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Le case di Giulio

mercoledì, gennaio 24th, 2018

E’ stato sulla via del ritorno da Cervignano e dal parco archeologico di Aquileia che Franca a un certo punto prima ha preso una strada poi ha fatto inversione (regolarmente, marescià, regolarmente) e mi ha detto

-No, Meripo’ prima andiamo a Fiumicello

E così siamo arrivate in un ameno paesino, Franca ha accostato su una piazzetta e mi ha detto

-Queste sono le case di Giulio Regeni

Sono scesa e ho iniziato a vedere, ovunque volgessi gli occhi, striscioni gialli dappertutto, appesi al Comune, vicino alla Chiesa, dai balconi, sulle siepi, con la scritta “Verità per Giulio Regeni”. Un’unica distesa di giallo. E non solo a Fiumicello.

Fiumicello
E striscioni e striscioni ci hanno accompagnate ovunque, come un infinito guard rail, finché siamo uscite dal paese.

Tempo fa al Senato la mamma e il papà di Giulio hanno tenuto una conferenza stampa, insieme al loro avvocato e a Luigi Manconi. Non ho figli e non posso neanche immaginare che strazio innaturale debba essere per un genitore perdere un figlio. Perderlo così.

“Da mamma ho pianto pochissimo, io che ho pianto anche ascoltando canzoni in macchina”, ha detto a un certo punto. “Vedo i suoi occhi che chiedono “che mi sta succedendo?” e ciò che mi fa più male è lui che capisce che una porta non si aprirà più”.

Sono passati due anni. A casa di Giulio aspettano la verità. Tutte le case di Giulio aspettano la verità. Compresa quella di ciascuno di noi.

Ho imparato a sorellare. E non smetterò

domenica, maggio 20th, 2012

Sono giorni dolorosi. Molto. Molto dolorosi. E però sono anche giorni nei quali s’avanza ancor di più la sorellanza. Non ho trovato il significato preciso di questa parola. Nel vocabolario. Invece lo sto trovando in parecchie case. Case di donne. Nelle quali arrivo, sbarco, sorello e riparto. Apripista fu Lamicamia, sempresialodata. Seguì il viaggio in Carinzia, sempresianlodatepure Frà&Vale too.

Stavolta ne ho fatto uno apparentemente più corto. Nel quartiere accanto. Ma per arrivarci ho dovuto fare un sacco di strada. Nel senso che 1) io fino a due anni fa una cosa del genere me la sognavo e 2) che prima di aprire sto blogghe e di andare sui socialcosi non avevo una movimentatissima vita. Cioè se ce l’avevo era perché pedinavo la vita di un altro. Ma che potessi permettermi io di averne una per i fatti miei questo poi figuriamoci (e, sia chiaro, non è che fosse colpa del poveruomo. Era miaebbasta).

Insomma c’è che io sono stata invitata. A casa. Di… Ippazia. La mia amica Ippazia. Che come Lamicamia e Franca e Vale io non l’avevo vista mai. Ma ci seguivamo sul socialcoso. Ippazia me l’aveva raccomandata la mia amica Nì e Nì un’altra Nì e insomma na specie di effetto domino di amiche.

C’è che Ippazia faceva il compleanno. E aveva invitato le amicheamiche. E poi pure Meri Pop in quota “sparigliatrice”. Tra le referenze di Ippazia c’era che cucina che in confronto Ferran Adrià je spiccia casa. E io vi voglio solo ricordare che mia sorella -quella anche di Dna- mi ha regalato il curriculum adesivo “Bacio meglio di come cucino”.

Capite? Insomma io vado. E arrivo in una casa che lì proprio lì ci ha abitato venti anni la mia zia del cuore. Me stava a prende un colpo. Citofono, salgo, lei apre, ci abbracciamo, entro, mi abbraccio pure le altre insieme a un calice di Berlucchi e -non so come dirvelo- io mi sono sentita tutta una cosa emozionante nello stomaco. Era fame. Perché era dalla sera prima che facevo posto. E avevo ingurgitato solo un Bifidus Actiregularis. Ma me ne sono sentita pure un’altra di cosa emozionante. In testa. Era il Berlucchi. Rosè.

