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Il magico potere del riciccio

martedì, settembre 4th, 2018

Lo so, siete in quella fase in cui vorreste imbracciare la katana e rendere Uma Thurman una principiante. O forse in quella in cui vorreste affogarvi nel barattolo della Nutella mai più riemergendone. E’ stato a sbomballarvi mesi, forse anni, con promesse, illusioni, miraggi, assaggi, tiraemmollaggi. All’inizio manco ve ne importava molto. Poi ci siete cascate. Ma vi ha veramente fregate quando s’è dato. E’ così: la terra gira intorno al sole, la forza di gravità si percepisce davvero dopo i 50 e taluni spariscono appena arrivano al traguardo.

Matematicamente, però, tutti ricicciano. Anche Cocciante ci mise in guardia: “Non si perde nessuno”, cantò fra un cervo a primavera e una cornuta d’inverno. Non ci credemmo. Sbagliavamo. Perché fa parte delle leggi della fisica: Nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si riciccia. Si ripropone. Come il peparuolo mbuttito.

Uno dei nostri primi fari, a rischiarar le tenebre dell’iniziale smacco, fu: Jennifer. Jennifer che, al riciccio di Brad con un tristanzuolo invito a cena, mentre s’asciugava lo smalto sulle unghie a katana, disse

Grazie ma non ho tempo

Brad che l’aveva mollata per Angelinagiolì, eh, non per pizzaeffichi.

Eppure. Eppure qualcosa rimane, evidentemente, tra le pagine chiare e le pagine scure e pure tra quelle mezzeemmezze della vita, e confonde i suoi alibi e le tue ragioni e viceversa. Perché dopo due anni da quel Grazie-non-ho-tempo e dopo che le labbra le avevano entrambi spedite a un indirizzo nuovo, oggi Jennifer e Brad pare che forse sì, lei il tempo l’abbia trovato e, complice la villa di Clooney su quel ramo del lago di Como che altri Promessi sposi accolse, forse ricicciano.

E qualcosa rimane, dunque. E prima o poi qualcuno riuscirà pure  a spiegarci perché. E cosa sia un legame e come possa sopravvivere pure ad Angelina. Cercando una parola mi viene in mente “intimità”. Se ne può anche andare l’amore ma spesso è lei che resta: l’intimità. Questa:

Non è intimità
ciò che scopre o tocca.
È intimità
ciò che, anche a distanza,
lega.
E. Sayfadaki Gondelirer

 

Sos Pop/ Il subdolo (omissis)

giovedì, marzo 6th, 2014

Mi scuso sin d’ora e avverto che il presente post contiene una parolaccia ma trattasi di fedele citazione filmica contro la quale non me la sono sentita di infierire con le forbici. Anche perché il caso testé segnalatomi per l’Sos Pop urgente odierno rende inevitabile sdoganare ogni indugio.

Vado ad illustrare la dinamica dei fatti. Errando con il telecomando in serata un po’ irrequieta e molto Rescue remedy, mi soffermavo sul semprevalido George Clooney, intercettato nell’interpretazione di un tagliatore di teste ahimè very cool nel film “Tra le nuvole”.

A un certo punto una sua giovane sodale, very cinica e fredda, viene mollata dal ragazzo. E crolla. Nell’empito della crisi abbandonica, mentre in lacrime racconta con dovizia di particolari sui modi dell’abbandono, avvenuto via sms sparendo subito, una terza astante -donna matura e very affascinante e non a caso Clooney se ne innamora- spiega alla piccina (vado a memoria):

-Cara, il tuo idolo altro non è che un subdolo coglione

La piccina strabuzza il bagnato ciglio e ascolta il resto

-Accade spesso. All’inizio è interessante, divertente, fascinoso, irresistibile. Poi, improvvisamente, si rivela per quello che è: un subdolo coglione. Tu dirai: ma io come ho fatto a cascarci, con uno così? Tranquilla, ci caschiamo tutte

Ora lo specifico a scanso di equivoci: qui si fa riferimento solo e unicamente alla percentuale di donne incappate in questa fattispecie che, per quanto molto diffusa in natura, certo non esaurisce graziaddio il panorama maschile che anzi contempla svariate e sempresianolodate eccezioni. (Specifico inoltre che la cosa potrebbe essere valida all’inverso, dunque certificando l’esistenza anche della specie femminea).

