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A tutto il meglio che ci meritiamo, eccheccavolo

sabato, dicembre 24th, 2011

Questo post esce per farvi gli auguri e poi se ne torna in aeroporto. Che io a quest’ora dovrei essere in qualche imbarcadero di imbarcaggio su una tratta  Roma-Cairo-Addis Abeba. E vi penserò. Tanto. Perché io, senza sto blog e sto Fèisbuc e ora pure sto Twitter chissà invece dove sarei a quest’ora. A terra, credo. In tutti i sensi.

Tribù Karo, Omo river

E insomma a me scrivere ha fatto anche un po’ volare. In senso figurato. E anche no. Mi ha fatto prendere aerei per Paesi che manco avevo mai sentito nominare, per dire. Ma mi ha fatto soprattutto raddoppiare il tempo della vita: una la vivo e una la racconto. E raddoppiare contestualmente anche il tempo dei viaggi: uno lo faccio con il professor Pi e i compagni del primo viaggio e uno lo rifaccio con voi quando torno e ripartiamo perché ve lo racconto. E lo capite che, mentre per il primo c’è una quota da pagare, quello con voi è impagabile. E di questo non solo vi ringrazio ma proprio vi meripoppo.

E ci auguro tutto il meglio che ci meritiamo. Che ce lo siamo meritato eccome. Eccheccavolo. E buon Natale. Oh.

(E vi metto questo che a me senza questa musica non è Natale. E questo video mi fa impazzire, che fra l’altro il direttore mi sembra Harry d’Inghilterra)

Ci vediamo l’8 il 9 gennaio. Che mi date un’innafiata alle piante? Ah e spegnete le luci prima di andarvene la sera. Se poi v’avanza qualcosa del cenone lasciate pure in frigo. Inoltre… e vabbè ho capito che vi sto scassando i cabbasisi e allora ciao eh. Cià.

E allora com’è che si incontrano solo sòle?

mercoledì, novembre 23rd, 2011

Dunque allora la teoria era che “qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari”.  Trattavasi della teoria dei “sei gradi di separazione”. 

Ora pare che, grazie a Facebook, i sei si siano ridotti a cinque anzi 4.74 e in caso di connazionali scendiamo a 3 passaggi.

Allora mo’ scusate io vorrei sapere solo una cosa: come mai è assolutamente impossibile trovare non dico l’uomo ideale ma almeno uno decente, porcamiseria? E perché Facebook al diminuire degli intermediari ti avvicina prevalentemente solo alle sòle?

Chi lascia la strada vecchia per la nuova mo’ sa quello che trova

mercoledì, novembre 23rd, 2011

(segue saga)
Ilmaritodellamicamia, esaurite le formalità della stretta di mano e del benarrivati, non riusciva più a riprendere la parola dal sabato pomeriggio fino alla domenica sera.

Lamicamia, Lamicasua ora anche mia e Lamicosuo pure e io ci precipitavamo in una no-stop di ore trenta interrotta solo da arrosticini, affettati, formaggi, salamini e Montepulciano in quantità industriale, intervallata anche da marmellate, torte, biscotti, mieli, tartetatin e associati della colazione successiva.

Il resto è consegnato alla storia. E alla geografia. E al fatto che come te nessuno mai, caro questoweekend. Che tutta una vita a rifiutare caramelle dagli sconosciuti per poi piombargli direttamente in casa.

Insomma l’ho fatta parecchio lunga però questo,alla fine, vi volevo dire: prendetele, ste caramelle. Nel senso buttiamolo, ognittanto, il cuore oltre l’ostacolo. Che oltre a fare più fico che scavallarlo inciampandoci sopra capita che magari vi scoprite pure Sotomayor.  Ah si, certo che avevo paura. E anche questo vi volevo dire: la paura è un buon segnale. Che fare cose che non ce ne mettono almeno un po’ alla fine può rivelarsi un bel duepalle.
E chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia e mo’ sa pure quello che trova.

Mettiamola così: dovendo scegliere tra una cosa che vi mette un po’ d’ansia e una liscia famo che qualche volta scegliamo la più difficile. Ho detto qualche volta. Non questa che state pensando mo’. Che ve conosco, mascherine.

