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Le spille di Anna

venerdì, giugno 10th, 2016

Per una serie di motivi che ancora non ho capito neanche io come ho fatto, ieri sera mi sono ritrovata insieme a Grace dentro al bunker di Bulgari. Sì quello. La convocazione era stata irrifiutabile, una cosa tipo

-Meripo’ stasera Bulgari apre i forzieri, mi accompagni?

L’Arsenio Lupin che è in me scaldava i motori e si presentava insieme a Grace e alla quippresente al portone di quello che, di fatto, è diventato il simbolo di tutto ciò che non ci si può permettere e che, per questo, ci irresistibilmente attira. E no, in (omissis) anni io da Bulgari non ero mai entrata in vita mia. Pensavo che sti forzieri stessero in un bunker sotterraneo e invece, lasciati i saloni di vendita del piano terra, ci accompagnavano nel salotto, detta Domus, del primo piano dove alloggia un vero e proprio museo delle meraviglie. Bulgari, che è italiana ma dal 2012 è stata acquistata dal gruppo di Luìuittòn, sta da qualche tempo riacquistando, da privati e collezionisti, suoi pezzi storici disseminati sull’orbe terracqueo (e anzi se vi sovvien che forse nonnavostra aveva un regalo di nonnovostro e ravanate in qualche cassetta di sicurezza effettivamente trovandolo, sappiate che vi aspetta la signora Caterina per verificarne autenticità e iniziare una trattativa).

E così, dopo un’agevole rampa di scale, approdata al salotto, anzi alla Domus, ci si spalancava davanti uno spettacolo che, per quanto mi riguarda ha pochi precedenti. Potrei citare il museo di Teheran con i gioielli dello Scià e di Farah Diba così come Grace evocava i gioielli di Betty d’Inghilterra nella torre di Londra. Ma il punto è che questi, di capolavori, parlano la nostra lingua. Sanno di genio e di raffinatezza italiane. Trasmettono glamour sì ma soprattutto cultura, la nostra. E Roma. I suoi colori, le sue atmosfere, le sue epoche, il suo Borromini, il suo Bernini, quel panorama che, diceva Caterina, a vederlo dal Gianicolo ai propri piedi, con tutte quelle cupole di Chiese, sembra proprio una distesa di cabochon.

Ma una cosa, soprattutto, ho pensato mentre Caterina, l’Alberto Angela della situazione, spiegava con una contagiosissima passione la storia di quella spianata di diamanti, rubini, smeraldi e ognibendiddio assemblati con fili d’oro tenuti insieme come fossero pennelli del Botticelli: che ogni oggetto prezioso ha dietro una storia d’amore. Di chi lo crea, di chi lo compra, di chi lo regala. E’ vero che alle pareti troneggiavano le foto di Liz e Richard Burton e Grace Kelly ma è anche vero che la storia che mi ha colpita di più è stata quella delle spille di Anna.

Magnani spilla Bulgari

Anna Magnani. Di queste spille:

Spille Anna Magnani

Le spille di Anna Magnani – Foto Grace

 

Anna Magnani, ci ha detto Caterina, veniva da sola, in negozio. Aveva una personalità così forte che non aveva bisogno di nessun uomo ma neanche di un’amica, che l’accompagnasse, che la rassicurasse, che le dicesse “quanto ti sta bene”. Anna Magnani, a dispetto dei grandi dolori che hanno costellato la sua vita o forse proprio per questo, aveva tutto, e tutti, in sé.

E dunque sì, i gioielli sono oggetti d’arte e di amore. In qualificati casi dell’amore più difficile: l’amore per sé.

