Posts Tagged ‘felicità’

Belle da impazzire

domenica, maggio 22nd, 2016

E’ stato Francesco a scrivermi “Meripo’ vai a vedere La pazza gioia, per favore”. E non si può non fare una cosa che una persona a modo ti chiede per favore, di questi tempi. Così sono andata con Shylock. Quello che posso dirvi è che bisogna infatti sempre ascoltare Francesco. Il film pensavo parlasse della pazzia invece parla della gioia. Che mi sa che in certi casi coincidono.

L’altra cosa che posso dirvi è che a un certo punto mi s’erano appannati gli occhiali e tiravo su col naso e dunque magari qualcosa me la sono persa ma insomma lei Micaela Ramazzotti dice a lei Valeria Bruni Tedeschi

-Dove andiamo?
-A cercare la felicità
-E dove si trova la felicità?
-Nei posti bellinelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili

Ecco. Volevo dirvi questo. Circondiamoci di posti belli, di tovaglie di fiandra, di vini buoni e di persone gentili.

Dice Meripo’ ma che sei matta? Magari.

La pazza gioia

Di regola io ne conosco una sola

lunedì, dicembre 21st, 2015

Non ricordo precisamente quando sia successo e forse è successo poco a poco, forse addirittura a mia insaputa. Sarà che non ho figli fuori, sarà che non ho più manco il fanciullino pascoliano dentro ma a un certo punto il Natale non mi è piaciuto più. Non mi ci trovo bene dentro. Vivo la frenesia dei giorni precedenti con disagio, a tratti con paura. Mi aggiro sperduta fra le vetrine risalendo controcorrente a mo’ di salmone le fiumane umane ipereccitate dalle lucine. Attendo con terrore il triduo 24-26 con replica 31-2 (il 2 è per gli avanzi).

Il punto è, è ora di dircelo bellimiei, che a Natale si litiga. Si litiga più che nel resto dell’anno. Si litiga e ci si incazza. Soprattutto per telefono. E gli autobus sono un florilegio di chitemmuorti: perché dobbiamo andare dai tuoi. Perché devono venire i miei. Quella l’anno scorso se l’è cavata con una pianta. Ah ma io mi son stancata di cucinare per tutti.

E io vorrei solo spegnerle. Quelle che litigano e pure le lucine. Non mi fa onore e lo dico con quel dolore che spesso accompagna la consapevolezza dell’età adulta. Che qua potrebbe essere proprio la vecchiaia conclamata.

Insomma stamattina, mentre ascoltavo le conversazioni incazzate sul bus e mentre anche io maturavo avversità interne ed esterne, m’è venuto in mente di fermare l’autobus. E gridare a squarciagola la formuletta che ho rinvenuto nel Kurt Vonnegut del “Quando siete felici fateci caso”: «di regola io ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo».

La vita è complicata. E di norma pure in salita. «Quando le cose vanno bene per diversi giorni di fila, è un incidente esilarante», annota ancora Kurt. E dunque quando siete felici fateci caso. Ma soprattutto astenetevi il più possibile dal rendere inutilmente tristi gli altri. Che ne hanno già a sufficienza da superare. Poi, adempiuto questo sacrosanto dovere, fate quello che vi pare. Anche andare in giro con le lucine.

E ora può pure ripartire l’autobus.

Natale luci e cagnone

Dire, fare, inseguire

sabato, novembre 8th, 2014

“Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Se hai un sogno tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non la sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto.”

L’altra metà del cielo decida anche in terra

venerdì, novembre 15th, 2013

Non è un argomento a prima vista appaiabile a un blog sentimentale e invece potrebbe rivelare delle sorprese.

Lei è una delle donne più potenti della Chiesa, si chiama Maria Voce ma non parla quasi mai. Stavolta però due cosette me le ha dette. Tipo: ma quale donne sacerdote, cerchiamo piuttosto di entrare dove si decide sul serio. Non le piacciono le quote rosa (manco a me): ma il Movimento dei Focolari, del quale è Presidente, è l’unico che abbia stabilito per Statuto che a guidarlo sarà sempre una donna. Ha preso 3 voti, nel senso castità povertà obbedienza, ma sprona le donne in politica a prenderne il più possibile:sono più brave e più attente alla “felicità”. Gli uomini? Esercitiamoci “a collaborare” con loro.

L’intervista è qui.

Verso San Valentino/Cosa c’è, cara? Niente. Come, niente?

lunedì, febbraio 13th, 2012

L’ultima convivenza biennale essendosi frantumata giusto poche ore fa (che la mia amica comunicommelo stamane via mail) in seguito a frasi avventate pronunciate al termine di giorni all’insegna del gelo metereologico e non solo, riterrei utile fare il punto su alcune locuzioni la cui brevità è di norma direttamente proporzionale all’ampiezza di casino che riescono a innestare.

