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Tasneem Alsultan, la divorziata saudita che fotografa matrimoni e guida il proprio destino

martedì, aprile 11th, 2017

Storie calme di donne inquiete/17

Sposata a 17 anni con un matrimonio imposto e combinato, a 21 aveva già due figli e a 27 è riuscita, mettendoci dieci anni, a divorziare. Oggi, che di anni ne ha pochi di più, fotografa matrimoni e storie d’amore. Sembra una legge del contrappasso e invece è una scelta di vita. Ma soprattutto è una scelta coraggiosa perché Tasneem Alsultan fa tutto questo in Arabia Saudita, uno dei paesi più conservatori e chiusi del mondo nei confronti delle donne.

Una donna saudita divorziata che fotografa nozze in Arabia. Già mi vedo il soggetto del film. E come nelle migliori vendette, silenziose ma implacabili, anche quella di Tasneem passa per un piano messo a punto con le stesse armi d’offesa: mi cancelli? Mostro le immagini. Mi chiudi tutto? Apro l’obiettivo.

E’ così che è nato Saudi Tales of Love, un progetto fotografico inaugurato sabato alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze, nell’ambito del Middle East Now festival, qui approdato con un curriculum che lèvati: pubblicato nella sezione “Lightbox” del Time prima ed esposto al festival PhotoKathmandu nonché a Paris Photo poi. Tasneem è stata inoltre selezionata tra i 10 beneficiari del Magnum Foundation Prince Claus, premio AFAC grant nel 2015, ed è stata inclusa tra i 30 fotografi da tenere d’occhio per il magazine PDN nel 2017. Fa inoltre parte di Rawiya, il primo collettivo di fotografe donne in Medio Oriente.

E’ stata Nicki Sventola, che gli assidui del blog ricorderanno dalla saga dancalica, ad intercettarla.

-Meripo’ è ora di occuparsi di Tasneem Alsultan e di prendere un treno per raggiungerla

Ed è stato così, nella città Di Dante e Beatrice, che due divorziate (cioè la Tasneem e la Meri eh, non la Sventola) agli antipodi del mondo, di cui una tenutaria di blog sentimentale e una fotografa di nozze, si sono ritrovate davanti a un succo di frutta e a due domande, quelle con le quali si apre la sua mostra:

“C’è bisogno del matrimonio per dimostrare che c’è amore? Abbiamo bisogno per forza di un marito per avere una vita piena?”. NO, OF COURSE, mi ha risposto lei dal profondo dei suoi immensi occhi neri, ridendoci su, finalmente.

“Sono una raccontatrice di storie, più che una fotografa, racconto l’intimità delle donne dentro storie e luoghi complicati, quelli del mio Paese”, mi dice ancora. Raccontare cose complicate – come le relazioni d’amore- in posti complicati come l’Arabia. Raccontare l’amore ovunque, in tutte le sue forme, belle, brutte, corrisposte, iniziate, finite. Raccontarlo in un posto in cui una donna ha senso solo nella tutela di un uomo.

Perché questa è stata la parola più forte e dirompente del nostro colloquio: il “sorvegliante”. Donne sotto custodia ovunque. “Ci ritorni anche dopo il divorzio, sotto la “tutela” di un uomo, sia padre, fratello, zio. La tua vita è sempre definita da qualcun altro: sarà comunque un uomo a stabilire cosa potrai o non potrai fare. Non puoi muoverti da sola. Mai. Devi inventarti una via d’uscita”. E la sua è stata la fotografia.

Da ragazza teneva un diario. Fino ai 17 anni, quando l’hanno costretta a sposarsi. Eccola qui, l’ultima pagina scritta:

Tasneem diario

“Fotografo le donne nella realtà, il matrimonio non è la realtà”, mi dice ancora. “Ho fatto foto in 100 matrimoni in 21 Paesi”. Fotografa le women in love fuori ma soprattutto dentro. Il riflettore che accende punta al viso ma poi intercetta l’anima.

Tasneem foto stilista

“Come madre single indipendente ho fatto pace con i sacrifici che ho dovuto fare. Ma sono anche riuscita a trovare la felicità da sola”. Nassiba, stilista di moda

Ed eccoli qui, gli occhi di Tasneem, quelli dietro l’obiettivo (ci sono foto più belle dal signor Google ma in quelle ha il velo e io la preferisco così, scapigliata, mossa, effervescente)

Tasneem Alsultan

Tasneem Alsultan, foto Meri Pop

“Le mie figlie mi dicono spesso -Mamma, non vogliamo sposarci, vogliamo solo avere figli, come te. Dopo aver visto la loro madre lottare dieci anni per ottenere il divorzio, hanno una visione negativa del matrimonio”.

