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Perché piangevo. E mi tremavano le mani

martedì, maggio 9th, 2017

Se la storia potesse essere racchiusa in un poker di foto quella sarebbe una delle quattro.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978 ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò davanti alla Renault rossa di via Caetani.

Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

Moro Via Caetani

Gerda Taro, la metà dimenticata di Capa

giovedì, aprile 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/20

Gerda Taro. Alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare ma la alzi prima di andare su Google. Gerda Taro, reporter di guerra morta a 27 anni schiacciata da un carro armato durante la guerra civile spagnola. Ancora nulla? Neanche io. Allora Robert Capa: meglio? E dunque Gerda Taro, l’altra metà di Robert Capa. Che non era Robert Capa ma Andrè o Endre Friedmann, l’uomo che riuscì a fotografare la guerra facendocene sentire, oltre che vedere, l’orrore. E Robert Capa, attenzione, non è mai esistito: è il personaggio che entrambi, lei e Andrè, inventano per sbarcare il lunario, una sorta di Sveva Casati Modignani della reflex, invenzione che funziona perché grazie a questo inesistente fotografo americano ricco, famoso e momentaneamente europeo,  moltiplicheranno ordini e commesse.

Ma neanche Gerda Taro è Gerda Taro. Gerta Pohorylle, nata da una famiglia di ebrei polacchi nel 1910, bella, ribelle, appassionata. Nel 1933 già l’arrestano, sospettata di distribuire volantini antinazisti. Quando incontra Andrè, nel 1934 a Parigi, lui è scappato dall’Ungheria ed è un bravissimo quanto sconosciutissimo fotografo, il colpo di flash e di fulmine è inevitabile: lui le insegna tutto quello che sa, lei diventa fotografa di prima grandezza, entrambi con Robert Capa decollano. Il marchio Capa lo usano all’inizio tutti e due poi solo lui. Si amano. Moltissimo. Ma lei di sposare lui non vuol proprio sentir parlare, vuole “rimanere un essere libero”, Gerda vuole essere “la sua compagna, pari in ogni campo, compreso l’amore: non sua moglie”.

Gerda e Capa

Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola, ci vanno entrambi, nel 1937 sono ancora lì quando Andrè rientra a Parigi, lei resta a Madrid ed è proprio allora che realizza il suo reportage più importante, sulla battaglia di Brunete.

Il generale non era affatto contento della visita di Gerda Taro, ordinò loro di sparire immediatamente. Di lì a poco sarebbe scoppiato l’inferno. L’obiezione di Gerda che quella fosse l’ultima occasione per fare delle fotografie prima della sua partenza non interessò minimamente il comandante. Ripeté brusco e conciso che Ted e Gerda dovevano tornare indietro immediatamente, che lui non poteva assumersi alcuna responsabilità. Lei decise di ignorare l’ordine e convinse il suo accompagnatore a sgattaiolare in un ricovero”.

Il culmine della sua bravura ma anche della sua vita, che perde di lì a poco: “dopo ore passate in un buco a fotografare aveva terminato i rullini, così aveva trovato un passaggio per rientrare a Madrid viaggiando aggrappata al predellino di un’auto colma di feriti”. E’ a quel punto che gli aerei tedeschi attaccano il convoglio: Gerda con le sue macchine fotografiche finisce sotto ai cingoli di un carrarmato amico. Letteralmente spezzata in due continua a chiedere solo “Avete messo al sicuro le mie macchine? Sono nuove”. Resta qualche ora tra la vita e la morte. Se ne va all’alba del 26 luglio 1937. Ha solo 27 anni.

Gerda Taro, donna libera, fotografa rivoluzionaria, la prima a morire mentre lavora, su un campo di guerra. Morta e dimenticata troppo presto.