La sindrome del martello

mercoledì, maggio 6th, 2015

Insomma è successo che ieri sera, mentre mi recavo solinga al Bea cafè alla serata L’amore ai tempi di Meri Pop, a ridosso di una rivendicazione sindacale telefonica al Professor Pi (bloccato, mi spiegava, dal quantismo fisico nel Granducato, e giustificatamente visto che ci vive e ci si guadagna da vivere) a base di
-Eccoperò-quandocisonoquesteseratetunoncipuoimaiessere
epperò-tiavevochiesto-uncollegamentoSkype-emmancoquello

dicevo approdata solinga al Bea cafè, predisponevamo con il paziente Andrea foto e filmati pensati all’uopo, ecco che alle mie spalle nella bellissima sala si sentiva truonare un vocione

-Ahmmaquindistaigiàqquà

Era il Professor Pi. Piombato a sorpresa. Dopo avermi perculata anche telefonicamente un’ora prima, lui già sul treno, “Si, anche nel Granducato è estate”.

Ed è stato allora, mentre affluiva il copioso pubblico -insieme a Grace e Simonetta Sciandi da me cooptate per aggiungere nuovi significati al tema “cuorinfranti alla riscossa”- che mi è tornata in mente una storiella tratta da uno dei primi libri regalatimi da Pi, il mai troppo esplorato tomo
“Istruzioni per rendersi infelici” del professor Paul Watzlawich

Tratta del meccanismo della pippa mentale, quel virus che di noi si impossessa un attimo dopo aver sentito confermata la felicità giustappunto per negarla e potersi finalmente dedicarsi in santa pace a una sana sofferenza.

La storia è questa:

“Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo ma non il martello. Il vicino ne ha uno e decide di andare da lui a farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo vuole prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta ma forse la fretta era solo un pretesto e ce  l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla. E’ lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile IO glielo darei subito. E perché lui no? Gente così rovina l’esistenza degli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita di là, suona, il vicino gli apre e, prima ancora che questo abbia il tempo di dirgli Buon giorno, gli grida
– SI TENGA PURE IL SUO MARTELLO, VILLANO!”.

e, chiosa il professor P W. (Paul Watzlawick):

“non c’è quasi nulla di meglio, nella creazione dell’infelicità, che il mettere l’inconsapevole partner di fronte all’ultimo anello di una complicata e lunga catena immaginaria nella quale egli svolge un ruolo decisivo e negativo. Il suo sconcerto, il suo sgomento, il suo asserito non comprendere, la sua indignazione, il suo voler discolparsi, sono la prova inconfutabile che avete ragione, che avete accordato la vostra benevolenza a chi non lo meritava e che ancora una volta si è abusato della vostra bontà”.

Ecco, pippologhe di tutto il mondo, vi suona familiare?

Per il resto la serata è stata veramente stichespiralidosa. E, come spesso capita e come riassunse una mia estimatrice sul socialcoso
-Meripo’ tu sei veramente brava, eh, scrivi benissimo e sei pure simpatica, niente da dire. Però la parte che preferisco dei post so’ i commenti

Dunque anche ieri la parte figassai era tuttintorno. Ma di questa riparleremo.

Ora fatemi andare dal vicino che gliene devo cantare quattro.

M’illumino d’intenso

venerdì, marzo 27th, 2015

Prima che Papa Francesco la aprisse ai clochard, Grace una settimana fa la aprì anche a me.

In una convocazione dell’ultimo minuto (-Mi piovve un biglietto in più per i Vespri di stasera nella Cappella Sistina, prendi un taxi e vola) mi fece precipitare alla Porta di Bronzo (che dopo una settimana in cui di norma prevalgono le facce, anche appressarsi al portone -di bronzo- è un salto di qualità imperdibile). Non prima di esserci scolate un Crodino e una Coca light dissertando del mondo emerso.

Dunque, radunate anche Mercie e Clà, ci appressavamo oltre le colonne di San Pietro e ci disponevamo in una variegata coda di ordini monastici e turisti nei quali risaltavano gli occhi scintillanti di Grace e la bella sciarpa viola quaresimale mia regalata da Shylock.

Nella Cappella Sistina ci ero stata non molto tempo fa, accompagnando degli amici piovuti dal cielo, nel senso arrivati in aereo da lontano, e pensavo di essermi emozionata già abbastanza allora, rivedendola per la prima volta dopo il restauro. E ho ostentato una certa qual familiarità con lo spettacolare luogo di fronte alle mie compartecipanti.