Quando sai chi ci hai sai pure dove sei

martedì, novembre 22nd, 2011

(segue da ieri)
Per aggravare una situazione già complessa, la vostra qui presente accettava dunque l’invito dalla Lamicasua mai vista né sentita, per numero due giorni consecutivi di foolish immersion con incorporato incontro con altri due avventori Amicisuoi ma ipotetici anche Amicifuturimiei. Senonché, digiamolo, se non fosse che abbiamo cinquant’anni ‘na certa e non 16 (ma Lamicamia e Lamica2 di meno, di 50 intendo, non di 16) sarebbe stata una gran figata.

Solo  al momento di spiegarlo a mia madre mi rendevo conto della situazione, cioè da abordo della corriera quindi un po’ tardi per ripensarci.
Driiiinn
-Meri sono mamma, dove sei?
-Su una corriera
-E dove vai?
-Non mi ricordo bene. Ma mi vengono a prendere
-Chi ti viene a prendere?
-Lamicamia
-Ah mi fa piacere e chi è?
-Non lo so
Silenzio
-Non l’ho mai vista. Ma ci siamo scritte un sacco
-Allora forse era meglio farne una pubblicazione, non un weekend
-Si forse faremo anche quella. Vabbè mamma ci sentiamo quando torno
-Ma quando torni da dove?
-Da qui. Ciao
Clic

Così Lamicamia è venuta a prendermi alla pensilina della corriera ma subito prima mi ha telefonato (che il numero, almeno quello, ce l’avevamo): e mentre il coso squillava io un po’ ho avuto, per la prima volta, paura. Che la voce è importante. Come dare la mano. E se ci ha la voce moscia? Non ce l’ha. Pfiuuu. Anzi, squillava più del telefono. Ha detto “Meriii guarda che io sto scendendo dalla collina, arrivo eh”.

Infatti poi lei è scesa e io sono salita. Sulla macchina. E mi ha portata all’autolavaggio. Io non ero mai rimasta dentro alla macchina, all’autolavaggio. Cioè solo quando ero piccola. Poi mi hanno fatta sempre scendere e invece a me stare sotto ai rulli mi piace un sacco. Così sul fiume inarrestabile di parole e squilli che ci stavamo catapultando addosso, ha iniziato a scendere pure la schiuma. E siccome l’autolavaggio è parecchio rumoroso pure noi alla fine urlavamo in una nuvola di Carwash “E ALLORA QUANDO M’HAI CHIAMATA HO PENSATO SPERIAMO CHE NON è MOSCIA”. E altre cose così, da signore.

Che io poi ho pensato: mai nessuna al primo appuntamento m’aveva portata all’autolavaggio. E però dopo anche in una bellissima piazza, al bar all’aperto che il sole ci baciava. E dopo “lesignorecosaprendono?” s’è sentito un coretto all’unisono di “uncaffèmacchiatocaldograzie”.

Era fatta. Suggellate davanti a un parzialmente scremato. Mi ha presentato mezzo paese, che chiunque passava la conosceva, in senso buono. E poi sono arrivati gli altri due Suoiamici. E lì io ho avuto un altro po’ di paura perché lei lo sapevo come scriveva, cioè molto bene. Loro non sapevo niente niente e neanche mai ci eravamo scritti; ma essendo Amicisuoi avevo però capito che Lamicamia magari è tanto buona ma uno/a che non ha dimestichezza col congiuntivo e coi cani MAI.

Anfatti. I miei 25 lettori immaginino ora un altro tavolino di un altro bar all’aperto di un gran bel posto che eravamoquattroamicialbar, ma proprio che avevamo un sacco di cose da dirci, che era tanto che non ci vedevamo. Da mai, io. Epperò io non lo so com’è stato ma ci siamo mipiaciuti pure al bar. Credo. E insomma si è fatta ‘na certa. E siamo andati tutti a casa della Lamicamia. Qui:

E la mattina, quando mi sono svegliata, fuori della finestra c’era questo:

E questo:


E che altro vi devo di’? Ah si, che io un silenzio così silenzioso non l’avevo mai sentito. E però non mi ricordavo più dov’ero.
Così ripensando a “quando sai chi sei sai anche chi vuoi con te” io ho pensato: Mattugguarda, che quando sai chi ci hai sai pure dove sei. A casa.
(segue. aò io me sto a invecchià e ho perso un paio di occhiali, il collagene e pure la sintesi)

Buon compleanno puravvoi che vi wwwoglio bene

lunedì, novembre 14th, 2011

Oggi è il compleanno del web, che il vuvuvù compie vent’anni. E non so perché ma la prima cosa che mi è venuta in mente è stata Futura, la canzone di Lucio Dalla.

