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Omo sopravviver

lunedì, gennaio 16th, 2012

30 dicembre 2011
Sconfinamento in Kenia per arrivare sulle rive del lago Turkana: otto ore di viaggio tra andata e ritorno. Cioè un dolon dolon su piste sgarrupate che però prevede, finalmente, anche il primo colpo d’occhio su sto caspita di Omo. Il Boss, nel senso Bruce Springsteen, forse pensava a lui, quando ha scritto The river. Che il fiume è effettivamente uno spettacolo ma lo spettacolo vero sta sulle rive: pescatori, barcaioli, bagnanti locali, fannulloni. E donne, soprattutto: cariche di fascine, con bimbi in collo e panni a mollo nelle acque limacciose.

Caricato un uomo armato a bordo si ripartiva destinazione frontiera keniota.
Che io però ve lo devo dì: manco me n’ero accorta che un soldato era salito nel bagagliaio al posto di frontiera; mi sono girata per prendere l’acqua nello zainetto e ho impattato sulla canna di un MK47, anche detto kalashnikov. Siccome il Professor Pi mi stava seduto davanti mi avvicinavo piano piano afferrandolo alle spallone e scuotendolo gli bisbigliavo:
-C’è un mitra nel bagagliaio
E lui, nel senso il Professor Pi:
-Se guardi meglio c’è anche attaccato un soldato
-Ho visto pure quello
-E’ per la nostra sicurezza
-Magari per la tua, visto che ha la canna puntata su di me
-Meripo’, non voltarti indietro e goditi il paesaggio davanti
-Ma con tutte ste buche non è che magariiiii….
La discussione veniva troncata alzando il volume della radio a palla. Forse per confondere il rumore delle eventuali raffiche di mitraglia.

(vi metto questa che Aster l’ascoltavamo sempre -a palla pure lei- e poi, tornata, mel’ha mandata anche la mia amica Barbara su FB):

Ora vorrei anche soffermare la vostra attenzione sul fatto che una schiera di macchine piene di etiopi e turisti stava entrando in uno Stato straniero con un soldato armato a bordo. Tipo come se ci presentassimo in una Ford Fiesta a Mentone con un celerino armato fino ai denti ed entrassimo in Francia. Per dire.

Evvabbè. Dunque il lago Turkana, diciamolo, era una boiata pazzesca niente di che. Certo non tale da giustificare sta giornata di chilometri, polvere e mitraglie. Ma il percorso per arrivarci beh quello si. Tribù nomadi si susseguono di capanna in capanna, in un caldo bestiale in mezzo al deserto, loro neri come ebano, ornati solo da poche pelli e acconciature di perline di tutti i colori. Che così vivono sopravvivono:

Tribù al confine tra Etiopia e Kenia (Foto Professor Pi)

Alla frontiera fra Etiopia e Kenia (che qui vi documento, cioè un filo con tre buste appese tipo stenditoio):

Confine (Foto Meri Pop)

venivamo circondati da un esercito, si, ma stavolta di bambini che iniziavano a prenderci per mano e strattonarci un po’ ovunque. 

E la mia domanda è: come mai a mezzogiorno di fuoco, con 37 gradi e sole a picco, i bambini avevano tutti -e ripeto: tutti- le mani ghiacciate? Che ste manine ghiacciate io le ho sentite addosso per tutti e quindici i giorni di peregrinazioni, ovunque andassimo.

Dunque, immersi in questo lago di caldo, afa, umidità, mosche, libellule e carcassòn di pesci, a più di due chilometri dall’arrivo al lago una delle jeep si insabbia. L’occasione ci era gradita per accorgerci che poco più in là un’asinella aveva appena partorito e il giovinotto, ancora avvolto nel sacco amniotico, scalciava che era una bellezza. Accompagnata la puerpera con applausi e foto finché il giovin riusciva a caracollarsi in piedi, la guida ci osservava imbalsamati sotto il microonde dei 38 gradi e fissando un punto indefinito dell’orizzonte, vuoto, diceva:
-Beh intanto avviamoci a piedi.

Certo, perché farsi mancare anche una bella insolazione keniota?
Con la lingua di fuori ci trascinavamo in formazione Sirvietta, Angelo, Professor Pi e sottoscritta (gli altri fermi accanto alle jeep in attesa di sviluppi disinsabbianti) fino a ste rive di sto lago che, vi informo, credo sia l’unico lago al mondo che non ha un caspita di albero o di cespuglio o di riparo ombroso nel raggio di chilometri.

Attendevo invano un “vabbè bello però mo’ andiamocene”. Niente. Tutti fotografano, si trascinano, indugiano, evaporano. Nel frattempo ci raggiungevano le jeep finché mi facevo coraggio esalando un
-S’è fatta una certa, che si fa?
Al sole dei 38 gradi si optava per una rapida risalita in macchina con destinazione luogo ove consumare pasto. Si perveniva in un’oasi ombrosa. Di spine. Dove però David e gli altri autisti si esibivano offrendoci un pentolone di fusilli al sugo strepitosi. Sugo con cipolle. Molte cipolle.