Ma quando ci siamo assise sulle poltroncine, si sono abbassate un po’ le luci e la Schola cantorum ha iniziato a cantare i Vespri e beh ecco io io ecco ehm. Mi son mancate le parole e financo i pensieri. Un po’ atmosfera Il nome della rosa, un po’ Piero Angela un po’, anche se sei quell’incallito miscredente, il dubbio -verso la fine anche un barlume di certezza- ti assale.

Che davvero lì dentro senti -e in quel caso ascolti- cosa sia il divino.

Come ciò non bastasse, quasi tutti oscillando a testa in su verso la Creazione di Adamo e verso l’appollaiamento a metà della schola cantorum e verso il basso dall’istoriato pavimento nonché l’organista, a un certo punto Grace, che mi era incantatamente seduta accanto, mi ha preso per un po’ la mano. Non vorrei sdilinquirmi troppo perché sennò quella mi riempie di mazzate. Però, però io a quel punto mi sono sentita davvero come Adamo:

Dubitando che quel tocco potesse essere -e già era tantissimo- solo quello della mia amica (ok, Grace, mobbasta).

Insomma tutto questo per dirvi che era stata Mercie a rimediare questi foglietti verdi di invito ai Vespri nella Sistina (ci vorrebbe un instant book per spiegarvi come li avesse avuti però vi dico che Mercie è argentina, capisciammè). E che certamente, per la teoria dei sei gradi di separazione, quel foglietto verde esiste per tutti. Cercate di scalare i gradi. Scalate i gradi e regalatevi un momento così. Anche, e soprattutto, se non ci credete. Credetemi. Fatevi raggiungere da quel tocco. Anche, e soprattutto, se finora il massimo del tocco che ci è capitato in sorte è stato quello di E.T.

Scusate se resisto

lunedì, novembre 24th, 2014

Quando ho visto Paola Cortellesi annunciare ai colleghi inglesi del grande studio di architettura made in London “Beh io torno in Italia” ci ho rivisto Grace. Stesso sconcerto dei colleghi inglesi, stessa nostalgia sua.

Quando la Cortellesi l’ho vista spacciarsi per l’architetto Bruno Serena, rinunciando ad essere Serena Bruno per poter presentare un piano di risanamento architettonico di Corviale, Roma, ho pensato a Shylock, che per altro avevo seduta accanto.

Quando ho visto vomitare di nascosto una delle architette nel megastudio romano, ho pensato a tutte quelle che ancora devono firmare dimissioni in bianco e assicurare che No, non tengo e non terrò mai famiglia.

E quando ho visto Lunetta Savino sacrificare la sua vita per vivere all’ombra del suo capo, essendo lei la vera mente e suggeritrice delle strategie urbanistiche, ma relegata ufficialmente a portargli caffè e distribuire bottigliette d’acqua alle riunioni, ho visto e rivisto una schiera di silenziose ancelle ombra che passano la vita a rendere celebri altri, a coprire le loro cazzate, a intestarsi i loro fallimenti.

E’ un film da ridere. Ed è un film da piangere. Soprattutto non è un film: c’è tanta verità. Vera è Serena Bruno alias Bruno Serena, nata “ad Anversa, no non quella del Belgio, quella degli Abruzzi”, capofila di tutti quei cervelli e cervellesse in fuga dal Bel Paese per arricchire di soldi e intelligenza il mondo salvo poi follemente decidere di tornare  in Italia arrabbattandosi alla meno peggio. Vero è il progetto di Chilometro verde

la riqualificazione di Corviale approvata dal Comune di Roma e realizzata da un architetto donna che esiste veramente e si chiama Guendalina Salimei. Vero, e particolarmente figo da quando si è separato è Roul Bova-Francesco, omosessuale con ex moglie e figlio a carico, che ci porta con sé nella corsa a ostacoli di un surrogato di omogenitorialità.

