Posts Tagged ‘festa della Liberazione’

Una mattina si sono alzati

martedì, aprile 24th, 2018

Io nel 1945, nonostante le apparenze possano far sospettare il contrario, non c’ero. Ma mia madre si.

Tu te ne stai lì a suonare il pianoforte nella tua bella casa in cima ai monti di uno sperduto paese del Molise, che ci hai dodici anni e non lo sai ancora ma hai la sfiga di abitare vicino al Sangro, e a un certo punto il mondo ti si rivolta contro, parlando una lingua che non hai sentito mai, piena di consonanti senza manco una vocale. Perché sì, lei è una di quelle che stamattina mi sono alzata e ho trovato l’invasor.

I tedeschi, in verità, entrarono a casa sua in punta di piedi. Forse, addirittura, bussarono. Poi, in pochi mesi, diedero fuoco al pianoforte, alla casa, al paese e al circondario. Prima, però, si premurarono di devastare tutto, cacciando e disperdendo persone e famiglie. E sì anche lei in qualche modo pensò oh partigiano portami via. Ma lassù non riuscivano ad arrivare nemmeno loro.

Scappò a novembre -da San Pietro Avellana– con un paio di zoccoli e sua nonna, mangiando pane secco ammollato con l’acqua per mesi: si è fatta decine di chilometri a piedi nella neve tra i campi minati e ha visto cose che noi umani è meglio che non ve le racconto. E non solo lei perché tanti bambini del ’45 furono salvati soprattutto dalle cure, dall’eroismo e dall’ingegno di altre donne: madri, nonne, zie, comari, vicine di casa.

Fu accolta e in qualche modo salvata a Carovilli, provincia di Isernia. Lasciamoli scritti sempre, questi nomi di luoghi ospitali che aprirono le porte ai profughi, lasciamone traccia.

Oggi mamma ha 85 anni e nonostante non abbia più potuto studiare il pianoforte (ma lo suona comunque a orecchio) sa cosa sia la libertà e quanto costi. E attraverso lei lo so in qualche modo anche io. E ogni volta che ho la tentazione di arrendermi -di fronte a qualsiasi cosa- mi chiedo che storia avremmo scritto se si fossero arresi tutti quelli che non si arresero allora.

Perché è grazie a loro se le genti che passeranno ci diranno oh che bel fior.

Buona Festa della Liberazione a Tutte e a Tutti.

E liberaci dal male

sabato, aprile 25th, 2015

Io nel 1945, nonostante le apparenze possano far sospettare il contrario, non c’ero. Ma mia madre si. Aveva dodici anni. E già non aveva più una casa, una famiglia, un’infanzia: gliel’avevano portate via da due anni.

Tu te ne stai lì a suonare il pianoforte nella tua bella casa in cima ai monti di uno sperduto paese del Molise, che ci hai dieci anni e non lo sai ma hai la sfiga di abitare vicino al Sangro, e a un certo punto il mondo ti si rivolta contro, parlando una lingua che non hai sentito mai, piena di consonanti senza manco una vocale.

I tedeschi, in verità, entrarono a casa sua in punta di piedi. Forse, addirittura, bussarono. Poi, in pochi mesi, diedero fuoco al pianoforte, alla casa, al paese e a tutto il circondario. Prima, però, si premurarono di devastare tutto, cacciando e disperdendo persone e famiglie.

Scappò, a novembre, con un paio di zoccoli e sua nonna, mangiando pane secco ammollato con l’acqua per mesi: si è fatta decine di chilometri a piedi nella neve tra i campi minati e ha visto cose che noi umani è meglio che non ve le racconto. E non solo lei: perché tanti bambini del ’45 furono salvati soprattutto dalle cure, dall’eroismo e dall’ingegno di altre donne: madri, nonne, zie, comari, vicine di casa.

Oggi ha 82 anni e nonostante non abbia più imparato a suonare il pianoforte sa molto bene cosa sia la libertà. E attraverso lei anche io in qualche modo so quanto sia costata. Quindi oggi ringrazio soprattutto #ilcoraggiodi tante donne, #ilcoraggiodi ricominciare e #ilcoraggiodi andarsi a riprendere sempre la libertà. A qualunque prezzo.

Buona Festa della Liberazione a Tutte e a Tutti.