Dovesse riscriverla e cantarla Barbra Streisand questa storia, direbbe che sì I am a woman in love, sono una donna innamorata e farei qualunque cosa per averti nel mio mondo… tranne sposarti (la saggezza di questi non si batte).

Poi, alla fine, mentre mi accompagna alla porta le chiedo

-Ma qual è la cosa che ti sta piacendo di più dell’Italia?

E lei sorride ed esclama

-Guidare!

Che l’Arabia Saudita è l’unico Paese al mondo che non permette alle donne di guidare. Ma anche di viaggiare, studiare, lavorare all’estero. E dunque in linea di massima Tasneem ha preso la macchina a Milano, ci ha girato tutto il lago di Como, poi è scesa, risalita, ridiscesa, zigzagato e non è ancora scesa e sì, nella vita è così: quando ingrani la marcia giusta,  specie se ti è costato tanto riuscire a farlo, poi non permetti più a nessuno di farti scendere.

E allora buona guida, Tasneem.

Fuga per la libertà

domenica, aprile 7th, 2013

“Ogni sua giornata inizia con Bach”: è questa la riga che prediligo dello sterminato curriculum di Mario Ruffini, musicologo, compositore, direttore d’orchestra ma soprattutto spargitoreinognidove di Bach. Finora sono riuscita a incontrarlo solo sul socialcoso nonostante da tempo lo stia pedinando dove posso in questo suo globale spargimento. Ho provato a farmi largo al World Bach Fest di Firenze un anno fa senza successo ma felicemente incredula di fronte a quello snodarsi di file da Michelangelo a Brunelleschi.

Ed è così che oggi ho visto, sul socialcoso, che è riuscito a portare l'”Arte della Fuga” dove mai avrei immaginato: in carcere. Lì dove la Fuga per la libertà può realizzarla solo Bach. E Mario Ruffini.

Ecco il suo post:
“LA PASQUA DEGLI ULTIMI CON GLI ULTIMI
150 fra detenuti e autorità hanno vissuto nel Carcere di Castrogno (Teramo) il dono musicale che abbiamo fatto a quella Casa Circondariale con “L’Arte della fuga” di Johann Sebastian Bach. Un momento bellissimo che speriamo possa far parlare del problema carceri e portare le case di pena a condizioni di vita umane per i detenuti. Solo così potranno vivere la detenzione come momenti di rinascenza in attesa della libertà”.

La porti un viaggione a Firenze

martedì, marzo 12th, 2013

Come i più assidui frequentatori di questo blogghe ormai sanno o risanno, nel mezzo del cammin di nostra sfiga mi ritrovai per una Cuba sola, che la diritta via era smarrita. Apposi un clic a “prenota viaggio” con un gruppo di sconosciuti capitanati da ancor più ignoto capogruppo poi rivelatosi essere l’attuale Professor Pi. Ciò accadeva tre anni e mezzo or sono.  Le principali scoperte del viaggio furono tre: il valore terapeutico del mojito e l’utilità delle palle. Di cioccolata. Non necessariamente in quest’ordine. (Quelle di cioccolata le fanno a Baracoa).

-Meripo’ queste sono due e la terza?
La terza è che a volte hai la soluzione sottomano ma devi spostarti qualche migliaio di chilometri e svariati trekking per trovarla. Dunque, per dirne una, gli sconosciuti sparsi per l’Italia sono entrati nel girone (per restare nell’aleggio dantesco) “amici”. E conseguentemente, ogni anno, troviamo il modo di ritemprarci in maratone enogastroalcoliche di prima grandezza.

La parte migliore del raduno di solito è la preparazione, che può durare da qualche settimana a intere stagioni. Ma, si sa, l’attesa aumenta il desiderio. E, come dice uno dei componenti, anche sto desiderio andrebbe indagato. In attesa che qualche emulo di Freud si dedichi allo studio del perché un viaggio possa creare dei legami così forti e duraturi (che l’amore dura tre anni ma a volte anche tre e un po’) mi è intanto gradito  rendere noto che stavolta, più che un raduno, è stato quasi un flashmob: convocazione urgente e chi c’è c’è.  A Firenze come fosse Teano. Due giorni. Ed eravamo praticamente tutti.