E vero è quel senso di rivincita, di riscatto, di rivolta che Serena-Bruno-Serena mette in moto in tutto il cast fino all’ultima fila di spettatrici e spettatori del cinema. Che davvero alla fine ti alzi dalla poltrona con un unico intento programmatico: mobbasta. Mo’ veramente basta.

Non è un film femminista: è un film mobbastista. Dunque potete andarci anche se, adagiate sulle conquiste pagate da quelle di prima, ora siete libere di dire “Basta femminismo”. Lo capisco, la parola non entusiasma neanche me e pure il contenuto avrebbe bisogno di una cura d’urto. Purché si tenga comunque presente che “la sfida delle ragazze del Basta femminismo” rischia di infrangersi al primo conato di vomito da gravidanza di una di loro in uno studio notarile, legale, di architettura e quant’altro.

Magari ne riparliamo quando dovrete spacciarvi per altri, maschi, per poter arrivare da qualche parte. Scrivere al posto loro. Mettervi in ombra per non destabilizzarli. Accollarvi le responsabilità dei loro fallimenti lasciandogli sempre il proscenio illuminato. Costituire l’alibi preferito per i loro personali insuccessi. A casa come al lavoro.

Non so dove vogliate arrivare e con quali mezzi, ragazze. Intanto -per vedere qualcosa di ciò che potrebbe aspettarvi- cominciate con l’andare al cinema. Magari anche a Corviale.

Nostra Signora delle Particelle

mercoledì, novembre 5th, 2014

C’è che per ieri sera si era ricevuto un invito per l’anteprima del film di Ermanno Olmi, “Torneranno i prati”. A Roma, all’Auditorium. Giustamente ci si recava all’Auditorium con congruo anticipo. Ma sbagliando Auditorium. Allarmata dai uozzappi di Alberto e Chiara -che precedevano l’arrivo di Grace e mio- a base di “santocielo che casino” la quipresente accelerava vieppiù il passo ma giunta nel balenino di Renzo Piano al Flaminio vi trovava solo un micragnoso circolo Pickwick che aperitivava fuori e due guardie annojate dentro.

Compulsato freneticamente il numero di Grace esclamando

-Graziù ma in quale Auditorium?

lascio all’intuito dei lettori la risposta della verace partenopea allorquando scopriva che anche ella si stava recando al Flaminio ma invece con Auditorium dovevasi intendere quello della via della Conciliazione.

-Meripo’ statt ferma là che sto arrivando col taxi, ti prendo e andiamo a quell’altro, matugguardachecazz(omissis)

Intimato al poverotassista

-Presto, a quell’altro caspita di macheccaaspitadiAuditorium

inchiodavamo giusto al limite dell’orario di entrata consentito prima dell’arrivo del presidente della Repubblica. Ad attenderci nel foyer il fido Alberto, con i biglietti tra i denti praticamente già vidimati, con il quale finalmente entravamo all’Auditorium giusto.

Dopo una fremente attesa a un certo punto la voce stentorea dell’omino degli annunci ha detto

-Signori, entra il presidente della Repubblica

e io, che sono anziana, ogni volta che sento questa cosa un po’ mi commuovo dentro e dunque tutti in piedi e applauso.

Ma è stato poco dopo che proprio proprio non ci ho capito più niente: e cioè quando il ministro dei Beni Culturali è salito sul palco per rivolgere un breve saluto e ha anche detto

-E vorrei salutare stasera anche Fabiola Gianotti, seduta tra noi

Tra qualche “ma chi caspita è?” ci si è girati tutti verso metà sala dove una ragazzadulta timida, un po’ impacciata e con un viso a punto interrogativo tipo “ma davvero tutta questa attenzione per me?” ha fatto un discretissimo saluto con la manina prima che scoppiasse un grande applauso e Grace ed io nell’entusiasmo schizzassimo in piedi, seguite tipo ola dal resto della fila e della sala.