Mi rivolgo dunque solo e unicamente alle coinvolte nel frontale con la fattispecie in oggetto.

Allora, ragazze, pensateci un attimo: avete presente quel dolore lì alla bocca dello stomaco che vi sta provocando il vostro idolo? La delusione, l’amarezza, il colpo secco? Tu che m’avevi preso il cuor, tu che io di te mi fidavo, tu bel tenebroso, tu, proprio tu ma chi sei davvero?

Poi ditevi queste due paroline: subdolo coglione.

Ove occorra ditevele anche a voce alta:

-Subdolo coglione.

Non vi sentite già meglio?

Abbiate Pietà

martedì, febbraio 18th, 2014

Giunto in semifinale fino allo sportello della biglietteria, alla fine domenica Monuments Men ha prevalso su Smetto quando voglio. Determinante si rivelava lo sprint finale del Professor Pi

-Meripo’, considera anche i protagonisti

che nella mia accezione erano Matt DamonBill MurrayJohn GoodmanJean Dujardin e George Clooney, nella sua Michelangelo, Degas, Raffaello, Renoir, Picasso e colleghi.

La storia, vera, è quella della più grande Caccia al tesoro messa in piedi in tempo di guerra, la seconda mondiale, per trovare e restituire le opere d’arte rubate dai nazisti prima che Hitler le distrugga. Tra le opere c’è uno dei capolavori di Michelangelo, la statua della Madonna di Bruges. Lo racconto oggi quttrocentocinquantesimo anniversario della morte di Michelangelo Buonarroti.

Una delle domande che il film ci fa mentre stiamo spaparanzati sulla poltrona è se valga la pena dare la vita, letteralmente, per l’arte. perché lì così accadde. Farsi sparare in petto per difendere una statua, un quadro, una tela, una scultura.

E forse è questo che dovremmo pensare ogniqualvolta l’arte la calpestiamo: non stiamo mandando alla malora solo la nostra storia, la testimonianza di chi siamo e da dove proveniamo. Stiamo rendendo inutile anche il sacrificio di chi per quel patrimonio ha dato o speso la vita.

Insomma mi veniva in mente, guardando tutto quel sangue in guerra, che aver cura dell’arte non è un vezzo da intellettuali o da nullafacenti ricchi di famiglia che possono permettersi il lusso di occuparsi del superfluo ancorché divino: è anche difendere quello che siamo e siamo stati. E difendere la memoria chi ci ha permesso di arrivare sin qui.

Se non vogliamo farlo per l’arte facciamolo per la Pietà. Pietà umana.

Carinzia2/La via più breve tra te e il desiderio non è una retta né un arabesco ma una miscela arabica

martedì, maggio 15th, 2012

La Bisiacaria non è come la Dancalia. I bisiachi sono un popolo pacifico, ospitale. E FANNO PURE IL PANE IN CASA, santocielo. Buono come loro. E pure il caffè. E’ assai buono. Va detto che io ho fatto la splendida con la macchinetta di Clooney (chediolobenedica) ma la Frà ci ha una Ferrari testarossa, che le fa il caffè. E quando la mattina dopo mi ha portata al bar, a prenderlo, alla signorina ha detto:
-Il mio (tipo una cosa del genere) e uno normale
E allora ho detto
-Ma il tuo in che senso?
-Come quello di casa
-Allora anche io il tuo
-Bene, allora due miei

I bisiachi sono buoni ma secondo me è meglio non contraddirli. Così, per precauzione. E comunque il “suo”, caffè, effettivamente merita. Ci terrei anche a specificare che sto caffè l’abbiamo preso a Pieris che E’ IL PASESE DI FABIO CAPELLO. L’ha scritto pure Gimbo, ieri, nei commenti su sto blogghe: che in sostanza tutti sapevano dei bisiachi, evidentemente anche per via tricologica, tranne la qui presente tenutaria.