E siccome “chissà chissà domani su che cosa metteremo le mani, se si potràcontareancora leondedelmare e alzare la testa” intanto oggi mettiamole pure sulla tastiera, le mani, per dire due cose. Che in effetti “dove sono le tue mani” ormai il posto dove stanno più spesso è sulla tastiera. Ma sta tastiera mi ha portata tante volte anche dalle persone, in carne e ossa.

Io, per dire, due anni fa a quest’ora pensavo di essere arrivata al capolinea. Di me. E proprio non ce la facevo a pensare al futuro e veramente manco al presente. E che è successo? Che a uscire fuori da questo casino mi hanno aiutata un sacco di persone. In carne e ossa, che proprio m’hanno trascinata giù da scalinate, tirata indietro da precipizi, cucinato cose buone, passato fazzoletti di carta, rimboccato coperte, prescritto Xanax (ma non l’ho preso, però ce l’avevo). E tante altre mi hanno scritto. Qui sopra, su Facebook e da un pochetto pure su Twitter. I socialcosi.

Insomma io poi su sto web ci ho anche iniziato a viaggiare: prima solo a navigare. Col mouse. Ma poi ho proprio preso gli aerei, i treni, i pulmini, le jeep. E si perché il mio primo vero vero viaggio io l’ho iniziato con un clic. “I russi i russi” no e manco “gli americani” ma, per dire, mi so’ ritrovata persino tra gli Afar. Ed è successo pure che “no lacrime, non fermarti fino a domani” che “sarà stato forse il tuono, non mi meraviglio” ma ci ho avuto pure “è una notte di fuoco”. Due. Tre. Insomma, certe.

E allora buon compleanno a tutti noi che sul web ci incontriamo, ci scriviamo, ci litighiamo, ci piaciamo, ci mipiaciamo, ci innamoriamo, ci clicchiamo e poi ci viene pure voglia di ci incontriamo. E “aspettiamo, senza avere paura, domani”.

Monelleria

giovedì, ottobre 20th, 2011

Insomma io una sera me ne stavo a gironzolare su Fèisbuc quando la mia amica Mc scrive che è diventata custode della parola “sfarfallìo”. Seguivano congratulazioni, buffetti, pacche, baci. Tipo proprio come un bambino. Mc evitava, per discrezione, di mettere anche un fiocco sulla sua bacheca ma per il resto il clima era quello.

Così sono andata a gironzolare sul sito che Mc allegava, cioè questo.

Allora vi volevo dire che ne ho adottata una pure io: ho spedito la richiesta e mo’ mi è arrivata la risposta:

Congratulazioni: la tua richiesta di adottare la parola “monelleria” è stata accettata;
Da oggi sarai il custode della parola fino al 14/10/2012

Dice ma Meripo’ che devi fa’? Devi usarla ogni volta che puoi e come si deve. Che poi, preparatevi, loro ti chiedono perché l’hai scelta.
E io ci ho scritto “perché in un mondo di mariuoli solo le monellerie potranno salvarci”.
Capito, monelli?