-L’ho conosciuta, mi ha sussurrato orgogliosa Grace

Ecco sì, non vorrei fare paragoni irriverenti però di fronte a quella ritrosissima femminazza della quale poter andare a testa alta nel mondo io me la sono vista neanche presidente della Repubblica ma direttamente Imperatrice dell’Universo. Anzi, Nostra Signora delle Particelle. Che aiutaci tu proprio.

-Meripo’ ma il film?

No, troppe emozioni: il film ve lo racconto un’altra volta. E intanto grazie ad Annamaria, Alberto e Grace, nostrisignori dell’ invito.

L’amore ai tempi della crisi: sospendere le seconde nozze

mercoledì, settembre 17th, 2014

DRIIIIIINNNNN

-Meripo’ volevo metterti a parte della mia nuova policy: non parteciperò più a secondi matrimoni
-Sei contraria alla seconda chance?
-No, sono contraria alle ricadute economiche. Qua sta la crisi, avevamo appena finito con le prime comunioni degli eredi nati dai primi e mo’ avimm ricomincià con le liste di nozze dei secondi, matrimoni, è nu guaio. Pensa se poi si riproducono anche nei secondi turni
-Epperò Grà così non si aiuta la ripresa dell’economia
-E no Meripo’ qua è una questione di priorità e urgenze: prima la mia, economia. Che non è solo un problema di regalo anzi io quello lo faccio eccome ma linkata nel file matrimonio c’è tutta una serie di spese a cascata, tutto l’indotto dell’outfit, tu capisci. Quelli (i maschi, ndr) se la cavano con la giacchetta grigia ma per noi con Facebook è una tragedia
-Con Facebook?
-La foto su Facebook ti inchioda al cambio abito. Una volta riuscii a partecipare il sabato a prime nozze a Udine e la domenica a prime nozze a  Napoli però stesso outfit, giusto il viaggio e sia chiaro che fu pure bellassai. Ma tu te lo immagini, oggi? No no, amatevi, riproducetevi, siate felici ma per favore sospendete le seconde nozze. Almeno finché non intercettiamo la ripresa. Vabbuo ciao Meripo’
-Ciao Grà

Quando lui torna lei schiatta

venerdì, agosto 1st, 2014

C’è che l’avrò vista una quindicina di volte e ogni volta mi illudo che, quando sta stramazzata sul divano, entri finalmente uno qualunque del pubblico con la streptomicina. Invece niente. Mimì ogni volta muore di tisi. Anche ieri sera a Caracalla (che poi, non so se si è saputo, i rivoluzionari dell’orchestra sono scesi a più miti consigli quando gli hanno detto “Bene, vi chiudiamo”). La formazione sulle poltrone era la seguente: Grace, il professor Pi, Mercie appena atterrata da Buenos Aires e la sottoscritta.

Mimì, dicevamo, che tutto sommato è forse la più famosa single consacrata all’immortalità del palcoscenico operistico:

“Sola, mi fo
il pranzo da me stessa.
Non vado sempre a messa,
ma prego assai il Signore”

E non paga di sta tristezza continua:
“Vivo sola, soletta
là in una bianca cameretta:
guardo sui tetti e in cielo”

dopodiché quell’aria così sottotono -anche un po’ banalotta- svetta all’improvviso e vira sul brivido, anzi sul freddo nguòll, per dirla con Grace:
“ma quando vien lo sgelo
il primo sole è mio
il primo bacio dell’aprile è mio!”

Dunque, riassumendo la trama, la questione è questa: lui incontra lei e scoppia una passione poi lui la molla perché malata, lei si mette con uno un po’ più ben messo e quando lui torna dopo aver capito che è solo lei il suo amore, lei infine muore.

La questione è stata però così riassunta dal professor Pi a un turista straniero suo vicino di posto che gli chiedeva “What happens?” e lui “Once he comes back, she’ll be dying”. Poi si è girato da due pugliesi che seguivano la conversazione estasiati e ha tradotto: “Quando lui torna lei schiatta”.