Ed era sulla strada del ritorno che la guida ci faceva deviare in uno sprofondo brullo tra sabbia e savana dove facevano capolino i tetti di paglia di alcune capanne: Silicious, villaggio Dasenege, popolazione nomade che si sposta con tutte le capanne al seguito nei periodi di siccità. Solito nugolo di bambini.
E allora chiedo:
-Ma quindi i bambini non vanno a scuola?
-No. E’ la scuola che segue loro. Formiamo insegnanti, presi dalle tribù, che li seguano negli spostamenti e nell’apprendimento.
Cioè noi qui non riusciamo a fare il tempo pieno. Per dire.

E quanto alle loro condizioni di vita vi presento lei:

Donna dei Dasenege (Foto Meri Pop)

che indovinate quanti anni ha?

La sottile linea erosa

venerdì, giugno 10th, 2011

Poche volte una lettera aveva suscitato un tale casino movimento d’opinione.

Cara Meri,
certo gli uomini sono stronzi però pure noi, quando ci mettiamo d’impegno, guarda come li riduciamo questi poverini.
Ciao
Giulia

Cara Meri,
bella la risposta del professor Pi di oggi. Sembra scritta da una donna. Non è che gli hai rubato la password?
Baci
Adri

Ciao Meripo’,
è grave se mi ritrovo interamente in una lettera scritta da un uomo? No, perché il Giovanni che è in me sta messo proprio così.
Saluti
Marta

Cara Meri,
si può avere il cellulare del professor Pi per un consulto professionale?
Grazie
tua Sabri

No.
tua Meri 

Et last but not least:

Caro Professor Pi,
non è che la sua risposta mi abbia convinto a fidarmi di nuovo. E il passaporto me lo tengo ben stretto. Però un altro tentativo alla dogana di quella frontiera forse si potrebbe anche fare.
Grazie
Giovanni

La sottile linea rosa

giovedì, giugno 9th, 2011

Caro Professor Pi,
ma lei come si regola con l’inaffidabilità del pianeta donne? Riesce a mettersi in contatto con loro, a comunicare? A decifrare il loro pensiero? Ne posseggono uno, nessuno o centomila? E’ avvantaggiato dal fatto di essere uno scienziato? Ha forse elaborato una formula per fronteggiarne la portata destabilizzante sul sistema metabolico e psichico maschile? Ne ha applicata qualcuna di già esistente che Le ha dato dei risultati? O ha optato per la scelta di saggezza verso la quale anche io mi sto orientando e cioè starne alla larga?
Cordialmente
Giovanni, Scoraggiato

Risponde il Professor Pi

Caro Giovanni,
prima di tutto sento il dovere di ringraziarti per  la fiducia che la tua lettera sottintende. Non sono sicuro di essere un buon riferimento, visto che notoriamente gli scienziati sono più famosi per la loro ritrosia e scontrosità che  non per la capacità di costruire relazioni. Ci provo comunque.

Credo che non sia questione di inaffidabilità: se uomini e donne rappresentano, ognuno per l’altro, la metà del cielo, il giorno e la notte, lo ying e lo yang, Marte e Venere, allora il loro incontro non  può che essere di frontiera, perché i loro interni hanno intersezione vuota: sono disgiunti  E la sintesi va cercata nella chiarezza della differenza  da una parte e nella individuazione della frontiera in comune dall’altra. Intendo dire che mondi diversi, o se preferisci Paesi diversi, prima devono prendere atto della differenza e poi possono incontrarsi nell’unico punto che hanno in comune: la frontiera. E’ una linea sottile ma è da questa che passano tutti i possibili scambi.

Cosa cerco di fare io? Accettazione della differenza e ricerca del terreno comune. Non che questo approccio dia la certezza di alcun risultato:  anche nella chiarezza (si spera reciproca) il risultato non è mai scontato e troppe sono le variabili anche perché, per quanto si voglia semplificare, la coppia non è riconducibile ad un sistema a due corpi ma ad un multi-body system, complesso e caotico.

D’altra parte, come diceva un mio vecchio maestro, ci chiamiamo ricercatori perché cerchiamo senza certezza: se trovassimo sempre ci chiameremmo trovatori . Questo per dire che uno non deve mai dichiararsi sconfitto se uno studio non va a buon fine. Leggere i dati, analizzare i vari passaggi, capire i punti deboli, riconoscere gli errori (a volte nella scelta del soggetto!), crescere di consapevolezza e ripartire: questo è ciò che un buon ricercatore deve fare.

Perché la domanda alla quale rispondere in fondo è questa: smettere di cercare è saggezza o è solo paura dell’insuccesso?

Cordialissimi saluti, Pi

Traduzione a cura di Meri Pop
 No, stavolta non traduco. E voglio pubblicamente rendere onore alla lettera del primo uomo che abbia il coraggio di scrivere senza chiedere risposte private. Non traduco, semmai aggiungo:
“A volte il vincitore è semplicemente chi non ha mai mollato”. (Jim Morrison)