A questo proposito mi sovviene che nel fondamentale tomo “Istruzioni per rendersi infelici” che, ve lo voglio dire, è giunto alla diciannovesima -ripeto: diciannovesima- edizione, l’estensore -dall’impronunciabile cognome di dieci lettere con sole tre vocali, tal Watzlawick- ci rende edotti sull’attitudine all’assiduo esercizio del sospetto e della pippa mentale che, di filato, pur proveniendo da autostrade di piena soddisfazione e gioia potranno condurci nell’agognato vicolo cieco della perfetta infelicità. (L’attitudine attraversa trasversalmente i due sessi ma tende ad attecchire prevalentemente tra le donne).

E dunque anche lì si dimostra che il primo passo per costruire un futuro di piena e appagante infelicità amorosa è partire dall’assunto che “poiché io lo amo non posso credere che egli mi ami”: qualora lo credessi è invece fondamentale iniziare a portarsi avanti col lavoro e convincersi dell’assoluta infondatezza dell’idea di essere da lui in qualsiasi modo corrisposte e dunque stanarlo e metterlo di fronte all’innegabilità dei fatti: bene che vada non vi desidera quanto lo desiderate voi, non vi ama quanto voi, non gli mancate quanto lui vi manca e non ci tiene quanto voi tenete a lui.

La tempesta si preannuncia, di norma, per telefono e nel seguente modo:
DRIIIIIINNNN
-Ciao, tesoro (lui, squillante e tutto su toni alti)
-Ciao (lei, monocorde e sottovoce)
E’ qui che di solito si commette il primo tragico errore. Lui chiede:
-“Che c’è?” barra “Che hai?” barra “Che succede?”
Ed è qui che lei risponde:

-Niente

Niente è la notifica della  linea Maginot. Dovreste fermarvi e arrendervi. Invece continuate:

-Come, niente?

Ed è con questa domanda che vi condannate: nel sistema binario maschile (on-off ) due indizi contrastanti vanno ricondotti a uno. Nel sistema multiplo femminile manco per niente. E al “come, niente?” è già troppo tardi per tutto: per compiere un’onorevole ritirata come per ingaggiare ore di travaglio che potrebbero condurvi comunque a un parto podalico senza cavarne un beneamanto piffero.

Perchè lei risponde:
-Niente, niente (due volte, ribaditivo e seccativo)

“Niente, niente” è il secondoo warning: è il declassamento ad AA di Fitch. Ma voi, maschi, pensate di avere un fondo salva stati e anche un discreto fondoschiena che comunque vi ha sempre tratti in salvo dai guai. Qui non è così. E, spazientiti, ripartite:

-Beh non direi. Ho fatto qualcosa?

“Ho fatto qualcosa?”, lungi dal tranquillizzarla con implausibili assunzioni di responsabilità la terrorizzerà definitivamente confermandole che quindi sì, ci avete ‘na coda de paglia lunga quanto la cometa di Halley.

E però voi insistete:
-Allora, dimmi, che ho fatto?

Siete al credit crunch: fallimento assicurato. Libri in tribunale. Da “Allora, dimmi, che ho fatto?” non potrà tirarvi fuori manco il si al maxiprestito della Merkel: quello che avete fatto lo sapete benissimo, lei se l’è solo immaginato come peggiore delle ipotesi, eppure eccovi qui a sfidarla con una frase che -tradotta in donnese- è: evvabbè, già che lo sai allora vediamo se la sai tutta.

Vi dovevate fermare a “Ciao, tesoro” e al suo funereo “Ciao” riattaccare subito.

Io so’ venti righe che ve lo sto a dì ma vedo che insistete. E allora fate come caspita vi pare. Poi però non venite a lamentarvi se quella poi la sera vi mette in regime di amministrazione controllata della libidine, ve la sospende cautelarmente e poi definitivamente.

Di come la tristezza delle arance può aiutare la felicità delle persone

giovedì, aprile 28th, 2011

Il presente post è un po’ lungo. Ma contiene ipotesi di formula risolutiva delle incomunicabilità sentimentali (insomma, sono quarant’anni che ve state a disperà di domande, senza manco una risposta: potrete ben perdere altri quattro minuti, no?)