Chevvelodicoaffare che dopo vent’anni sono rientrata a visitare Santa Croce

e non ricordavo quanta sapienza e bellezza fossero racchiuse là dentro, roba che da sola basterebbe per tutta l’umanità e tutti i tempi. E poi il Museo del Bargello, ma ve lo racconto per bene un’altra volta. E poi ancora e soprattutto sperdersi per i vicoletti chiacchierando ora a coppie ora a trio e poi scambiarsi il posto con quello davanti, con l’amica dietro e tu come stai e che hai fatto nel frattempo e cosa hai visto e che ti aspetti dalla vita e cosa dal prossimo viaggio. E ognuno mette la sua tesserina del pezzetto di mondo che ha visto e tutti insieme a sentircelo raccontare sembra che lo abbiamo visto anche noi e che alla fine si esce che si è fatto il Giro del mondo in due giorni, quattro osterie e una ola al colesterolo.

Riassumendo direi questo: in linea di massima non c’è problema che non possa essere momentaneamente affogato in una ribollita o in un mojito. La maggior parte delle volte non sopravviverà al weekend. E ve ne potrete tornare più leggeri da dove siete partiti. Al netto di sti due chiletti da finocchiona, pici e -appunto- tiramisù.

Madonna che Nomfup c’è stasera

martedì, luglio 17th, 2012

E questa però non ce la dovevano fare: cioè, dico, nel video ufficiale di Madonna a Firenze compare -come ha scovato Nomfup– persino il loghetto de Repubblicapuntoit e non quello di Pop don’t preach?

Ma che siamo mpazziti?

Comunque vi volevo dire che tutto sommato sta palestrata non è che lasci proprio grandi tracce di sè. Al punto, per dire, che domenica la Tartamingia ha rivisto, ma a Roma, il professor Pi che non vedeva appunto dal MDNA day cioè un mese fa e gli è corsa incontro così salutandolo:

-Professor Piiii ma che bella sorpresa rivederla qui, si ricorda? L’ultima volta eravamo a Firenze (la Tartamingia pensa che quelli dopo i 30 anni abbiano tutti l’Alzheimer, ndr)
-Certo cara che mi ricordo
-Eh che momento indimenticabile, il panino col lampredotto

Material Meetic

martedì, luglio 10th, 2012

Trovata la particella di Dio occorrerà prima o poi trovare anche i neuroni della gente in procinto di sposarsi. Dunque, appreso che tra le prime file di spettatori in quel di Amsterdam, biglietto sui 250-300 euro, vi era una a cui scappava di chiedere in matrimonio un malcapitato, Madonna è andata a recuperare la soggetta e le ha chiesto “Ti va di chiedergli di sposarti davanti a centinaia di persone?”. Sobriamente e all’insegna della più assoluta eleganza e decoro la proposta è poi esplosa sul maxi schermo, con la cantante che ha incitato la coppia a baciarsi: “Con la lingua, Con la lingua!” seguita dal consiglio ai futuri sposi: “Non andate mai a letto arrabbiati”.

Ora modestamente anche noi abbiamo un nostrano precedente all’amatriciana, in quel di Ostia tipo un anno fa, quando un altro emisfero cranico in assenza di bosone fece mettere un trailer al cinema prima dell’inizio dello spettacolo con la scritta finale “Anna vuoi sposarmi?”.

Immaginate ora di essere Anna o Amsterdammo. Improvvisamente, alla poltrona accanto, vi si materializza non già la Material Girl ma il Material Man o la Material Fidanza al quale state meditando di affidare il resto della vita. Ecco, io ora vorrei sapere: davvero la vostra reazione è gridare entusiasti che “Amoremio Siiii”? Cioè voi davvero dividereste il resto dei vostri giorni accanto a uno Shining dell’esibizionismo coniugale?

Detto questo, infine, io Patù e la Tartamingia per andare a sentire questa ci siamo spinte fino a Firenze, investendo un quinto dello stipendio fra viaggio, biglietto, annessi e connessi e siamo tornate zitelle come prima. Anzi, sta scema non ci ha fatto non dico una proposta di matrimonio ma manco un bis. Poi vai ad Amsterdamme e fai la Material Meetic, la Marta Flavi alla Stieg Larsson?