Ed è stato dal secondo bicchiere che si è aperta una delle più memorabili Woodstock del palato e della chiacchiera che si ricordino. A ricordarsele, appunto. Che dopo il Berlucchi è arrivato il Verdicchio e un altro buonissimo che non mi ricordo e poi i liquorini e gli elisir e i nettari degli dei.

Ippà, mi ricordo che quando sono uscita da casa tua-vostra-nostra ero più vicina al Nirvana che a Lungotevere. Ma che caspita ci siamo dette in quelle quattro ore a tavola io proooooooprio non me lo riesco a ricordà. Uomini, di sicuro. Tacco. Tacco 12 di sicuro pure lui. Poi tipo i rossetti. I rossetti, i tacchi e gli uomini (nell’ordine, che di solito così si conquistano). Mannaggia, poi?
So solo che, uscendo, mi sono detta:
-Meripo’, qualsiasi sia stato il prezzo per arrivare fino a qua ne valeva la pena. Ahssì, se ne valeva la pena.

Segue elenco parziale delle meraviglie patrimonio dell’umanità (che ora devo far aggiungere dall’Unesco) consumate dalle otto sorelle:

Bavaresina di gorgonzola (un piccolo Ayers Rock) con sopra una gelatina di squisitezza e uvetta al Marsala
Ravioli (fatti a mano) di melanzane e ricotta salata con confit di pomodorini
Timballino di pesce azzurro all’arancia, zenzero e cannella su letto di patate
Mozzarella sbottonata con bottarga e Saba
Tiramisù che lèvati
Parfait di mandorle glassate con squaglio di cioccolata calda
Rotolo al cioccolato con bucce di arancia candite

I dolci di Ippazia - Foto (e stomaco) Meri Pop

Di appuntamenti al buio in Carinzia

venerdì, maggio 11th, 2012

Ristorante, interno giorno. Meri Pop e mamma Pop

-Allora che fai questo weekend, cara?
-Mamma parto, vado in Carinzia
-Dove vai, cara?
-In Carinzia: dalle CAReINZIeme amiche mie
-E, volendo circoscrivere meglio questo concetto, chi sono, cara?
-La mia amica Franca e la mia amica Vale: direzione Mitteleuropa
-E la tua amica Franca io l’ho mai vista?
-No, mamma, ma neanche io
-EEEHHH????
-Perciò ci vado, vado a conoscerla: siamo amiche su Fèisbuc
-ODDIO MERIPO’, MA UN ALTRO APPUNTAMENTO AL BUIO???

Il cameriere, tutto il tavolo accanto e anche la cassiera si voltano e scrutano questo bel pezzo di metroemezzo scarso.

Mia madre abbassando la voce:
Oddio Meripo’ maunaltroappuntamentoalbuio? (nel senso che io già l’altra volta ero andata a trovare Lamicamia un’altra chenon la conoscevo)

-ECCERTO, VISTO COM’è STATO ECCITANTE L’ALTRO

Il cameriere vacilla insieme al cabaret dei tiramisù e un po’ però anche sghignazza. Poi

-Signò vadavada, tanto co sto casino de crisi che c’è alla luce der sole, che altro cazzo de peggio je po’ succede, ar buio?

E allora io quasiquasi lo prendo, sto treno.

ćevapčići

domenica, novembre 27th, 2011

Io pensavo che fosse una cosa tipo Dasvidania. Un saluto. Ungherese. No, no un salume, proprio un saluto. Allora ieri sera mia sorella mi porta in un ristorante. A Bassano romano. Apro il menù e trovo Dasvidania. Cioè ćevapčići.
-Oohhh ma allora è una cosa che si mangia?
-Che cosa Meripo’?
-Cevapcici
E mia nipote, dieci anni:
-Beh certo, zia, che pensavi che ci si potesse fare con le polpette?

Esaurite così le figure di cavolo mi appresto a chiedere consiglio a Missischef. Ma arrivate ai dolci trovo pure lui.
-OOOhhhhhhh STRUCOLO de POOOMIII???
Mia nipote guarda prima la mamma, poi il papà, poi il nonno poi infine la qui presente e traduce
-Zia è lo strudel, si mangia pure questo

Il fatto è che io su Facebook sono amica della Franca. Che cucina in modo spaziale, vive lassù lassù ma che quaggiù quaggiù pubblica delle foto al limite della molestia acquolinica, soprattutto per chi da almeno due anni è entrata nella pace dei sensi. Di colpa. Non avendo più cucinato ma approfittando del fatto di essersi intelligentemente circondata di amiche e amici chef di prima grandezza.
Dicevo dunque che Franca cucina, fotografa, pubblica e spesso irrompe nel bel mezzo di un’insalata prelavata con pane fatto in casa e, nell’ultima settimana, strucolo de pomi.