Dunque the day after la Frà mi scarrozzava  in lungo e in largo nella Bisiacaria e nella Veneziagiulia (non prima di avermi messo un pane fatto in casa con la pasta madre nella valigia), compresa una patriottica sosta a Redipuglia e infine imboccava una strada bellissima lungo il mare per recarci entrambe a Trieste, dalla Vale. Senonchè, sotto un piccolo tunnel scavato nella roccia, la Frà e tutti quelli avanti e dietro la Frà-mobile, strombazzavano il clacson. Io subito pensavo “ci deve essere un matrimonio” invece la Frà così mi spiegava:
-Sotto il buco si suona

Ora, così come Venezia era “Oddiomaquaèpienod’acqua”, è impossibile capire perché ma oltre una certa latitudine, per me, il nord nel senso da sopra Firenze era tipo un’unica pianura padana. Col mare, si, perché almeno le foto della Barcolana le avevo viste. E dunque, da circa dodici ore, l’unico intercalare che riuscissi ad avere erano vocali stupite variamente declinate che attraversavano la gamma soprattutto degli “ooooohhhh” e anche “uuuuhhhhhh”.

Arrivate a Trieste finalmente la finivo. Restavo a bocca aperta e punto: mi era sbocciata Trieste, l’estate, la Franca, la Vale, la piazza Unità d’Italia, insomma la primavera del Botticelli in confronto sembrava una mentecatta. Aggiungo inoltre che st’appuntamento al buio fra me e Franca lo sarebbe stato anche per Franca e Vale che oltretutto, poracce, entrambe già conoscevano singolarmente la qui presente, che è roba eh, ma non tra loro. E un po’ me ne stavo rendendo conto quando ormai era troppo tardi, cioè al momento dell’impatto tra le due.

Si sappia che le bisiache son gente davvero a modo e così anche le triestine: esse non si picchiavano, non si -neanche- insultavano, non si ignoravano. Esse, signore e signori, si piacevano. Forse anche unite dal comune problema della meripoppica gestione. Ma tant’è. Tipo come se anche loro due non avessero fatto altro nella vita che vedersi il sabato a Trieste a giocare alle signore.

Devo dire che, recandoci al castello di Miramare -altra meraviglia che madovecaspitaso’andataper50anniinvecedivenirciprima,qua?- anche noi tre assumevamo progressivamente un portamento regale anzi granducale anzi arciduchessale: scese dalla macchina in modalità tradizionale ci trovavamo al cospetto di cotal magnificenza

al punto che, immantinente, procedevamo in modalità Meri, Franca und Vale di Sassonia-Coburgo d’Asburgo Serpelloni Mazzantiviendalmare. E ivi sostavamo per un frugal arciduchessico paninozzo nei giardini all’taliana che lo circondano, a picco sul mare. Io, ve lo dico, a guardarmi da fuori, assisa con cotante amiche in quella imperialasburgica cornice, mi autocomunicavo:
-Anvedi però Meripo’ che casino regal piccola casa che hai combinato

Ed è a quel punto che ha trovato appagamento, con una trentina d’anni di ritardo, una cosa che ho sempre sognato di fare e vorrei proprio sapere perché caspita non abbia mai fatto: sedermi a tutti i caffè storici di trieste: il Caffè degli Specchi in piazza dell’Unità e il Tommaseo là dietro. Là, insieme: la Franca, la Vale, Meri Pop con Stendhal, Joyce, Svevo, Saba e pure Magris che lo sa che “il caffè è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente”.

Passi per i sogni impossibili tipo il centrosinistra unito o un centrodestra decente o un deficit pubblico sotto controllo o mangiare senza ingrassare ma voi me lo sapete dire perché una insegue trent’anni un caffè, per quanto storico? Che quello non è che chissà dove fosse: era lì. Dalla Vale. Per dire. Ci si arriva comodamente con un treno due treni.

Il punto è che il treno dei desideri -e dei miei pensieri- fino a poco tempo fa è andato proprio come diceva Celentano: all’incontrario. Più volevo qualcosa più me ne allontanavo. Finchè una volta, per prendere finalmente sto treno dei desideri, in realtà ho dovuto prima prendere un aereo e andarmene a rifletterci un po’ su. A Cuba. Che a volte la linea più breve tra due punti non è necessariamente la retta, via, ma l’obliqua.