‘Un ci se lo immagina’a miha nemmen noi di finì alla Leopolda

domenica, giugno 24th, 2012

Ovvia gente, avé’ visto che gl’è piaciuto tanto al Renzi sto blogghe che iccis’è applihato pe’ tutta la Leopolda?

Gli è che ‘l Renzi ha detto che «la domanda “ti candidi?” viene a noia anche a chi la fa. È una visione “marypoppinsiana” della politica. Dobbiamo superare il modello culturale Mary Poppins», perché «lo schiocco delle dita non riesce a nessuno”.

Oh, a di’ i’-vvero, ‘un ci se lo immagina’a miha nemmeno noi sta roba, ‘un ci s’era neanche figurato che si potesse finì alla Leopolda, nel mezzo di Fosbury e i Righeira, Veltroni, Obama e la Polaroid eh. Che sto blogghe gl’era nato come un gioho tra amici e nessuno si crede’a che finisse invece pe’ andà in giro pe’ kermesse di politici.
Noi vi si dice solo che s’è bell’e messo già via un bel po’ di messaggi d’incoraggiamento ricevuti. Quanto icchè la Mary Poppins ‘un serva alla politiha, prova’ela e poi vu-cci di’e. Eventualmente dopo icchè vu avete cantato Supercalifragili vu-cci di’è se serva più Meri o il Renzi alla politiha e chi ll’è più ribollita. (si scherza, eh)
 

 

(da Il Post)

 

Pop don’t preach

domenica, giugno 17th, 2012

E dunque preso un FrecciaPop a Roma con temperatura Cartagine sbarcavo a Firenze con accanimento scipionico stanziale sui 35 gradi ove un imperturbabile Professor Pi mi recuperava giusto in tempo per la fase reidratazione forzata. Il lucido Pi mi invitava a fornire qualche dettaglio in più circa l ‘appuntamento fissato con le altre due sciamannate, “alle sei a Firenze”, essendo Firenze per quanto più piccola di Roma -mi spiegava- ugualmente composta da un certo qual numero di luoghi che sarebbe stato arduo percorrere tutti in cerca di due sciamannate accanto a una microcar entro le 21, ora presunta di inizio del concerto della Madonna.

Raggiunta telefonicamente Patù verso le 17,30 ella mi ululava nell’orecchio che
-Meri noi a Firenze ci siamo già da un’ora ma stiamo ancora vagando pe’ campi in cerca di questo (omissis) di agriturismo, (omissis)

Il Professor Pi riusciva comunque a strappare una sorta di appuntamento per le ore 18,30 in Piazzale Michelangelo dove, con Firenze mollemente adagiata ai nostri piedi, contestualmente individuavamo le due mollemente disagiate su una panchina, già preda del tipico rimorchio locale. Nella fattispecie era soprattutto la TartarugaMingia a essere sostanzialmente ostaggio di un grullo locale che la tampinava con promesse di accompagnarla o seguirla ovunque avesse desiderato e che non si scoraggiava neanche all’arrivo nostro, che la TartaMingia accoglieva come uno squadrone di Teste di cuoio giunte a liberarla. Il grullo a quel punto, vedendo sfumare il piano di rimorchiaggio serale, puntava le sue ultime carte su un incomprensibile:
-Ah senti scusa ti volevo chiedere, maaaaaa c’è qualche casa in vendita a Roma?

Ora a meno che non l’avesse effettivamente presa per una agente immobiliare in trasferta forzosa, mi vuoi spiegare tesoromio cosa caspita speri di ottenere con un acchiappo simile?
Nella fattispecie, infatti, la TartaMingia lo liquidava con un
-Beh si qualcuna c’è ma ti conviene cercare su Internet

Abbandonato il signor Tecnocasa al suo solitario destino, il Professor Pi ci traslava sull’affaccio mozzafiato e, piazzateci in posa, immortalava il momento Carramba dell’avvenuto incontro con una foto di ste tre strafighe che faceva impallidire persino la Cupola del Brunelleschi alle nostre spalle e della torre di Arnolfo pure. Il momento veniva ulteriormente suggellato con la consegna di una soppressata da parte di Patù al Profesor Pi, in segno di amicizia fra i popoli. E’ qui il caso di osservare che, da che conosco Patù e non è poco, avendo attraversato insieme marosi, bufere e tsunami di ogni genere, col tempo -e grazie alla generosità della sua mamma sempresialodata e del corriere Dhl- si è dimostrato che in linea di massima non c’è evento emotivamente catastrofico che non possa trovare soluzione davanti a una soppressata o una provola affumicata. Da qui l’istituzionalizzazione del soPOPpressata moment.