E dunque ieri sera allo strucolo coi pomi ho realizzato che
-Ma scusate ma allora questo è un ristorante che cucina come Franca?
Mia nipote mi ha accarezzato la mano, tacendo
Io allora ho collegato i primi due neuroni disponibili e ho urlato in un entusiasmo incontenibile
-Quindi siamo in un ristorante tipo triestino?

Mia sorella ha lanciato un’occhiata ai libri su Trieste riposti in ogni tipo di scaffalature che circondavano i tavoli e ha allargato le braccia

Il fatto è che io Franca non l’ho mai vista. E neanche sentita. Come Lamicamia. Ma è a tutti gli effetti una di famiglia. Come Lamicamia. E lo so che Fèisbuc è solo per rimorchiare ma evidentemente io rimorchio parenti, che ve devo di’?

Insomma al momento dell’ordine io quasi mi sono alzata in piedi sull’attenti e ho declamato
-ćevapčićipatateintecia eeeeeeeeeeeeeeee   STRUCOLOCOIPOMIDIFRANCA

A Bassano romano va detto che c’è gente molto comprensiva, abituata a ogni genere di ordinazioni.

E ma insomma il punto è questo: che io tutta la sera ho pensato a Franca e che in quel ristorante si mangiava come Franca e si scriveva come scrive Franca con le sue amiche e amici. E ditemi un po’ voi che mi tocca fare per uscire il sabato sera pure io con loro. Da qua.
Comunque ve li consiglio. Sti Dasvidania. Buonissimi.
Ah e poi ho pensato che io una settimana fa stavo mangiando delle cose nelle Lemarche, buonissime pure quelle: arrosticini, si chiamano. Me le ha fatte trovare la Lamicamia. Insieme a un paesaggio che lèvati, a una stanza tutta per me e altri amici e pure Scrat. Il cagnone bonsai.
E insomma sto Fèisbuc io per ora rimorchio parenti e colesterolo che è una bellezza.

P.S.
Si ma allo strucolo de pomi mica ci so’ arrivata. Mi sono arresa alle patate in tecia. E ho sgraffignato un pezzettino di krapfen di mia nipote. Io lo strucolo aspetto che me lo cucini Franca. Coi pomi. D’ottone. E manici di scopa. Che sicuramente sarà una roba così, casa sua.

Profumo di nonna

lunedì, ottobre 24th, 2011

Il computer non si vede, il cellulare non si sente, l’Aifonio fa come caspita gli pare. Quindi devo scrivere col telefono, sentire col computer e tentare di domare il coso senza manco più il conforto di Steve Jobs. Vivo così da una settimana con le conseguenti ricadute psicologiche che siete certamente in grado di intuire.

Non solo: mossa a compassione dal fatto che ogni volta che posta su Fèisbuc una foto di qualche suo manicaretto io lascio solo tracce di acquolina e non di commenti, Franca ha aperto un blog di cucina in mio onore e io non solo non ho ricominciato ancora a cucinare -che sono due anni che ho smesso- ma manco un commento sono riuscita a compulsarci sopra.

E allora oggi finalmente, che ci ho di nuovo un computer ma non il mio, che si vede, ho visto che Franca ha messo ieri la ricetta del ragù. E mi sono accorta che io in vita mia non ho fatto mai un ragù. Ma proprio mai. Forse ho fatto un sugo con la carne macinata ma non è il ragù.

Anche perché mentre leggevo la ricetta mi si sono riempite la stanza e la memoria di profumo. Profumo di nonna. No, non perché la Franca sia vecchietta ma perché da quel blog usciva profumo di momenti con la nonna. Ma senza la cannella. Momenti passati in cucina.

E insomma mi sono data un ultimatum pure io: che appena avrò una cucina in una casa (cosa che potrebbe richiedere decine di anni) io la prima cosa che ci voglio fare dentro è un ragù. Poi magari vi invito pure. Cavoli vostri.