Mi pare ineccepibile. C’è che questo amore di Mimì, tal Rodolfo, poeta non di quelli indimenticabili, attraversa tutte le fasi immortali anche nostre: lascia, prendi, prendi, lascia, tormenti, paure, scuse, bugie, bassezze, viltà, scuotimenti, passioni, amore o ciò che ciascuno crede sia amore.

Ed è il Quadro Terzo a restituirci oggi tutti i nostri Rodolfo, mentre lui si confida con il miglior amico Marcello, che più volte tenta di fargli cambiare idea:

RODOLFO
Invan nascondo
la mia vera tortura.
Amo Mimì sovra ogni cosa al mondo,
io l’amo, ma ho paura, ma ho paura !

Lei ascolta, di nascosto, e prima di essere mollata, lo molla lei. Consacrando per sempre alla storia la viltà di certi momenti. Che, sia chiaro, è anche femminile. Ma non porta la firma dell’immortalità cui la consacrò Puccini rappresentando quella dei maschi. Un minchione, per dirla con Grace, questo Rodolfo. E nell’occasione Grace ci consegna all’immortalità anche il seguente Postulato:

la questione non è manco trovare un fidanzato decente ma accertarsi prima che abbia un miglior amico decente (vedi Marcello).

Eccola, la scena dell’addio:

RODOLFO
Dunque è proprio finita?
Te ne vai, te ne vai, la mia piccina?! (ma come te ne vai, sei tu che ci hai paura e la cacci, santocielo ndP, nota della Pop
Addio, sogni d’amor!…

MIMÌ
Addio, dolce svegliare alla mattina!

RODOLFO
Addio, sognante vita…

MIMÌ
sorridendo
Addio, rabbuffi e gelosie!

RODOLFO
… che un tuo sorriso acqueta!

MIMÌ
Addio, sospetti!…

MARCELLO
Baci…

MIMÌ
Pungenti amarezze!

RODOLFO
Ch’io da vero poeta
rimavo con carezze!

(vi ho detto che lui non passerà alla storia della poesia mondiale).

Beh insomma ieri sera quell’orchestra si è fatta perdonare tutto grazie a una scenografia da brividi nonostante i 30 gradi. Ieri sera ha nevicato a Caracalla

e ha fatto freddo e c’è stata luce nonostante fosse notte e ci sono stati colori e c’è stata Parigi a Roma e l’eternità in una soffitta.

Grace si è accasciata sulla spalla di Mercie mentre io al solito piango e l’ho fatto pure ieri sera accasciandomi sulla vicina per non distogliere il Professor Pi dalla sua prima volta a Caracalla Parigi.

Se posso permettermi un consiglio andate da Mimì a Caracalla. Ieri sera era mezza vuota, grazie a quel bel casino degli scioperi. Però, ripeto, se potete regalatevi per una sera quella magia chiamata Opera immortale.

E già che ci siete riascoltatevi l’Immortale. Lei:

Investire in tempo di crisi: il Sentimental Bot

martedì, luglio 22nd, 2014

Pizzeria interno giorno. A tavola una marinara, una Margherita e una Grace particolarmente radiosa e abbronzata nonostante fuori impazzi il diluvio modalità Nuova Delhi. Mi ragguaglia su alcuni suoi incontri di lavoro attinenti al comparto broker-finanza-mercati. Poi

-Insomma Meripo’ è soprattutto nei periodi di crisi che occorre applicarsi con metodo, pianificare e rilanciare gli investimenti
-Possiamo studiarne anche un’applicazione sentimentale?
-E’ soprattutto lì che occorre agire perché è lì che si concentrano le crisi di sistema, diciamo
-Dunque per quanto riguarda la scarsità di materie prime sul mercato cosa consiglieresti?

Nel frattempo uno dei due manager attavolati sul tavolo azzeccato al nostro aziona l’orecchio a parabola

-Qui occorre riabilitare le categorie intermedie: ma che è sta fissazione che bisogna sempre aspettare il principe azzurro?

-E dunque, una ricetta per le nostre investitrici?