Esaurite le formalità colesterolemiche una staffetta composta da motorino bioccupato da Pi e Meri con al seguito microcar con le sciamannate, iniziava ad attraversare la città direzione stadio Artemio Franchi. Parcheggiata la microMingia con una botta di culo fortuna che non si sa, si perveniva in front of the chioschetto dei paninozzi ove il Professor Pi sdoganava una rosetta col lampredotto e noialtre tre hot dog grondanti salse “ma senza crauti”, il tutto battezzato da un barilotto di biretta. Solo a quel punto il Professor Pi riteneva di poterci lasciare al nostrpo chilometro di fila e controlli per finalmente avvicinarci all’entrata.

E chevvelodicoaffà di chi c’era in fila. Ho visto cose che voi umani. Da ventenni darklady a settantenni col seggiolino, da trentenni simil Lady Gaga a quarantenni vestite da sposa, fascette, tatuaggi, calze a rete, inguainamentidi pizzo  tipo soppressata e insomma avete capito. Per la cronaca la vostra si è presentata così:

D

I'm Pop

La fila sotto l’afa procedeva lentamente e dopo mezz’ora ci si rendeva conto di essere in quella sbagliata:
-E no, questa è la fila prato, voi siete Tribuna Maratona
Patù sconsolata avvertiva:
-Siamo nella fila sbagliata
E la qui presente chiosava:
-Come facciamo pure nella vita, per altro

La fila prato: io ve lo dico C’è gente che ha pagato 250 euro -ripeto 250- per stare cinque ore in piedi ma sotto al tacco della signora Ciccone. Altri 100 per stare in piedi e basta.

Pervenute in arrampicata alla conquista dei posti assistevamo al tramonto sul Franchi strapieno di matti che, vi dico anche questo, invece di inorridirmi mi ha financo un po’ emozionata. A quel punto un tal Martin Solveig il cui unico ricordo del nome, per quanto mi riguarda, aveva a che fare con la soda, Solvay. Le mie due badanti mi informano invece che è tipo il primo diggei al mondo. Una scalata che, vi è chiaro, è dunque avvenuta a mia completa insaputa. Solo dopo un’ora di bombardamento acustico di UNZ UNZ UNZ mi si svela nell’ultima canzone la sigla tipo della Tim. O comunque di una pubblicità di telefoni. E così si scopre che siamo in tempi nei quali, per entrare nell’Empireo dell’esaltazione mondiale, è sufficiente scrivere un testo tipo “Ciao, sono Meripo’ e ti dico ciao”. Il che spiega perché Meripo’, e non solo, sia rimasta al palo, peraltro manco quello della lap dance.

Ciò detto alle 21 pure l’uomo soda se ne va e mentre sul Franchi inizia a calare la sera, non c’è aria che cali anche la Madonna. Occorrerà attendere un’altra ora -100 minuti dalla convocazione- per ritrovarsi improvvisamente prima avvolti dal buio poi da un vortice di decibel e colori, nella più grande ed emozionante discoteca a cielo aperto mai vista. E all’improvviso anche la discoteca muta in un crepuscolo alla Dan Brown fatto di un mega incensiere, monaci rossi, rintocchi di campana, canti a cappella finché un immenso vetro di schermo si frantuma (virtualmente ma già pensavo si dovesse chiamà l’ospedale di Careggi là sotto) ed esce, confesso anche questo, uno dei più grandi spettacoli magnetici racchiusi in corpo di donna mai visti. Persino un clamoroso errore che manda in tilt l’impianto acustico e ci abbatte i timpani a schioppettate viene accolto nel dubbio di un effetto speciale. Arriva pure il bacio lesbo mentre i videowall accompagnano quello tra Batman e Robin. Apoteosi.

Il resto è racchiuso nella perla di saggezza che Patù -citando non ricordo più chi- ci consegna all’uscita, dopo due ore scarse di tutto di più e considerando che -comunque- dopo la terza canzone la Madonna di voce già non ne aveva più, e insomma Patù scendendo le scale del Franchi e incredula come tutti si gira e fa
-Meripo’, ma tu guarda che può fare una goccia di talento in un mare di personalità.

