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Il poeta più erotico del Seicento era femmina e portava il velo: suor Juana Inès

martedì, marzo 21st, 2017

Storie calme di donne inquiete/9

Presi i voti perché, pur sapendo che lo stato monacale presentava aspetti (…) che non mi andavano a genio, era comunque, per il netto rifiuto che provavo del matrimonio, la cosa meno fuori luogo e più congrua che potessi scegliere per la mia salvazione; al quale progetto (come al fine più importante) cedettero e piegarono il capo tutti i miei capriccetti, ossia il desiderio di vivere sola, di non avere alcuna occupazione che intralciasse la libertà dei miei studi, ne’ rumore di comunità che disturbasse il quieto silenzio dei miei libri”.

Poi dice che tocca fare per non sposarsi. Ed eccola, suor Juana Inès de la Cruz da San Miguel Nepantla, Mexico. Una che a 3 anni già sapeva leggere e scrivere (all’insaputa della mamma, analfabeta a capo di una masseria) non mangiava formaggio pensando che ritardasse l’attività intellettuale e si tagliava i capelli ogni volta che non raggiungeva un obiettivo di studio.

La sua vita sono i suoi libri. Quelli che legge e quelli che scrive, di filosofia, matematica, astronomia, poesia. E la vita di corte dai Viceré Antonio Sebastiàn de Toledo e Leonor Carreto, alla quale la introducono gli zii di Città del Messico, dal quale nel frattempo la mamma l’ha mandata: lì entra di corsa a far parte delle dame della Viceregina, con il titolo di “amatissima” e inizia a comporre versi appassionati per Leonor prima e per María Luisa Manrique de Lara che le succederà poi.

Una suora di intelletto geniale che scrive poesie d’amore per altre donne nella Spagna del 1600 e che trasforma la sua cella in un salotto letterario e intellettuale. La sua fama inizia a correre, vola apprezzata in Spagna ma va a sbattere sulla porta dell’Arcivescovado messicano dell’Obispo Francisco Aguiar y Sejias, uno che spazzava i pavimenti di casa dopo che ci avevano camminato sopra le donne, per capirci. Chevvelodicoaffare? Per suor Inès è l’inizio della fine. E’ costretta a ritrattare tutto ciò che aveva scritto e a presentare una sequela di  “umilianti documenti attestanti la sua rinuncia all’attività di letterata e a consegnare tutti i libri e gli strumenti musicali e scientifici ricevuti in dono all’arcivescovo Aguiar y Seijas, perché li venda devolvendo il ricavato ai poveri. Atterrita e psicologicamente annientata Suor Juana inizia a castigare il proprio corpo con cilici e flagelli”.

Arriverà poco dopo, nel 1695, un’epidemia forse di peste, a portarsela via e sottrarla alla mortificazione perenne di dover “crocifiggere le sue passioni”. Non prima di aver portato la Bibbia come prova a favore (con la giudice Debora, le regine Saba ed Ester, la profetessa Abigaele) del diritto delle donne di studiare, conoscere, ad amare secondo le proprie inclinazioni.

Suor Juana Ines

“A tormentarmi, mondo, hai interesse?
In che ti offendo, quando solo tento di dar bellezze al mio intendimento, e no il mio intendimento alle bellezze?
Io non stimo tesori né ricchezze; sicché sempre è maggiore il mio contento se do ricchezze al mio intendimento e no il mio intendimento alle ricchezze.
E non stimo avvenenza che, asservita, sia una spoglia civile delle età, né ricchezza mi abbaglia malgradita, prediligendo, in ogni verità, consumar vanità della mia vita a consumar la vita in vanità”.

(suor Juana mi è arrivata da Tiziana Perna, sempresialodata, che mi ha inviato anche questa poesia)