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Giù il cappello

venerdì, settembre 2nd, 2016

Galapagos 2

Dopo la frullata di 3+15 ore di aereo, preso nelle condizioni che sapete, si atterrava in quel di Guayaquil ove ne seguiva un’altra notturna, di frullata, per la passeggiata al Malecon. Che mica dopo 24 ore di viaggio vuoi andare a perder tempo a dormire, mi auguro, no? Io avevo solo detto

-Scendo un attimo a prendere l’acqua

ma purtroppo a quellollà non puoi offrì un bicchiere che se toma todo l’acquedotto e quindi rilanciava con

-Ottimo. Ma già che ci siamo andiamo a fare pure due passi, che siamo stati tanto seduti

La sòla del “già che ci siamo” è sottovalutata. A ogni latitudine. E dunque i dieciseis partecipantes al viaje se avviavan su sto Malecon avanti e indietro come fossimo sul pontile di Ostia dopo na giornata di biretta sul bagnasciuga.

Naturalmente dopo poche ore ci aspettava l’alzataccia per vedere il “parco delle iguane”. Mi preparavo a un trasferimento pulminico de un par de horas verso una sorta di pre-Galapagos. Caricavamo quindi todos los bagaglios sul potente mezzo e già mi apprestavo a salire quando Pi, tiratami per las magliettas, diceva

-Meripo’ dove vai?

-Al parco de las iguanas, no?

-Sì ma ci andiamo a piedi

E dunque lì, proprio accanto all’alberguccio, svoltavamo l’angolo e arrivavamo tipo al parchetto dei pensionati comprensivo di panchine. Che questi ecuadoriani hanno iguane ai giardinetti come noi gli storni sul Lungotevere.

Ecuador iguana Ema

Me ne sctoqquà, toma toma – Foto Ema

Ma le iguane cacano guanano meno. Ma fanno centro lo stesso. Per cui a un certo punto el malcapitato Francesco si ritrovava con una iguanica deiezione en la cabeza. Circostanza utilissima per i racconti a casa.

-Oh Francè allora siete arrivati, come va?

-Bene grazie, oggi mi ha cagato in testa un’iguana

Dopo la concimazione della radura di Francesco ci si dirigeva tosti in quel di Cuenca. Patrimonio mondiale dell’Umanità. E Capitale mondiale del cosiddetto cappello Panama, che di Panama non è manco peggnente essendo ecuadoriano e mo’ vi racconto, proclamato pure lui nel 2012 “Patrimonio immateriale dell’Umanità”.

E qui, signori, giù il cappello. Giù il cappello nel laboratorio di Homero Ortega di fronte alle intrecciatrici di “paglia toquilla”, strisce filiformi ricavate dalla palma nana. Arte antica, complessa, laboriosa, che parla di mani prevalentemente di donne che con sapienza e pazienza intrecciano fili sottili per ore, settimane, mesi. Che per fare un sombrero di questi ci possono volere da quattro ore a sei mesi: ripeto sei mesi per un cappello.

Ecuador1

Laboratorio de Homero Ortega, señora que teje – Foto Meri Pop

E più son fini le fibre, più tempo occorre, più complesso è l’intreccio e stupefacente il risultato. E naturalmente alto il prezzo.

Il processo di intreccio,

Ecuador2

Foto Meri Pop

controllatura,

Ecuador3

Controlliamo la lunghezza – Foto Meri Pop

sbiancatura, ammollo, formatura,

Ecuador4

Foto Meri Pop

cucitura,

Ecuador5

Cucitura – Foto Meri Pop

e affini è muy lungo e la storia muy complessa.

Usato dai Conquistadores che lo videro addosso agli indigeni, poi dagli spagnoli e dai cercatori d’oro che andavano in California passando da Panama deve però la sua fama al fatto che se lo mise in capo Theodore Roosevelt nel 1906 quando andò ad inaugurare il canale a Panama e fu allora che l’Ecuador ne perse il nome e  il “jipijapa” diventò il “Panama”.

Da allora la storia delle teste glamour è costellata di questi piccoli capolavori e dunque jipijapa indossarono Ernest Hemingway, Winston Churchill, Nikita Khrushchev, Harry Truman, Paul Newman, Humphrey Bogart, Richard Nixon, Jaqueline Kennedy, Lady Di, Mick Jagger, Sean Connery, Judi Dench, Madonna,  e jipijapa è pure il cappello che Vivian-Julia Roberts indossa alla corsa dei cavalli in Pretty Woman.

Potevamo forse resistere alla tentazione di aggiungere pure le nostre cabeze alla patrimonial mondiale galleria? Il professor Pi faticando a trovarne una XXXL infine decideva per un tradizionale (come Churchill), a me lasciandone la versione OhFiorentina (lilla con striscia viola).

-Meripo’ scusa ma un’intera puntata su un cappello?

No, bellimiei, l’Homero Ortega non è un cappello: è un’opera d’arte da poner en la cabeza, come mettersi un Colosseo, un Moma. Ma più leggero. E soprattutto, a differenza del Moma e del Colosseo, ripara dalle cagate di iguana.