Che tra i dieci motivi per i quali vale la pena non dico vivere ma almeno prendere un treno e andare… questa serata ci entra di diritto.
Gli altri nove essendo
UNO – Vedere un concerto con TartaMingia e Patù

DUE (Corollario di UNO) – Non riuscire a star ferma e seduta più di un minuto consecutivo per due ore di seguito

TRE – Cantare a squarciagola uno dei più grandi e trascinanti successi della Madonna ma nella versione riveduta e corretta di Andrea (che qui ringrazio anche per aver ispirato il titolo del presente post) “Pop don’t preach

QUATTRO – Trovare il Professor Pi a mezzanottemmezza cascomunito a far la guardia alla TartaMingiacar

CINQUE – Scortare la TartaMingiacar alla fine del concerto per ore imbottigliati nel traffico da esodo madonnesco e, di tanto in tanto affiancandola, sentire le sciamannate -sprovviste di autoradio- squarciagolare “Se-le-breeee-scioooonnnnn” contestualmente dimenandosi nell’abitacolo.

SEI – Assistere alla consegna del salame soppressato, su Piazzale Michelangelo, proprio sotto alla copia di bronzo del verde David. Gnudo.

SETTE – Aspettare. Aspettare a volte è la parte più interessante di un concerto del genere i cui risvolti di studio sulla fauna umana daranno spunbto all’antropologia mondiale per i prossimi duemila anni. Presentarsi puntuale sarebbe stata una crudeltà, accidentattè.

OTTO – Like a prayer. Versione gospel-techno. Dieci anni di Conservatorio quasi svaniti di fronte a quei 5 minuti di emozione assoluta. Dal che ricordarsi che: mai andare per sottrazione, sempre per addizione. Pure nella vita. Più o meno. Più

NOVE – Scrivervi queste righe oggi, usufruendo della tecnologia del Profressor Pi nella sua magione, dimenandosi sulla sediola mentre per casa risuona a palla “Papa don’preach”. E veder comparire e scomparire di passaggio, davanti alla porta, un illuminato luminar scienziato che incede a passo di Pop con un Ipad in mano sul quale sta presumibilmente compulsando appunti per la comunità scientifica internazionale.

Like a Pop, Very Pop

venerdì, giugno 15th, 2012

Va detto che le altre due sciamannate io le ho conosciute due Repubbliche fa a Piazza del Gesù. Dunque che domani noi si vada da Madonna è il compimento di una parabola. In tutti i sensi. Ora sta parabola è iniziata tre mesi orsono quando la pischella Patù, che l’utenza forse ricorda, in azione sinergica con la Tartarugamingia -che è l’altra sciamannata, che come le colleghe Ninja ha nel tempo subito la mutazione genetica che la portò ad assumere caratteristiche vistosamente  de follia, in questo caso- stavo a dì dunque ste due tre mesi fa inviaronmi un cablogramma tipo come in alfabeto morse:
-Meripo’ presi biglietti per andare da Madonna
Io che ancora aspetto quelli per ottenere una risposta da Monsignor Fisichella ho esultato non poco, compiacendomi del gerarchico e mistico salto di qualità con le interessate.

Un successivo cablo esplicava le coordinate di latitudine e longitudine: 16 giugno ore 21 Firenze stadio Franchi. E dunque noi domani andiamo. Ora c’è da dire che loro due sono pischelle, percepite sia chiaro, io meno. Percepita. Ciò non mi sta affatto impedendo di prepararmi all’evento come neanche a 18 anni per Dalla De Gregori che fu il mio primo.

E dunque son qui a dirvi che mai, ripeto mai, nella mia placida e precedente coniugale vita, mi sarei aspettata poi un giorno che me sarei preparata na borsetta con la tiscerta Pop, la fascetta, il pantaningija e altri generi di prima necessità.

Insomma, dopo una vita di reverenziale ossequio, finalmente io da Madonna ci vado nè Like a virgin e nè Like a prayer: ce vado co ste due pischelle Like a Pop, Very Pop.

Grazie, pupe. E grazie pure a Zuckercoso, che io la Tartaruganinjia l’ho ritrovata là.

Cose delle quali ogni tanto ho bisogno/L’Officina

giovedì, aprile 12th, 2012

Intendo quella dei profumi, di Officina. A Firenze. Quella di Santa Maria Novella. Cioè quella cosa che entri e trovi questo:

Non so perché io ogni tanto abbia bisogno di entrarci. Ma è proprio una necessità fisiologica fisica. Tipo venerdì scorso stavo andando a Firenze. Mentre ero sul treno è passato l’omino delle Cocacole e ha detto
-Signora gradisce qualcosa?
E io ho detto:
-Si, un giretto in Profumeria. Ma per ora vanno bene anche le noccioline.