Zan zan

Just smarried: su Facebook l’allarmatore di zitellaggio

lunedì, aprile 11th, 2011

Donne, è arrivato l’allarmino. Dopo il salvalavita Beghelli ora c’è il salvazitelle di Zuckerberg: “E’ ora disponibile su Facebook una nuova applicazione chiamata Breakup Notifier che vi avvisa quando il vostro lui ideale interrompe la relazione attuale in modo da sapere quando fare la mossa giusta per conquistarlo”. Premesso che è qui che si spiegano gli innumerevoli vantaggi della rivoluzionaria applicazione, per la quale dovrete indicare nome e cognome dell’utente da voi tampinato e della cui riacquistata zitellaggine vi verrà data contestuale notifica tramite email, ora però vorrei sapere:

1) Cosa vi fa pensare che quello voglia riaccasarsi?
2) Cosa vi fa pensare che la dicitura “impegnato”, “fidanzato ufficialmente”, “sposato”, “concubino”, “ostaggio”, possa minimamente oggigiorno scoraggiare chicchessia  dall’accalappiarlo lo stesso?
3) Di norma quella parte del profilo lo pretendono, scritto e sottoscritto, le fidanzate-mogli-concubine-condomine, non il poveruomo: dunque siamo comunque alle false comunicazioni in bilancio.
4) Rendo noto al signor Zuckerberg dei miei stivali che non è la tempistica che manca: è tutto il resto. Quindi o mi avvisi ma mi dai anche le istruzioni per proseguire l’assemblaggio del rimorchio del caso di studio oppure, caro, ti astieni del tutto.

Che acquisire l’informazione che quello è libero, credimi, non solo è l’ultimo dei problemi: è, ormai, del tutto irrilevante.

Che se ami non è mai finita

venerdì, gennaio 28th, 2011
“L’ultimo tentativo, se è vero amore, è sempre il penultimo”.

E’ che ieri notte due notti fa stavo in giro e ho incontrato due mie amiche. Su Fèisbuc, eh. Una aveva postato il virgolettato che sta qui in cima e l’altra le aveva scritto sotto “verissimo”. Undici parole in tutto.

Ora sarà il mio stato di prostrazione post-Dancalia, sarà il post-ribolo che ormai ci circonda,  non lo so. Però mi è successa una cosa strana: che a trovarmi lì, a osservare quelle due donne (belle, toste, intelligenti quindi presumibilmente anche, a tratti, sole) scambiarsi quel piccolo cenno di intesa e solidarietà notturna senza bisogno di dirsi neanche una parola, io ci sono rimasta inchiodata davanti. Volevo aggiungere un commento ma non l’ho fatto. Per non disturbare. 

Che si dice che le donne parlino molto. Ed è vero. Ma le cose importanti, tra loro, sanno dirsele soprattutto in silenzio.

E questa è una: che se ami non è mai finita. Che non vuol dire che l’amore non finisce mai: vuol dire che, finché ami tu, l’amore non ti molla (l’amato magari si, eh, però). E che “stavolta basta” è spesso solo un’intenzione di voto, di vuoto anche. Che riempiamo con un’altra porta lasciata socchiusa, in attesa di sbatterla. Ma magari la prossima volta.

Ecco, pensavo che quando una donna ama davvero potrebbe farlo all’infinito. Per fortuna e per statistica ci pensa la controparte prima o poi a restituirci a noi stesse.

Però pensavo anche che spesso davanti a certi uomini diciamo, come davanti alle sigarette e alla Crema di gianduia di Marilla, “smetto quando voglio”.
Perché l’amore è una dipendenza. E di fronte alle dipendenze si mente. Non è “una mancata verità che prima o poi succederà”: è proprio una bugia.
Che continueremo a ripetere. Perché “cambia il vento ma noi no”. E quindi no che “non andiamo via”. Là stiamo: un passo oltre l’ultimo tentativo.

E  se è vero che “lasciano una scia le frasi da bambine” lo fanno purtroppo pure quelle da cretine. Di norma una scia di lacrime. E qui siamo ancora nei grandi classici intramontabili. Ma con lodevoli, apprezzabili nonché sempre più numerose eccezioni.

Però sapete che pensavo, anche, leggendo le mie due amiche ? Che, “nelle sere tempestose” le donne non chiedono più “portaci delle rose”: le rose, Fiorè, hanno imparato a scambiarsele da sole.

(Grazie a Betta e Francè)

P.S.
Ah e “quello che le donne non dicono” mo’ se lo scrivono. Anche su Fèisbuc.

