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Simone de Beauvoir, la donna che le donne fece diventare

martedì, gennaio 9th, 2018

“Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc. L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”.

Nulla meglio di quello che lei stessa scrive di sé può raccontare Simone de Beauvoir, nata oggi -il 9 gennaio- 1908, 110 anni fa. Suo padre è un donnaiolo e scialacquatore che ridurrà la famiglia sul lastrico e basta già il matrimonio dei suoi a convincerla “che la vita coniugale borghese era contro natura».

Il suo faro non sarà dunque un marito ma l’indipendenza. Che prende la forma di una laurea, nel 1927, in filosofia -tesi su Leibniz- seconda in graduatoria dietro Simone Weil e prima di Maurice Merleau-Ponty, sposato, che avrà una relazione con la cugina, e prima passione femminile della de Beauvoir, Zaza Lacoin. Zaza, ostacolata nel suo amore “sconveniente” per Maurice, alla fine si uccide. Il matrimonio e la rigidità delle convenzioni a quel punto, per Simone, diventeranno un vero e proprio abominio.

Ed è per questo che quando un perdutamente innamorato Jean Paul Sartre le chiede di sposarlo lei lo spiazza controproponendo una relazione aperta fra uguali che preveda la sincerità assoluta sulle storie parallele. Siamo, lo ricordo, in un’epoca in cui il ruolo riconosciuto di una donna è quello di essere principalmente madre e moglie. «Ho bisogno di Sartre ma amo Mathieu», confessava Simone (il Castoro) al suo diario.

Simone diventa invece la madre del niente-è-impossibile, niente-è-vietato, neanche alle donne.
Simone o del secondo sesso che poi è il primo, Simone convinta che «donna non si nasce, si diventa» e dunque non conta la nascita bensì l’autodeterminazione.

Ma il centro della sua vita non sarà -e sì che lo farà- rivoluzionare la storia del pensiero intorno alle donne: il centro della sua vita sarà scrivere. E tramite la scrittura imporre il punto di vista delle donne. Scrive occupandosi di politica, di filosofia, di costume. E soprattutto scrive da donna di questioni di uomini.

Tutto intorno la storia infuria, l’occupazione nazista di Parigi, la guerra civile spagnola sembrano imporre una battuta d’arresto a quel Tutto-si-può e invece poi arriverà la Liberazione.

“La libertà è intera in ognuno. Soltanto perché nella donna rimane astratta e vuota, non può essere autenticamente assunta che nella ribellione: è questa l’unica strada aperta a coloro che non hanno la possibilità di costruire niente; è necessario che rifiutino i limiti della loro situazione e cerchino di aprirsi le strade dell’avvenire; la rassegnazione non è che rinuncia e fuga; per la donna non c’è altro mezzo che lavorare sulla propria liberazione. Questa liberazione non può che essere collettiva, ed esige prima di tutto che si compia l’evoluzione economica della condizione femminile”.

Liberazione. Questa forse potrebbe essere la parola che ci consegna ancora oggi Simone de Beauvoir: ma una Liberazione che non arriverà con nessuno sbarco esterno di soldati. Arriverà solo se la faremo noi. Da sole. Perché “Nessuno deciderà per te, neanche il destino”.

E arriverà, quella Liberazione. Perché possiamo. Possiamo tutto.

Nell’ultimo periodo della sua vita non si sottrae neanche al problema e al tabù della vecchiaia sulla quale scrive pagine memorabili ne La terza età (1970).

Simone de Beauvoir

Muore il 14 aprile 1986 e viene seppellita nel cimitero di Montparnasse a Parigi accanto a Jean-Paul Sartre. Atea come lui scriverà della morte del suo compagno e della sua ne La Cérémonie des Adieux  non sottraendosi alla verità fino alla fine:

«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così. E’ già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».

Perché Non, elle ne regrette rien.

 

Scusate se resisto

lunedì, novembre 24th, 2014

Quando ho visto Paola Cortellesi annunciare ai colleghi inglesi del grande studio di architettura made in London “Beh io torno in Italia” ci ho rivisto Grace. Stesso sconcerto dei colleghi inglesi, stessa nostalgia sua.

Quando la Cortellesi l’ho vista spacciarsi per l’architetto Bruno Serena, rinunciando ad essere Serena Bruno per poter presentare un piano di risanamento architettonico di Corviale, Roma, ho pensato a Shylock, che per altro avevo seduta accanto.

Quando ho visto vomitare di nascosto una delle architette nel megastudio romano, ho pensato a tutte quelle che ancora devono firmare dimissioni in bianco e assicurare che No, non tengo e non terrò mai famiglia.

E quando ho visto Lunetta Savino sacrificare la sua vita per vivere all’ombra del suo capo, essendo lei la vera mente e suggeritrice delle strategie urbanistiche, ma relegata ufficialmente a portargli caffè e distribuire bottigliette d’acqua alle riunioni, ho visto e rivisto una schiera di silenziose ancelle ombra che passano la vita a rendere celebri altri, a coprire le loro cazzate, a intestarsi i loro fallimenti.

E’ un film da ridere. Ed è un film da piangere. Soprattutto non è un film: c’è tanta verità. Vera è Serena Bruno alias Bruno Serena, nata “ad Anversa, no non quella del Belgio, quella degli Abruzzi”, capofila di tutti quei cervelli e cervellesse in fuga dal Bel Paese per arricchire di soldi e intelligenza il mondo salvo poi follemente decidere di tornare  in Italia arrabbattandosi alla meno peggio. Vero è il progetto di Chilometro verde

la riqualificazione di Corviale approvata dal Comune di Roma e realizzata da un architetto donna che esiste veramente e si chiama Guendalina Salimei. Vero, e particolarmente figo da quando si è separato è Roul Bova-Francesco, omosessuale con ex moglie e figlio a carico, che ci porta con sé nella corsa a ostacoli di un surrogato di omogenitorialità.

E vero è quel senso di rivincita, di riscatto, di rivolta che Serena-Bruno-Serena mette in moto in tutto il cast fino all’ultima fila di spettatrici e spettatori del cinema. Che davvero alla fine ti alzi dalla poltrona con un unico intento programmatico: mobbasta. Mo’ veramente basta.

Non è un film femminista: è un film mobbastista. Dunque potete andarci anche se, adagiate sulle conquiste pagate da quelle di prima, ora siete libere di dire “Basta femminismo”. Lo capisco, la parola non entusiasma neanche me e pure il contenuto avrebbe bisogno di una cura d’urto. Purché si tenga comunque presente che “la sfida delle ragazze del Basta femminismo” rischia di infrangersi al primo conato di vomito da gravidanza di una di loro in uno studio notarile, legale, di architettura e quant’altro.

Magari ne riparliamo quando dovrete spacciarvi per altri, maschi, per poter arrivare da qualche parte. Scrivere al posto loro. Mettervi in ombra per non destabilizzarli. Accollarvi le responsabilità dei loro fallimenti lasciandogli sempre il proscenio illuminato. Costituire l’alibi preferito per i loro personali insuccessi. A casa come al lavoro.

Non so dove vogliate arrivare e con quali mezzi, ragazze. Intanto -per vedere qualcosa di ciò che potrebbe aspettarvi- cominciate con l’andare al cinema. Magari anche a Corviale.