E insomma è successo che una mia amica ha scritto un libro. Un libro di economia, mi aveva detto. Che io sto all’economia come Berlusconi alla democrazia. Però lei è molto mia amica. E io il libro l’ho comprato l’altroieri che pioveva (Robè, io te voglio bene però te l’ho già spiegato come sto io con l’economia) e costretta in casa, mi sono detta, leggo. Che almeno il titolo, in quanto tenutaria del presente blog sentimentale, mi intrigava: “L’economia del noi”.

E che ti trovo? Ti trovo che intanto, scusa eh, ma mica è un libro di economia: ma di storie di persone. Che si sono messe insieme a cercare di risolvere cose che non riuscivano a risolvere da soli: fare la spesa pure per i vicini (i gruppi d’acquisto, che si risparmia un sacco), abitare un po’ insieme un po’ no (il cohousing, ognuno la sua casa ma anche spazi comuni tipo la cucina, che se ti capita Marilla vicina di casa hai svoltato, tipo), altri che prestano soldi a tasso zero alle Piagge perché c’è chi li presta a loro, insomma cose così.

Ma il libro non inizia parlando del pil e manco delle stock opscion ma della “tristezza delle arance”: “A un certo punto gli alberi cominciano a perdere le foglie, gli aranceti si spogliano e muoiono”. E’ un virus degli agrumi. Ma a me è venuto in mente che è un virus pure degli uomini: io, per dire, ce l’ho avuta un po’ di tristezza sentimentale delle arance e ce l’hanno tutti, a periodi, nella vita: si comincia a perdere la fiducia, si spoglia il cuore e un po’, giorno per giorno, dentro si muore. Ma senza accorgersene, eh. Anzi, ci sembriamo dei gran fighi, rinchiusi nel nostro cinismo d’ordinanza. Certamente ci sentiamo più al sicuro. E intanto gli aranceti si spogliano e invece noi sempre meno, nel senso figurato -che non ci apriamo più con l’altro- e poi pure letterale, che quando l’amore avvizzisce manco ci va più di spogliarci per fare avete capito bene cosa.

Insomma, a 106 pagine di distanza dalla tristezza delle arance, che ti scrive? Scrive che, tirando le somme, sono tre le cose che hanno portato al successo tutti quelli che hanno dato fiducia all’economia del “noi” e non dell’io: 1) dare importanza alle relazioni tra le persone 2) sostituire la logica del dono a quella dello scambio 3) individuare un bene comune da raggiungere.

Ma non è che niente niente vi risuona pure a voi? No, dico, nel senso che un po’ è vero che viviamo in un tempo e in una società sfigati per l’amore ma un po’ siamo pure noi che abbiamo smesso di crederci, di spenderci, di investirci, di pensare un po’ più in grande. E, oltre al rassicurantissimo tempo indicativo del “per ora”, magari ci farebbe bene cedere e dare credito, poco e in stato di massima allerta sia chiaro, anche un pochino al futuro.

Vabbè mica lo so se mi sono spiegata. Sapete che c’è? Comprateve sto libro e poi mi dite: al massimo, se non risolvete manco stavolta i problemi sentimentali, vi potete aggregare a un gruppo di acquisto solidale o andare a vivere in cohousing.

Iz uanderful

venerdì, ottobre 1st, 2010

Alla vigilia di un ennesimo Superenalotto-record ci è gradito rifletterci un po’ su.

In pillole: c’è uno che quindici anni fa era un manager della Sisal ma non aveva vinto niente manco lui e oggi va in barca e scrive. Ieri aveva molto stipendio e oggi ha molta felicità e dice che pure noi possiamo.

Versione long:
Tempo fa sono stata alla presentazione del libro di Simone Perotti Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita” (nel frattempo ne ha già pubblicato un altro).“Il primo manuale sul downshifting scritto da chi è riuscito a cambiare la sua vita (senza essere ricco di famiglia o vincere al SuperEnalotto)”, si specifica.

Senonchè osservando questo Simone Perotti in maglietta, che vive di lavoretti e di charter in mare, tenere incollata per due ore filate la platea alle sue labbra che nel frattempo si deliziavano sorseggiando ogni tanto una birretta, mi sono ricordata di un Simone Perotti che, saranno almeno quindici anni, andai a intervistare per un settimanale mentre impazzava – pure allora- la febbre del 6.

Quel Simone Perotti era il capo delle relazioni esterne della Sisal e si presentò con un’efficienza milanese e un’eleganza manageriale che giudicai direttamente proporzionali alla potenziale stronzaggine del ruolo. Cioè tanta. Senonchè, dopo un avvio decisamente ruvido -dovuto probabilmente al fatto che io ero lì per dimostrare e fargli dire che era tutto un imbroglio e lui per dimostrare e farmi scrivere che non lo era- quel Simone Perotti con le cifre sulla camicia, sparigliò. (La fedeltà del colloquio intercorso risente del quindicennio intercorso).

