumerli entrambi, a nonna Giovannina. Che è morta. Ma credo che se da qualche parte esiste un tribunale del cielo, dopo averne passate tante sulla terra, avrà passato anche le selezioni della Santità.

Nonna Giovannina era la nonna di mia madre, cioè la mia bisnonna. Per farla breve mia madre è stata profuga di guerra, la seconda, mondiale. E deve la vita a parecchi Santi protettori nonché a sua nonna. Un donnone in grado di essere tosto e tenero a seconda delle necessità.

Ora c’è che qualche giorno fa il mio amico Alessio ha messo sul socialcoso la foto di una antica lampada. L’immagine ha fatto venir fuori, come fosse quella di Aladino, anche tanti ricordi. Tra i quali quelli di mia madre. Uno gliel’ha scritto proprio sulla bacheca, ad Alessio (Alè, hai capito, mo’? E’ mia madre…) Madre che giusto ieri sera, ricordandomi della foto di Alessio, mi ha raccontato di quando, in piena furia nazista nella Valle del Sangro, cioé la zona nella quale scappavano lei con la sua famiglia, rifugiatesi in un fondaco (specie di garage), mangiavano patate cotte sotto la cenere e, per illuminare la tristezza delle serate, tentavano di rimediare un po’ d’olio per una lampada. Alla luce della quale sua madre leggeva a lei e ai suoi fratelli I promessi sposi.

Nel frattempo erano arrivati anche gli americani ma perdurava la scarsità di tutto. A un certo punto, a metà delle vicissitudini di Renzo e Lucia e sul finire delle loro,  finì anche l’olio. Nonna Giovannina a quel punto pensò di andare dagli americani a chiedere… i fondi dei barattoli della margarina, pure quella irrancidita.

-Nonna ma che ci devi fare con la margarina rancida?

-Ora vedrai – rispose

Fece bollire un po’ di acqua, ci mise a sciogliere tutti gli avanzi di margarina racimolati e li versò nella lampada. Per evitare che quell’olio si raffreddasse e si conolidasse teneva la lampada continuamente a scaldarsi sul treppiede posto sui carboni. E fu così possibile riuscire a finire i Promessi Sposi.

Ieri sera parlandone con mia madre al telefono a un certo punto lei si è interrotta. Ha preso fiato. Poi mi ha detto:

-Sono passati settant’anni. A rievocarlo oggi mi sembra un racconto irreale, quasi come se non mi riguardasse più, come fosse la storia di un’altra. Chissà come mai

Non lo so, mamma. Però forse è arrivata l’ora della legittima difesa. E sarebbe pure ora.

Grazie ad Alessio Dell'Arciprete

E adesso ci vuole una bella canzone. Di guerra e di amore. Questa

Via con l’Avvento/We have a dream

giovedì, dicembre 13th, 2012

Era L’autunno 1943. Moltissimi giovani americani erano in guerra, lontano da casa, e le loro famiglie non solo non sapevano se sarebbero tornati per Natale, ma proprio non sapevano se sarebbero tornati e molti purtroppo non tornarono.

Nell’autunno di quell’anno uscì una bellissima canzone, una lettera di un soldato che scriveva alla famiglia di preparare la neve, il vischio e i doni sotto l’albero, perché lui sarebbe certamente tornato a casa, anche se solo nei suoi sogni.

Ecco, allora non c’era skype e internet e viber e i blog e neanche i telefoni ma solo le lettere che arrivavano quando arrivavano, ed il telegramma che annunciava una brutta notizia arrivava sempre prima di loro. Per cui adesso ci lamentiamo perché c’è la guerra dello spread, dei mercati e delle borse, e magari ci arrabbiamo pure perché qualcuno rimane bloccato in aeroporto per colpa della nebbia o in stazione dallo sciopero dei treni. Però, magari in ritardo, magari solo per il pranzo di Santo Stefano alla fine il nostro caro arriva, e per questo penso che dobbiamo essere comunque molto felici.

E anche se non arriva, magari perché è partito e non torna più, è bello farlo tornare per Natale, anche solo nei nostri sogni.

Perché senza sogni, che Natale è?

Ramerrez

I’ll be home for Christmas
You can count on me
Please have snow and mistletoe
And presents on the tree

Christmas Eve will find me
Where the lovelight gleams
I’ll be home for Christmas
If only in my dreams

Ma Liberaci dal male

lunedì, aprile 25th, 2011

 Io nel 1945, nonostante le apparenze possano far sospettare il contrario, non c’ero. Ma mia madre si. Aveva dodici anni. Ma non aveva più una casa, una famiglia, un’infanzia: gliel’avevano portate via già da due anni.

Tu te ne stai lì a suonare il pianoforte nella tua bella casa in cima ai monti di uno sperduto paese del Molise, che ci hai dieci anni e non lo sai ma hai la sfiga di abitare vicino al Sangro, e a un certo punto il mondo ti si rivolta contro, parlando una lingua che non hai sentito mai, piena di consonanti senza manco una vocale.

I tedeschi, in verità, entrarono a casa sua in punta di piedi. Forse, addirittura, bussarono. Poi, in pochi mesi, diedero fuoco al pianoforte, alla casa, al paese e a tutto il circondario. Prima, però, si premurarono di devastare tutto, cacciando e disperdendo persone e famiglie.

Scappò, a novembre, con un paio di zoccoli e sua nonna, mangiando pane secco ammollato con l’acqua per mesi: si è fatta decine di chilometri a piedi nella neve tra i campi minati e ha visto cose che noi umani è meglio che non ve le racconto.

Ecco, adesso se volete andarle a spiegare che oggi è Pasquetta fate pure. Però vi avverto: ha 78 anni ma – nonostante non abbia mai più imparato a suonare il pianoforte, riempia dispense come dovesse sfamare un reggimento e ancora abbia paura quando vede fuochi, tuoni e lampi – ha sempre la forza di un leone e la memoria di un elefante. Vi sconsiglio vivamente, quindi, di mettervi sulla traiettoria delle sue mazzate.

E oggi, per noi, è il 25 aprile: la Festa della Liberazione.