Marzabotto, #ilcoraggiodi imparare dalla storia

mercoledì, aprile 22nd, 2015

“Ecco una cosa che ho capito: che molti vogliono ammazzare qualcun altro. Ma non ho capito perché”

La guerra raccontata in un tweet, con gli occhi di una bambina. Anche questo è  “L’uomo che verrà”, un film di Giorgio Diritti (se ne era parlato pure qua) quello di “Un giorno devi andare”. Brutalmente riassumendo c’è Martina che ha 8 anni. Non parla più da quando le è morto il fratellino. La mamma ora ne aspetta un altro. Per lei è il 1944 in quel dell’Appennino emiliano, per noi che la guardiamo è la strage di Marzabotto vista in diretta con i suoi occhi di bambina.

Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre. Senonché allo spuntar del giorno arrivano anche le SS. Le mitragliate contro vecchi, donne e bambini che vengono trucidati, dopo esser stati rastrellati, arrivano fino alle rosse poltroncine. Vengono chiusi tutti dentro a una chiesetta dopodiché lanciano le granate della strage. Martina, illesa, torna a casa ma trova solo stanze vuote e silenzio.

E’ a quel punto che prende la cesta con il fratellino, esce e gli canta una ninna nanna. Lei riacquista la parola noi un po’ di fiato e  fiducia: eccolo lì, è lui l’uomo che verrà.

Sono giornate di dolore anche queste e ancora uomini che sterminano altri uomini e li affogano davanti a casa nostra e, di nuovo, la quota-parte di cinici ai quali si aggiungono gli idioti da tastiera. Perché se financo la spietatezza a volte si ferma, l’imbecillità purtroppo mai, manco davanti a un’ecatombe.

Ma un’altra frase, di quel film, mi torna spesso in mente:

“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato a essere”.

Se qualcosa Marzabotto e Monte sole ci hanno insegnato a essere è ora di tirarlo fuori.  Che il coraggio, a volte, non ha bisogno di gesti eclatanti: si esercita anche da fermi. Non facendoci trascinare dalla barbarie più subdola: quella che non esplode sui campi di battaglia a colpi di cannone ma avanza, strisciando, a colpi di pensiero.

Da L'uomo che verrà

L’uomo che verrà

mercoledì, aprile 24th, 2013

Andai a vederlo un pomeriggio da sola, fresca di separazione, al secondo spettacolo. In un cinema nel quale non fanno l’intervallo. Che quando si va al cinema da soli il momento peggiore è quello. Ero l’unica sotto i settanta. Anni. Il film era in bolognese stretto, sottotitolato. E dunque stavo gettando le premesse per una disperazione senza ritorno. Eppure quel pomeriggio resta nella mia personale Hall of fame delle scelte azzeccate. Una classifica non affollatissima ma di qualità.

Si chiama “L’uomo che verrà” e il regista è Giorgio Diritti, quello di”Un giorno devi andare”. Brutalmente riassumendo c’è Martina che ha 8 anni. Non parla più da quando le è morto il fratellino. La mamma ora ne aspetta un altro. Per lei è il 1944 in quel dell’Appennino emiliano, per noi che la guardiamo è la strage di Marzabotto vista in diretta con i suoi occhi di bambina. Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre. Senonché allo spuntar del giorno arrivano anche le SS. Le mitragliate contro vecchi, donne e bambini che vengono trucidati, dopo esser stati rastrellati, arrivano fino alle rosse poltroncine. Vengono chiusi tutti dentro a una chiesetta dopodiché lanciano le granate della strage. Martina, illesa, torna a casa ma trova solo stanze vuote e silenzio.

E’ a quel punto che prende la cesta con il fratellino, esce e gli canta una ninna nanna. Lei riacquista la parola noi un po’ di fiato e  fiducia: eccolo lì, è lui l’uomo che verrà.

E’ che viviamo aspettando. Ma è come se in questo 25 aprile avessimo perso anche la fiducia nel declinare i verbi al futuro. A malapena si declina il presente. Anzi certi giorni si declina e basta. Poi mi è tornata in mente questa faccina qui:

e pensando che è da questa e altre immani tragedie che arriviamo forse uno dei più grandi atti rivoluzionari, in questo momento, è proprio credere di poter liberare il futuro. Anche nel senso della declinazione del nostro.