“Scusi ma che probabilità ci sono di vincere a ‘sto SuperEnalotto?”
“Nessuna, direi”
“Eh?”
“Una su 620 milioni. Quindi, praticamente, quasi nessuna”
“Aha, allora è un imbroglio”
“Niente affatto: la gente non compra una vincita, compra un sogno e lo paga un euro. Direi quasi un affare”.

Simone Perotti, quello, pare che a un certo punto mentre stava imbottigliato sul Raccordo anulare, abbia sbroccato. Succede: gente che scende, impreca, urla, randella il vicino con il cric.
Simone Perotti, quello, no: pare si sia recato molto civilmente dal suo capo (ma ci ha messo dodici anni per uscire dall’ingorgo, no, non quello del Raccordo ma quello della sua vita) e si sia, semplicemente, dimesso. Basta aperitivi, cellulare aziendale, stipendio interstellare, casa in centro a Milano, cifre sulla camicia, basta anche strafighe interessate solo alle cifre della sua camicia e del suo conto in banca, immagino.

Downshifting: scalare marcia, vivere meglio con meno. Disoccupato, insomma. O meglio occupato solo con quello che gli è sempre piaciuto fare: scrivere e andar per mare. Matto, insomma.

Ora, alzi la mano chi di noi a un certo punto della vita o della giornata non si è mai detto o ha detto o gli hanno detto: “basta, mollo tutto, cambio vita”. C’è gente che su questo ci ha rimesso il matrimonio, per dire.

Perotti l’ha fatto (no, non rimetterci il matrimonio: mollare tutto e cambiare vita). Non ha avuto neanche bisogno di arrivare fino in Messico o alle Bahamas: sta in un paesino vicino alle Cinque terre. E non è scappato da una vita di fallimenti: ne ha volontariamente abbandonata una di successo che non gli piaceva più. E pare abbia finalmente fatto 13. Nel senso che pare felice. Dico pare perché, per tutto il tempo in cui ci ha ipnotizzati nella saletta della libreria per non dire per tutta la durata di lettura del libro che, cedendo alla fine ho comprato, una sola domanda ha continuato a insinuarsi: dov’è l’imbroglio?

Perché è chiaro che se uno si riprende in mano la propria vita e la riscopre senza più certezze materiali ma più solida, più solitaria ma più libera, più povera ma più vera e nonostante tutto ce la fa e pare pure molto soddisfatto, è chiaro, dicevo, che invece di alzarsi e abbracciarlo, viene solo da chiedersi: dov’è il trucco?

Me lo chiedo ancora, specie adesso che ho finito il libro, quello nel quale ha dimostrato, conti alla mano, come ha fatto.
Simone Perotti sta vendendo a 14 euro il sogno di cambiare vita. Come anni fa vendeva a 1 euro quello del biglietto vincente. E’ così. Deve essere così.

Perché se così non fosse, bisognerebbe smettere di cercare il trucco in lui e cominciare a cercare un po’ di coraggio in noi.

L’approssimata felicità dell’essere

mercoledì, settembre 15th, 2010

A desiderare l’irraggiungibile si può raggiungere la felicità?

Risponde il Professor Pi

Cara Felicemente Anticoronamentale,
la felicità: ci tendiamo ma è come la ricerca del limite.
I matematici, che sono dei teorici, non sono contenti se non ci arrivano, al limite.
I fisici, gli ingegneri, tutti gli applicati in genere, sanno bene che ciò che conta, ed è sufficiente, è avere un valore approssimato del limite che, come non bastasse, tenga conto anche dei limiti degli apparecchi sperimentali.

Credo, con molto rispetto, che questo possa essere l’apologo per le questioni d’amore.

Tendiamo all’assoluto, ma poi ci accontentiamo dell’approssimazione che è più vicina ai nostri limiti sperimentali, aneliamo al pieno coinvolgimento ma poi ci accontentiamo di una sua approssimazione che, ovviamente, è diversa per ognuno di noi.
Ecco, a me pare, visto che Meri Pop me lo chiede, che la nostra amica Felicemente Anticoronamentale sia una sperimentale ed abbia scelto qualcosa che, non essendo il limite, le lascia un epsilon (cioè una misura che, se pur piccola, non è zero) spazio di manovra.