E dunque la via più breve per arrivare da te al desiderio può essere, parafrasando Flaiano, pure un arabesco. Anzi, a volte persino una miscela arabica. (segue)

P.S.
“In Italia la linea più breve tra due punti è un arabesco”. Ennio Flaiano

Si, però mi sa che me lo dovevo comprare

lunedì, febbraio 20th, 2012

Fermo restando che confermo tutto quello che ho scritto quattro ore fa però da stamane persiste un paio di occhiaie che insomma: e quindi la signorina Estee Lauder avrei dovuto ascoltarla, sabato.

Che ci vorrebbe proprio sto rullo compressore, oggi. Evvabbè.

La Rinascente. Maiuscola e minuscola. Uot-els?

lunedì, febbraio 20th, 2012

Quanto i venerdì sera sono carichi di attese tanto i sabato mattina sono spesso ai livelli dei camalli di Genova, scaricatoridiattese.

Ciò premesso in realtà sabato mattina avevo appuntamento con George Clooney alla Rinascente di Piazza Fiume. Nel senso che mia sorella nella sua infinita bontà, mossa a compassione dalle mie attitudini in cucina ma anche solo di quelle davanti a una moka, ha deciso insieme alla sua famiglia di fare un investimento e, prima di investire me al successivo caffè preparato con le mie sante manine, ha optato per il regalo di una Nespresso-uotels.

Dunque appuntamento per la registrazione -che avere le cialde gratis è complesso come entrare al palazzo di vetro dell’Onu- sabato mattina alla Rinascente. I regalatori in leggero ritardo io mi avviavo verso i profumi dove la signorina Estee Lauder mi intercettava e diceva:

-Signora, vengaquichelatruccoelafacciorilassare

Io, che pensavo di essermi già truccata, decidevo di accettare l’aiutino e il rinforzino. Lei mi sistemava su un trespolo e diceva:

-Ora le metterò un correttore di occhiaie, che corregge anche le rughe, attenua le macchie della pelle e ridona tonicità al viso stanco.

Essendo appena le unidicetrenta del mattino e avendo quindi già ricevuto l’impietosa diagnosi decidevo di sottopormi al trattamento riparativo.

Dopo un ordine di
-Chiuda gli occhi
la perfettamente restaurata signorina iniziava a passarmi una cosa tipo un rullo sulla borsa. La borsa sotto agli occhi. Massaggiando una cremina avanti e indietro poi cambiava arnese e ne spalmava un’altra sulle guance e un’altra ancora sugli zigomi. Il tutto continuando a cazziarmi per non aver mai ottemperato a neanche una di quelle azioni imprescindibili “dopo una certa età”.

Finito il triplo massaggio carpiato, acquisita la certezza che ogni mattina dovrei alzarmi un’ora prima per le incombemza del caso, oltre a chiedere un finanziamento alla Findomestic per l’acquisto della triade, cercavo di svicolare e andarmene quando lei, bloccandomi e guardandomi fissa nelle borse degli occhi esclamava:

-Prenda questa buona abitudine, vedrà che fra poco neanche si riconoscerà

Ora, per carità sia chiaro, a me qualsiasi cosa non m’avesse fatta riconoscere, fino a un paio d’anni fa, io avrei fatto qualsiasi cosa per accaparrarmela. Il problema è che oggi no. Aricapiamoci: non che una bella beautyfarm gratis da diecianniinmenosubito mi faccia schifo, eh.

Però ci ho messo un bel po’ a incontrarmi. E mo’, pure con le rughe e le borse, ci manca solo che manco mi riconosco quando mi incontro.

E così ho detto:
-Grazie, magari un’altra volta. Ora devo andare, che ci ho Clooney che m’aspetta.

Poi sono scesa e mi sono presa un bel caffè. Che, certamente, a ste borse farà malissimo. Ma ho proprio avuto la netta sensazione che a Clooney non gliene importasse per niente, effiguratiammè.

Quindi, poi, alla fine, dopo aver assaggiato la capsula dell’ Indriya intenso e speziato unione di puri Arabica provenienti dal sud dell’India, mi sono chiesta: vabbè ma in effetti che altro caspita di whatelse voglio?