Così siccome doveva venire a prendermi il santuomo, il professor Pi, che infatti è un fisiologico fisico, gli ho telefonato e gli ho detto
-Professor Pi mi scappa Santa Maria Novella, quella dei profumi
E lui ha detto:
-Meripo’ qualsiasi cosa ti scappi prova a vedere se in fondo al vagone c’è una lucina verde in alto con su scritto Toilette

Però poi quando sono scesa dal treno ha detto che aveva parcheggiato nel sottosuolo (3 euro ora o frazione di ora, O’ Renzi icchèpperò mi sembra un tantino haro eh) e mi ci accompagnava.
Così sono entrata. E ho iniziato a girare a naso all’aria e sbalordita come fossi agli Uffizi, che ogni volta io là mi sbalordisco anche se l’ho già visti e li so.
Sta lì dal 1221. Milleduecentoventuno. Mi è sembrata un’eternità. Una cosa che è lì da sempre. E che in qualche modo mi rassicura, visto che in linea di massima tutto passa. E finisce. Male, di solito. E qui invece c’è l’eternità della bellezza. Racchiusa in un profumo.
Sono arrivata al bancone e ho iniziato a odorare tutto: spruzzavo, detergevo, toccavo, agitavo, diffondevo. C’è anche la ciotolina coi chicchi di caffè per far riposare il naso.

Poi ho scavalcato i giapponesi e mi sono avvicinata alla signora che stava dietro questo bancone qui sopra e ho ordinato convintamente:
-Vorreeeeeeiiiiiiiiiiiiiii vorreeeeeeiiiiiiiii…………..
Io volevo tutto. Pure il chiostro, che l’hanno appena ristrutturato. Ma insomma alla fine ho preso una busta di pout pourri. Quindici euro. Me l’hanno messa in una bustina di carta bellissima con lo stemma:

Poi, recuperato il professor Pi che intanto scrutava gli alambicchi antichi tipo Mago Merlino, sono uscita portando compuntamente e religiosamente quella busta come contenesse un estratto della Sacra Sindone.

Ora la Sacra busta è a casa. L’ho bucherellata un po’ così esce il profumo. E la casa, per la proprietà transitiva, infatti ora profuma. Ma non di profumo: profuma di bello. E di eternità. Per quindici euro.

P.S.
Come dite? Che ha detto il professor Pi? Ah beh, quando siamo arrivati a casa con la santa busta e gli ho illustrato questa teoria del Sacra Sindone all’odor di genzianella prima è stato zitto poi ha stappato un Brunello di Montalcino, l’ha versato nel calice dei rossi me l’ha messo sotto al naso e ha detto:

-Meripo’, senza nulla togliere alla Sacra Sindone, ti presento il Santo Graal.

Restituire il nome

mercoledì, dicembre 14th, 2011

Samb Modou, Diop Mor. Si chiamavano così i “due senegalesi” uccisi da un italiano a Firenze. Il resto lo abbiamo letto e riletto.

Samb Modou, Diop Mor. Non sono nomi facili e immediati da ricordare ma, presumibilmente, tanti di noi hanno in tasca un diploma di liceo e l’operazione è certamente alla nostra portata intellettuale.

Senonchè Samb Modou e Diop Mor sono stati per ore “due senegalesi”. E a un certo punto Nomfup, su twitter, comincia a scrivere a tutti i direttori di giornale e politici che cinguettano e gli chiede “direttori, che ci aiutate a chiamare per nome Samb Modou e Diop Mor?”. E Marilisa pure, nel frattempo, scriveva che, passate poche ore, già non erano neanche più la notizia di apertura dei siti di informazione.

E allora volevo dirvi che ieri i direttori e i politici e i cinguettanti e il popolo twittero quasitutto hanno iniziato a scrivere “Samb Modou, Diop Mor”. E anche io.

E penso che quando a uno non puoi più ridargli la vita puoi ridargli almeno il nome. E che ridare il nome è un po’ come tenerli ancora un pochino in vita.

Oggi Nomfup è diventato vice direttore di Europa. E Nomfup, ve lo volevo dire, si chiama Filippo Sensi.