(Informo la gentile utenza che, con questo, siamo al post N. 150 – E che ‘sto fatto che il professor Pi passi dal teorema di Fermat a Don Backy a me mi fa impazzire. A me mi. Proprio)

Matas Blanca

lunedì, settembre 13th, 2010

C’è un’isola nell’Atlantico che si chiama Fuerteventura.
C’è una casa incastonata su Fuerteventura che si chiama Matas Blanca.
C’è stato un tempo, non molto lontano da questo, in cui andavo spesso a Fuerteventura.
C’era una strada, a Fuerteventura, che mi portava a casa passando da Matas Blanca.
Da Matas Blanca si veniva irresistibilmente attratti, come Ulisse dalle sirene, con un’inspiegabile voglia di accostare, scendere e andarle incontro.
Matas Blanca è stata un tempo una vecchia e nobile casa coloniale, oggi abbandonata a se stessa e all’Atlantico con il cartello “Se vende”.
Cigola, scricchiola, arrugginisce, si copre di rovi. A conferma che il fascino non sta mai nella perfezione.

A Matas Blanca si entrava scavalcando recinti e divieti, poi le si girava intorno sorpresi da un silenzio spettrale interrotto solo dal rumore delle onde dell’Atlantico e dal sibilare del vento. Ma Matas Blanca ha sempre avuto un prezzo di vendita folle, ingiustificabile. Tutti si chiedevano perchè, mentre passavano gli anni, il prezzo non scendeva e per Matas Blanca non arrivavano offerte. 

Ho ripensato a lei mentre ero in Africa, forse perché le sta di fronte ma dalla parte del Marocco.
Non ne ho più saputo nulla e a Fuerteventura non sono più andata.
Ma da lei torno ogni tanto.
Chiudo gli occhi, accosto, scendo.
E forse, stando in Africa, l’ho anche capita: il senso di Matas Blanca non è quello di essere comprata ma desiderata. E’ un luogo dell’anima, è il nostro “altrove” possibile.

Matas Blanca, finché non sarà di qualcuno, sarà di chiunque. Certamente sarà ancora mia anche se, come immagino, non tornerò più a Fuerteventura. Perchè non potrei mai sopportare di sapere che, alla fine, quel prezzo è sceso e che qualcuno ha comprato la mia Matas Blanca.

Conclusione: chissà se, a desiderare l’irraggiungibile, si scopre anche la chiave della felicità.

Perchè Matas Blanca è come la persona più desiderabile: cioè quella che non potrai mai avere. E che perciò continuerai sempre a volere.

Magari scoprendo che, a volte, continuare a desiderare può essere più emozionante che riuscire a possedere.

(L’occasione mi è gradita per riproporvi questo giro del mondo: buon viaggio)

Non osi separare l’uomo ciò che il mutuo unisce

mercoledì, luglio 21st, 2010

Cara Meri Pop,

quando abbiamo letto il tuo post di auguri per i 20 anni di felicità io e Nello (lui mi dice che è meglio Nello ed io, ma a me non piace) ci siamo guardati negli occhi, rapiti, un po’ stupiti, certamente inebetiti, quasi commossi. Io gli ho detto: “dimmi 239”. Lui mi risponde: “ma non era 33?”. Sì, era 33 quando non avevi paura che il medico ti segnasse medicine a pagamento.

Perché vedi Meri Pop, anche per noi vent’anni sono tanti e quando ci arriveremo saremo felici. Tu penserai, come fai a essere così sicura che ci arriverete?
Ci arriveremo, ci arriveremo. Ora siamo a -239 delle 240 rate di mutuo, l’unico rito ufficiale con cui ci siamo uniti (alla circoscrizione c’era troppa fila, il giorno in cui volevamo fare il cambio di residenza). Di fronte a testimoni che non si potevano scegliere, con un notaio a celebrare e una marcia più funebre che nuziale ad accompagnarci negli uffici della banca.

-Volete voi, Tina e Nello (lui mi dice che è meglio Nello e Tina, ma a me non piace), unirvi in questo mutuo ventennale, nel favorevole o sfavorevole tasso d’interesse, finché estinzione non vi separi?
– No, non lo vogliamo, ma lo dobbiamo fare per forza.
– Siete disposti ad essergli fedele sempre, ad amarlo, ma soprattutto onorarlo, per tutti i giorni della vostra assicurazione sulla vita?
-No, ma non c’è altra strada.
– Bene, vi dichiaro debitori per i prossimi 20 anni. Non osi la crisi economica separare ciò che il conto corrente ha unito.

 Chiavi in mano, entriamo per la prima nel Grande Tinello da proprietari. C’è vento quel giorno. Ci guardiamo rapiti, un po’ stupiti, certamente inebetiti. Poi andiamo alla finestra. Forse saranno vent’anni di felicità, come speriamo. Sicuramente, nessuno ci toglierà vent’anni di spifferi.
Tina e Nello (2 – continua)