Che imbroglio se per innamorarsi basta un’ora

martedì, ottobre 19th, 2010

Cara Meri,
conosciuto su Facebook, scocca la scintilla, fiumi di messaggi, chat a manetta, mi piace, gli piaccio. Stessi gusti, stessa sintonia, stessa musica.
Poi mi chiede il cellulare e lì qualcosa comincia a incepparsi Perché un conto è scrivere un conto è parlare. Però bene anche le telefonate. Certo non si decideva mai a chiedermi di uscire. Alla fine lo faccio io. E prendiamo anche un appuntamento. Rimanda una prima volta, rimanda anche una seconda. Rimanda la terza. E’ passato un mese. Non ne ho più saputo nulla.
Due mesi di simbiosi: che fine gli ha fatto fare? E io, ora, che faccio?
Lory

Cara Lory,
sono trent’anni che quella poveraccia della tua omonima Goggi si sgola per avvertirci. Ma noi niente. Che fretta c’era maledetta primavera. Abbiamo pensato solo a stare in guardia dagli amori fioriti nella stagione dei pollini: e invece la maledizione era la fretta.

Fretta di sapere, di prendere, di avere. Poi sono arrivati gli essemmesse e infine è arrivato pure Fèisbuc e la situazione si è planetariamente avviluppata attorno alle chat, ai messaggi privati e ai commenti, precipitando verso il baratro delle passioni virtuali tarate al massimo su 160 caratteri e della durata media di 160 minuti.

Certo è una gran cosa aver ricominciato a scrivere. Che a un certo punto si credeva di potersi incontrare solo sul filo di interminabili strazi telefonici rubati al resto della famiglia, origliante in attesa in corridoio. Jurassic love.

Stelle una sola ce n’è/che mi può dare/la misura di un amore. Ora che siamo digitali, invece, la misura ce la dà Zuckerberg e, in subordine, Jobs. E quindi parole, parole, parole. Parole scritte. Parole che iniziano a cercarsi, ad aspettarsi, a rincorrersi. Parole che ne chiamano altre, che si annusano, si scrutano, si occhieggiano, si fanno piedino, ammiccano, sfacciatamente propongono, imprudentemente promettono, a volte cocentemente deludono. Perché li si fermano. Senza più attraversare il rischio di incontrarsi anche fuori dai tasti.

“Se a mani vuote di te/non so più fare/come se non fosse amore”. Che ora invece le mani vuote non sanno più stare di tasti e di parole. Che volant. E spesso non ti ritornant. Anche se sul telefonino nascont ma non sempre restant.
Soprattutto illudont: che il più sia stato fatto finalmente incontrandosi, si, ma solo su una riga. Costruendoci un’oasi di T9 dove si ticchettano piccoli amori take away. L’amore che corre anche mentre scrive.  Che entusiasma. Che brucia. Che consuma. E lo fa in fretta. Ma, appunto: quando avete avuto il tempo di “scegliervi”? A mala pena c’è stato quello di essere travolti.
E quindi, ora che è autunno ma praticamente è già inverno, “se/ per innamorarmi ancora/tornerai maledetta primavera, che importa se/ per innamorarsi basta un’ora”?

Certo, Lorè. E se invece, per innamorarsi ancora, bastassero solo un po’ di pazienza e chiudere ‘ste tastiere?

Il bollino blu

martedì, giugno 1st, 2010

-Ramoon?
Ghe gg’è?
-Ma che sei ancora raffreddato?
Si, sto bale (trad: si, sto male)
-Oh… ma altro che raffreddore.. non è che è l’aviaria?
A Beribo’ …(omissis) (trad: a Meripo’  riomissis). Ghe vuoi?
-Ramon dobbiamo mettere il bollino blu sul blog
-Che sei uda badada? (trad: Che sei una banana?)
-Noo, quello di Fèisbuc


A Beribò, stai draqquilla, quaddo tu ibbarerai a usà Fèisbuc se saraddo sciolde bure le galotte bolari e starebo duddi a bollo (Trad: A Meripo’ stai tranquilla, quando tu imparerai a usare Facebook si saranno sciolte anche le calotte polari e staremo tutti a mollo)
-Grazie Ramon
Bregociao (trad: prego, ciao)