Posts Tagged ‘Ghetto’

Ovunque proteggi

martedì, maggio 30th, 2017

Dall’alto del mio abbondante metro e mezzo chiunque scavalli il metro e settanta mi appare imponente. Ma Guido credo lo fosse davvero. Anche non sapendo che lavoro facesse sarebbe stato chiaro a chiunque, solo guadandolo lì, fuori dal portone, che il suo lavoro era proteggere. Che bel verbo, proteggere.

Ci siamo limitati a tanti Ciao-salve-buongiorno-a domani finché un giorno, pochi mesi fa, ero a passeggio nel Ghetto e me lo ritrovo nei pressi di Piazza Costaguti, tra la scuola ebraica e il Tempio. Sorpresa per l’incontro “fuori zona”, tipo quando incontri il barista senza divisa e quasi non lo riconosci, non mi ero manco avvicinata a salutarlo, haivistomai non è lui. Ma il giorno dopo gli avevo chiesto Sentiunpo’ ma che per caso ieri… e lui, illuminato, aveva detto -Sì certo, ogni tanto vado a dare una mano.

Questo apparentemente insignificante episodio aveva creato, invece, un avvicinamento, una piccola complicità per cui al sempreverde Ciao-salve-buongiorno si era aggiunto un implicito Oratisomeglio e un esplicito sorriso. Poi due chiacchiere. Poi tre. Poi il commento al fatto del giorno. Poi la sconsolazione delle notizie brutte ma meno brutte se le puoi condividere con qualcuno.

Ovunque proteggi

E insomma entrare, ogni mattina, era un entrare migliore. Che non è cosa da poco, visti i tempi. Che tra i grandi privilegi della vita questo pure andrebbe messo: il sentirsi protetti. Che bel verbo, proteggere, Guido. Ovunque tu sia, proteggici ancora. Proteggici sempre.

Oggi è il 16 ottobre. Quello.

sabato, ottobre 16th, 2010

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto

(F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)