Gerda Taro(Gerda Taro mi è arrivata da Raffaello Conti)

Lo scatto e il riscatto

lunedì, ottobre 14th, 2013

Con un suggestivo programma geogastronomico colazione a Parigi merenda a Firenze e cena a Roma, sabato sera si è appalesato a Termini il Professor Pi. Considerando che la cena la cucinavo io (che, lo ricordo ai neofiti, sono sempre quella sulla cui porta è stato apposto l’adesivo “Bacio meglio di come cucino”) ho ritenuto di dover procedere a una sorta di indennizzo quantomeno nel programma domenicale. Per la cronaca, comunque, la cena era filetti di pesce all’arancia, insalata, pastarelle. Completava l’offerta un antipastino di torta rustica di Roscioli dell’Esquilino.

Che stavamo a dì? Ah si, l’indennizzo della domenica. Decidevo di giocarmi il jolly puntando sull’evocativo titolo della mostra “La grande avventura” al Palazzo delle Esposizioni, 125 anni di National Geographic: un giro del mondo in 125 scatti per 125 anni. Dai pionieri agli astronauti. Naturalmente gli organizzatori che ci hanno messo come richiamo? Una delle foto più famose del globo terracqueo e cioè la ragazza afgana di Steve Mc Curry. Ma con l’occasione ho scoperto – sguerciandomi per leggere la didascalia, sorpassando file di umani corpi assiepati davanti- che una delle foto considerate più emblematiche, belle e suggestive del mondo è stata ripescata da un cestino. Che questo è successo: quella foto era una diapositiva scartata. La riprese dalla pellicolare mondezza tal Bill Garrett, direttore della rivista. E la fece diventare epica.

Dunque questo, mie care e miei cari scartati e messi da parte di tutto il mondo, vorrei oggi dirvi: si stia tutti pronti per lo scatto e per l’epico riscatto. Perché è molto probabile che proprio quel No, quel Nonseneparlaproprio, il Maddechèaò, sarà la nostra fortuna.

Se vi capita, comunque, andate a dare un’occhiata anche gli altri 124. Scatti. Fate questo viaggio. Fatelo perché magari succederà direttamente nelle sale espositive quello che spesso a me succede ramingando e arrancando a migliaia di chilometri di distanza: che uno parte in cerca di un luogo e si ritrova a fare il Wanted di se stesso. E dunque pure tutto sto sbattimento in giro alla fine ti porta all’impatto condominiale con quei pezzi di te che a casa comodo sul divano non avevi incontrato mai.

Che, come diceva Italo Calvino, “Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Con gli occhi di Newton non quello della mela

giovedì, maggio 2nd, 2013

Solo arrivata alla penultima sala mi sono ricordata la parola “moda”. Perché lui fotografo di moda sarebbe. Lui è Helmut Newton e appena l’avventore si avvicini alla cassa biglietti del Palazzo delle Esposizioni (dove lo troverete fino al 21 luglio ma io dico andateci subito) lo si avverte subito che, se avete minori al seguito, regolatevi che magari è roba forte.

Infatti lo è ma la mostra era piena di ragazzini che tutto mi sembravano tranne che turbati. Che a volte, all’adolescenziale crescita, può fare più male un comunicato del Moige che una foto di artistico nudo. Fatto sta che a me moda non è venuto in mente mai. Eros, thanatos, seduzione, arte e tutto il cucuzzaro invece si, mi sovvenne subito.

Ora però il motivo per il quale ve ne scrivo è che, arrivata alla sala non mi ricordo dove ci sono le foto relative all’Hotel Villa d’Este a un certo punto c’è la foto “Donna si sistema la calza” (non l’ho trovata googlando intanto a proposito di calze vi metto quest’altra):

Helmut Newton "Two pairs of legs in black"

Sullo sfondo della foto quell’altra ci sono delle torrette. E in un bel virgolettato sotto si racconta la seguente storia, che molti orizzonti aprirà alle utentesse e agli utentessi del quippresente blogghe.

“Il castello era di un nobiluomo la cui figlia si innamorò di un generale napoleonico. Per non farlo partire gli comprò un esercito privato di 400 uomini e sull’altura costruì delle torrette per fare in modo che potesse giocare alla guerra senza lasciarla sola”. Helmut Newton White women 1976.

Qualsiasi cosa stiate facendo per tenervi stretto un uomo sappiate dunque che avete precedenti che fanno di voi, in ogni caso, una dilettante.