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Senti nell’aria c’è già

mercoledì, marzo 20th, 2013

Giusto due note a margine della odierna Giornata internazionale della felicità. E’ ben noto come i soldi non la facciano, la felicità, e dunque, devono aver pensato all’Onu, approfittiamo del fatto che ora ce ne sono ancora meno del solito per trarne qualche beneficio.

Il punto è, anche, capire che caspita sia la felicità. E siccome qui non è che possiamo riassumere secoli di speculazioni filosofiche in un post di sentimental per quanto stichespiralidoso blogghe, diciamo che secondo Wikipedia, la felicità è lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri. Molto più prosaicamente ci pensarono Al Bano e Romina a stabilirne gli effettivi confini: felicità è un bicchiere di vino con un panino/ è lasciarti un biglietto dentro al cassetto/ è cantare a due voci quanto mi piaci.

Perché pure questo va detto, non so voi ma se io ritenessi già soddisfatti tutti i miei desideri non sarei affatto felice: sarei disperata. Tutto ciò premesso però uno spiraglio ve lo offro: da un paio di mesi a questa parte sta accadendo che persone a me vicine, o fisicamente o socialcosamente, stiano facendo scelte di vita ispirate non al raggiungimento della felicità ma alla “semplicità volontaria“.

Nell’inglish la chiamano “downshifting”, scalare una marcia, dedicare meno ore al lavoro (chi ce l’ha) per riappropriarsi del proprio tempo ovviamente adeguandosi al nuovo reddito: meno e meglio. Così come accade che alcuni di quelli che sono costretti dagli eventi a scalare una marcia dai propri stili di vita, inizino a farne un’occasione per affrancarsi dalla schiavitù dell’accumulo di oggetti e beni.  Sia chiaro: funziona se alla fine diventa una scelta, non se è la ratifica di una perdita.

Meno soldi ma anche meno stress e più gratificazione. Qualcuno, semplicemente, mi lascia i saluti sui socialcosi dicendo

-Meri, me ne vado da Facebook perché ho bisogno di ritrovare i miei tempi e vivere senza rincorrere a tutti i costi il gradimento degli altri.

Ecco, mi piace pensare che, volendo, siamo in grado di sottrarci anche alla dittatura del “mi piace”. E di quella delle cene di rappresentanza. E del “vestito adatto”. E degli status symbol. Vedete che poi sempre ad Albano e Romina si rivà: e, complice la crisi, magari riusciamo pure a fare a meno dell’edonismo culinario per tornare a un bicchiere di vino con un panino. E lasciarvi un biglietto dentro al cassetto. In luogo del presente blogghe.