-E dunque Meripo’ ci son fior di dignitari o anche di valvassini che possono garantire la soddisfazione orizzontale a breve termine. Un tipo di diversificazione sicuro e senza impegno.

-Cioè una specie di Sentimental Bot?

-Si. Naturalmente continuiamo a lavorare creando condizioni di mercato che consentano un investimento verticale nel medio-lungo periodo.

E’ a quel punto che il manager attavolato ha definitivamente ruotato la testa verso di noi che nel frattempo ci alzavamo soddisfatte e satolle e, guardando in tralice Grace, ha alzato le mani in segno di resa.

Ci hanno fottuto un altro posto in cui potersi innamorare

venerdì, giugno 13th, 2014

Sarà perché dopo i 25 gradi centigradi qualsiasi attività diventa fuorilegge,
sarà perché  Stalacrisi
sarà perché non c’è più neanche un perché
ma tra le specie in estinzione rischia di finirci anche una categoria del cuore.

A questo ho pensato stamattina quando, molto presto, mi ha scritto Grace

-Meripo’ stanotte ho fatto le 4
-Mi compiaccio vivamente, ho paura di chiedere i dettagli
-Ho rivisto dei film fra i quali “Falling in love” con Meryl Streep e Robert De Niro. Ed è stato bellissimo essere di nuovo innamorata per 106 minuti

E ancora di più mi ha trafitta la chiosa finale:

-Loro si incontrano per la prima volta nella libreria Rizzoli di New York. E quella libreria l’hanno appena chiusa: la casa antica che la ospita verrà demolita per far posto a un grattacielo… Meripo’ ci hanno fottuto un altro posto in cui potersi innamorare

L’arte del togliere e del mancare

martedì, aprile 8th, 2014

(Napoli secondo estratto, nel senso seconda puntata)

Non so come mai fino ad oggi non l’avessi mai visto. Non dico dal vero ma nemmeno in foto. So solo che quando mi ci sono trovata davanti per la prima volta ho avuto paura davanti ad un’opera d’arte. Che probabilmente quando la bellezza e la perfezione superano una certa soglia, lo sbigottimento lascia spazio al timore e, in questo caso, all’inquietudine e allo spavento.

Grace, qualsiasi programma fosse costretta a cambiare di pari passo con le avverse condizioni atmosferiche delle previsioni napoleoniche nel senso di Napoli, concludeva sempre la frase dicendo che, comunque, quello era imprescindibile.

Ed è stato entrando nella Cappella Sansevero, in mezzo alla già magnificente magnificenza che ci ruotava tutto intorno, che ci è apparso poggiato in mezzo alla stanza, questo:

Il Cristo velato. Opera di tal Giuseppe Sammartino, 1753. Ve lo metto anche tutto intero:

Marmo. Ma ditemi un po’, non vi sembra che l’autore invece di agire “per forza di levare” abbia al contrario messo un velo su un corpo e l’abbia nonsoccome marmorizzato dopo? E infatti anche questo hanno ipotizzato: che usasse cadaveri. Poi che usasse formule alchemiche scioglitive. E anche Antonio Canova, incredulo e trasformatosi nel Salieri di Mozart della situazione, pare che una volta, tentando di acquistare l’opera, disse che avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di essere considerato l’autore di questo capolavoro.

Dunque il capolavoro nato, come tutte le sculture, dall’arte di togliere. Che se esistesse un corrispettivo sentimentale forse sarebbe l’arte del mancare. E del mancarsi.

Io so solo che lì davanti sono rimasta, perdonate, impietrita. Non ricordo una cosa simile neanche davanti al Michelangelo della Pietà.

Che davvero di fronte a quel marmo tutto si prova tranne il freddo. E ancora oggi, a distanza di giorni, quando ripenso a questo velo poggiato mi viene un brivido lungo la schiena. A pensare a come si possa, in un mondo che tutto tende ad aggiungere e ad accumulare, trasmettere un senso di perfezione e di incomparabile bellezza togliendo.